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Di Erica Balduzzi ed Emilio Fabio Torsello

La vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani sembra ben lontana da una soluzione. L’attenzione mediatica sul suo caso, infatti, va riducendosi in proporzione al silenzio che giorno dopo giorno mette in sordina la sorte quantomai incerta della donna, accusata in Iran di adulterio e di concorso nell’omicidio del marito. In una condizione molto simile, in Pakistan, c’è un’altra donna, Asia Bibi, di fede cristiana, accusata di aver “offeso” il profeta Maometto e condannata a morte in base alla legge sulla blasfemia.

Diritto di Critica ha intervistato in due puntate (la seconda sarà pubblicata domani e riguarderà gli Stati Uniti), il portavoce italiano di Amnesty InternationalRiccardo Noury, per fare il punto sulle accuse e sul futuro delle due donne. Secondo Noury, in particolare, se da un lato è essenziale salvare la vita di Sakineh, dall’altro sarebbe un gravissimo errore ridurre la questione sul mancato rispetto dei diritti umani in Iran al suo caso. Come Sakineh, infatti, nel Paese di Ahmadinejad «ci sono centinaia di persone in attesa di essere giustiziate». Che si porti avanti la battaglia a favore di un’unica persona, secondo Noury, «conviene a tutti». (altro…)

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«La verità su Ustica è sotto gli occhi di tutti solo che nessuno la svela perché manca la prova finale. Gli indizi ci sono e sono tanti ma manca la prova decisiva». A dirmi queste parole, tempo fa, è stato uno dei periti (di cui, per correttezza, non faccio il nome) che durante gli anni del processo studiò il caso Ustica.
A ben guardare, infatti, una qualche verità emerge dalle carte (oltre cinquemila pagine) del processo aperto all’indomani della strage. Non la prova – dicevamo – ma una mezza verità. Iniziamo dai tabulati radar e dai colloqui tra operatori radar di Ciampino e piloti del DC9, con targa IH-870.
(altro…)

E' al completo l'organigramma
della futura amministrazione di Barack Obama. Ecco tutti gli
incarichi che dovranno essere ratificati dal Senato:

- Vice presidente - Joe Biden 
- Segretario di Stato - Hillary Clinton 
- Ministro del Tesoro - Timothy Geithner 
- Ministro della Difesa - Robert Gates 
- Ministro della Giustizia - Eric Holder 
- Ministro del Commercio - Bill Richardson 
- Ministro Energia - Steven Chu
- Ministro Ambiente - Lisa Jackson
- Ministro Educazione - Arne Duncan
- Ministro Territorio - Ken Salazar
- Ministro Trasporti - Ray LaHood 
- Ministro Agricoltura - Tom Vilsack
- Ministro della Sanita' - Tom Daschle 
- Ministro del Lavoro - Hilda Solis
- Ministro Politiche Abitative e Sviluppo Urbano - Shaun
Donovan 
- Ministro Affari dei Veterani - gen. Eric Ken Shinseki 
- Ministro per la Sicurezza Nazionale - Janet Napolitano 
- Direttore del Bilancio della Casa Bianca - Peter Orszag 
- Consigliere per la Sicurezza Nazionale - gen. James Jones 
- Ambasciatore alle Nazioni Unite - Susan Rice 
- Capo del Consiglio per la Ripresa Economica - Paul Volcker 
- Capo dei Consiglieri Economici Casa Bianca - Christina Romer 
- Capo del Consiglio Economico Nazionale - Lawrence Summers 
- Capo del Consiglio per la Politica Nazionale - Melody Barnes 
- Capo di Gabinetto della Casa Bianca - Rahm Emanuel 
- Consigliere Presidente  - David Axelrod
- Consigliere legale - Gregory Craig
- Consigliere Politica Interna - Melody Barnes
- Consigliere rapporti Stati, Enti Locali - Valerie Jarrett
- Direttore Comunicazione Casa Bianca - Ellen Moran
- Rappresentante per il Commercio Usa - Ron Kirk
- Zar per il Clima - Carol Browner
- Ufficio Bilancio - Peter Orszag
- Capo Ufficio Politico Casa Bianca - Patrick Gaspard 
- Portavoce della Casa Bianca - Robert Gibbs
Fonte: AGI

NATO LOGO
Qualcosa si muove, sul fronte occidentale. Soprattutto all’interno dell’Alleanza Atlantica. Terminato il vertice di Bucarest, infatti, è tempo di bilanci. Il dato più importante emerso dall’incontro è stata l’assenza di scintille, accuse e rivendicazioni che in molti temevano, soprattutto durante l’incontro finale di venerdì, tra i 26 Paesi aderenti alla Nato e il presidente russo Vladimir Putin.<La Russia non è un nemico nè la Nato è un’alleanza contro di essa>, ha affermato il presidente George W. Bush e, pronta, è arrivata la risposta del suo omologo russo: <Le nostre preoccupazioni sono state ascoltate dagli Stati Uniti e questo è positivo per la trasparenza e la fiducia reciproche>.
La Guerra Fredda sembra insomma lontana, e non solo a parole. Gli Stati Uniti hanno infatti ufficialmente invitato Mosca a partecipare alla costruzione dello Scudo Spaziale Europeo (ABM), proponendo di ampliare l’ombrello di protezione del sistema anche ai Paesi che prima erano ‘scoperti’: Turchia, Bulgaria, Grecia e Romania. Da parte sua la Russia ha dichiarato di essere disposta a compiere un passo indietro sul Cfe, il Trattato sulle Armi convenzionali in Europa siglato nel 1990, a patto che i membri della Nato si dicano disponibili a controfirmare la versione aggiornata del Cfe (1999), in cui viene riconosciuto il nuovo assetto geopolitico del continente, successivo alla caduta dell’URSS.
E sembrano esserci novità anche sul versante afgano. Putin infatti ha firmato un accordo che permette il transito, su territorio russo e uzbeko, di materiale non militare destinato alla missione Isaf, la forza multinazionale a guida Nato, mentre la Francia ha promesso l’invio di altri 700 paracadutisti nella regione orientale del Paese. I militari di Parigi permetteranno ad americani e canadesi di concentrare le forze nelle zone ‘talebane’, a sud dell’Afghanistan. In tutto saranno circa duemila le unità di supporto inviate nel Paese di Hamid Karzai da 12 Paesi della Nato.
L’unica nota agrodolce del vertice riguarda il MAP, il Membership Action Plan, relativo all’allargamento dell’Alleanza Atlantica. Accesso negato alla Macedonia, esclusa per l’annosa questione del nome dal veto greco, e questione rimandata a fine anno anche con Ucraina e Georgia, bloccate dal veto di Francia e Germania. Porte aperte invece ad Albania e Croazia.
Pubblicato da EF anche sul quindicinale Periscopio

Iraq: cinque anni dopo

Pubblicato: marzo 19, 2008 in Politica
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La bandiera americana sulla statua di Saddam Hussein

Sono ormai passati cinque anni da quel 19 marzo 2003, quando alle 21.30 ora di Chicago, scattò l’operazione Iraqi Freedoom, un successo che durò poche decine di giorni. Decimato l’esercito da Terzo Mondo di Saddam Hussein e fatta terra bruciata dietro i cingoli dei carriarmati americani, la vera guerra iniziava un mese dopo, il 9 aprile 2003, quando il primo marine entrava a Baghdad.

Il 1° maggio Bush annunciò trionfalmente la vittoria: mai errore fu più madornale.

Carla Reschia, in un articolo apparso oggi su La Stampa Web, fornisce i numeri del bilancio di guerra americano: l’invasione dell’Iraq è costata ben oltre i 500 miliardi di dollari, una cifra enorme. Basti pensare che un terzo della somma basterebbe a sfamare quanti nel mondo vivono sotto la soglia di povertà. Il premio Nobel Jospeh Stiglitz azzarda addirittura l’ipotesi che i miliardi spesi siano 3mila. Altro che recessione!

Il giornalista Bernardo Valli scriveva ieri su Repubblica  che “la guerra americana era già persa in partenza”. Attraverso un’analisi molto fine, Valli ha sottolineato come gli americani, cancellato l’esercito iracheno, si siano dimenticati di porre le basi per la pace: non si affrettarono a ricorstruire lo Stato, ne dispersero i funzionari, non assicurarono la sicurezza in città. Apparvero come distruttori tout court, un concetto ben diverso da quello di ‘liberatori’ o ‘costruttori di pace’. Dopo l’ingresso trionfale a Baghdad, bisognava vincere la guerra insieme alla popolazione. Da quel lontano 9 aprile 2003, invece, i civili iracheni morti sono stati decine di migliaia e i militari americani uccisi oltre 4mila. La situazione non è migliorata neanche dal punto di vista istituzionale: il Paese è spaccato, il governo un fantoccio, l’esercito incapace di assicurare una presenza concreta sul territorio (basti guardare l’invasione turca nel kurdistan iracheno).

Concludendo con Bernardo Valli, se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi l’anno prossimo “Babilonia potrebbe crollare, frantumarsi alle spalle dei soldati che se ne vanno. Ma restando gli americani non sono ancora in grado di imporre la pace. Questa è la situazione dopo cinque anni”.

EF

“La mia storia, il mio background mi dice che questa nazione è molto più che non la sola somma delle parti, siamo un’unità” – questo il succo del discorso pronunciato oggi da Barack Obama al National Constitution Center di Filadelfia.

Per Obama l’integrazione supera le razze, le considera un fattore socialmente disgregante e si apre a una nuova convivenza che supera eticamente il semplice concetto di unità. La storia e la tolleranza sono elementi che fanno parte – ha ribadito Obama – della sua vicenda personale: «sono figlio di un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas, cresciuto con l’aiuto dei nonni bianchi e sposato con una afroamericana che ha il sangue degli schiavi e dei proprietari di schiavi, un’eredità che abbiamo passato alle nostre figlie». La storia dunque può essere un’eredità da tramandare, i cui insegnamenti e il cui sangue non devono essere dimenticati. Costruire il futuro guardando al passato.

L’America, nel bene e nel male, ancora una volta detta la strada della democrazia. In un dibattito elettorale di quelli che in Italia possono solo essere sognati, Obama cita infatti anche gli errori commessi nel passato, li ammette davanti alle telecamere perché in America se ti beccano a mentire sei politicamente finito. I mistakes non sono però stigmatizzati al modo italiano (fascisti o comunisti, assunti come categorie assolute e ancora pseudovalide ai giorni nostri), ma sono integrati e definirti ‘superati’ o ‘superabili’. In Italia, invece, le cose funzionano ben diversamente: l’errore è una categoria atavico-elettorale da sfruttare. 

Nel nostro Paese, fino ai primi anni ’90, se un politico veniva indagato, si dimetteva. Oggi accade il contrario: cerca di farsi eleggere per non farsi toccare troppo dalla legge e grida contro i magistrati.
Ma onde non cadere nel qualunquismo grillista, diciamo solo che in Italia certi conti con la Storia e con i propri errori ancora non siamo capaci di farli, preferiamo lasciare tutto in sospeso e cambiare faccia.

Gli anni di piombo, i vuoti legislativi, le carenze strutturali di una democrazia che sembra essere arrivata fin qui in piena emergenza: la nostra storia democratica non si risolve, non progredisce. Si potrebbe infatti continuare citando il vizio delle coalizioni pentapartitiche sul modello della Democrazia Cristiana – stiamo cercando di liberarcene solo adesso, pena l’ingovernabilità – oppure, ancora, con i meridionali spesso chiamati “terroni” (in America anche gli africani vengono definiti “African American”) o con le faziose opposizioni ambientaliste al nucleare – mentre siamo fanalino di coda in Europa e compriamo energia a caro prezzo dalla Francia -, eccetera eccetera eccetera.

Con questo non si vuole affermare che gli USA siano la perfezione, anche lì vige una serpeggiante discriminazione, ma è innegabile che il ‘sogno americano’ è nato straniero, in America ci si andava per sentirsi “parte di”, per cambiare e non subire sempre l’arretratezza e le disparità italiane. Democratiche e politiche. Davanti ad un Paese come gli Stati Uniti, che ammette i suoi errori e ha il coraggio di fare i conti con la Storia, la nostra democrazia resta in equilibrio su questioni su scenari sempre riproposti negli speciali televisivi ma mai davvero chiusi dalla Verità storica, mai scardinati dalla dimensione tumorale di un buio storico politicamente voluto. 

Ascoltando, con tutte le difficoltà del caso, il discorso di Obama (ma se ci si iscrive al suo sito, viene inviato anche il testo in forma scritta), insomma, nasce solo tanta invidia, si comprende la distanza civile, prima ancora che democratica, tra la nostra politichetta e la democrazia americana, consapevole della Storia. Mi chiedo solo quanti giovani si interesserebbero alla politica se i nostri leader sapessero dar vita a campagne elettorali vissute e ‘vivibili’ come quelle americane. Non certo perfette ma sicuramente migliori.

EF

Il tiro al bersaglio

Pubblicato: febbraio 15, 2008 in Politica
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L’America si appresta a puntare i missili contro uno dei suoi satelliti spia in avaria. Lanciato nello spazio lo scorso anno, l’occhio tecnologico (nome in codice L-21) ha fin da subito avuto diversi problemi di funzionamento e adesso rischia di collassare sulla Terra. In caso di caduta “i rischi per la popolazione sarebbero alti – fanno sapere dal Pentagono – soprattutto in relazione ai gas (idrazina) contenuti nei motori del satellite”. Sarà sicuramente vero ma, secondo gli esperti del settore, un altro sembra essere il vero cruccio dei militari americani: e se il loro spione cadesse su suolo russo o cinese? Gli avversari otterrebbero un numero vastissimo di informazioni classificate. Dagli States negano questa seconda ipotesi e preprarano il tiro al bersaglio “per il bene della popolazione”.

EF

Il senatore dell’Illinois, Barack Obama, ha vinto i caucus (assemblee) dell’Iowa con il 37,57% dei voti. Lo rende noto il partito democratico Usa. Al secondo posto, l’ex senatore della North Carolina John Edwards (29,76%), seguito da Hillary Clinton (29,46%). Il governatore del New Mexico Bill Richardson e’ al 2,11%.

Fonte: AGR

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Il laburista Kevin Rudd è il nuovo primo ministro australiano, un netto segno di cambiamento rispetto al passato e agli 11 anni di ‘governo Howard’. Durante la campagna elettorale, infatti, Rudd ha sempre dichiarato l’intenzione di effettuare un deciso cambiamento di rotta sia nella politica interna che estera. Prima di tutto il clima. Secondo le affermazioni di Rudd, l’Australia rispetterà il protocollo di Kyoto e parteciperà alla prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, appuntamenti ignorati dal predecessore John Howard. Allo stesso modo Rudd ha assicurato che un iniziale numero di 500 soldati verrà ritirato dall’Iraq e saranno ‘riviste’ le relazioni con Stati Uniti e Cina. Come dire che l’Australia non sarà più un mero esecutore delle decisioni americane.

Uno dei punti del programma di Rudd che più ha fatto scalpore è la volontà di rivedere la politica statale nei confronti degli aborigeni, definita fino a questo momento ‘inconcludente’. Commentando l’elezione, Gary Highland, presidente dell’organizzazione “Australians for the Native Title and Reconciliation”, ha dichiarato che “può aprirsi una nuova era per la parte più svantaggiata della popolazione australiana”.

Le prime congratulazioni per l’elezione sono venute da numerosi esponenti politici asiatici, dal primo ministro inglese e dal presidente degli Stati Uniti.

EF

George W. Bush 

«In Iran c’è un leader che vuole distruggere Israele, per questo ho detto che se si è interessati ad evitare una Terza Guerra Mondiale bisogna voler prevenire la possibilità che l’Iran abbia la conoscenza necessaria per realizzare la bomba», queste la risposta del presidente degli Stati Uniti George W. Bush alla rinnovata promessa di amicizia tra il presidente russo Vladimir Putin e il regime iraniano. Scenari apocalittici insomma. Poco credibili, in fondo. Appare improbabile che l’Iran possa davvero decidere di bombardare Israele, come lo è anche l’ipotesi di una Terza Guerra Mondiale che non converrebbe a nessuno e non avrebbe alcun obiettivo definito di partenza.

Come nota oggi Anna Zafesova su La Stampa, i toni usati dai due presidenti sono solo apparentemente da Guerra Fredda ma la realtà è ben diversa. Mancano le ideologie che opponevano e sostenevano in passato i due blocchi e manca sopratutto la convinzione. Tutto si gioca attorno alle risorse naturali dei singoli Paesi, quelle russe da Putin definite pregne di ‘erotismo politico’. Parlare di una guerra totale è anacronistico anche perché nessuno dei potenziali ‘attori’ sarebbe in grado di sostenerla. L’America è impantanata in Iraq e ha già conosciuto una pesante recessione dovuta ai costi bellici, la Russia deve ancora modernizzare il proprio esercito e risolvere diversi conflitti interni. Null’altro che retorica dunque? Speriamo.

Un dato di fatto inquietante è però la crescente contrapposizione tra Est e Ovest, cresciuta incredibilmente negli ultimi mesi. Alle tensioni tra Usa e Russia, infatti, si è aggiunta la crisi tra Washington e Pechino, scaturita dai riconoscimenti americani al Dalai Lama. Ogni scusa sembra essere buona per sottolineare le differenze. Altra retorica? Speriamo. Eppure, appena una manciata di mesi fa, si sono svolte esercitazioni militari congiunte Russia/Cina. Lo scenario appare insomma talmente apocalittico da suonare banalmente improbabile.

Tra le numerose dichiarazioni e le reciproche minacce, una sola è la grande assente: l’Europa.

EF