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Sequestrati sul Sinai con la minaccia di essere uccisi se non pagheranno ottomila euro a testa. È questa la condizione in cui si trovano 250 africani, di cui un’ottantina eritrei, bloccati da un mese in condizioni disperate al confine tra Egitto e Israele. A tenerli in ostaggio, una banda di beduini dedita al traffico internazionale di stupefacenti che ha già ucciso almeno sei ostaggi e costretto altri quattro profughi a donare un rene per pagarsi il riscatto: «sono stati portati via alcuni giorni fa – ha raccontato una donna che si trova sul Sinai, al telefono con don Mussiè Zerai, sacerdote eritreo e direttore della ong Habeshia – di loro però non abbiamo alcuna notizia». Incerta anche la localizzazione esatta della prigione, circostanza che appare ancor più paradossale se si pensa che diversi profughi sono raggiungibili telefonicamente e riferiscono di sentire da lontano la voce di un muezzin che chiama alla preghiera. (altro…)

L’occupazione israeliana è «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi» e «da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione». Parole non della sinistra radicale nostrana o dei militanti di Free Gaza ma del Vaticano che nell’Instrumentum Laboris, il documento elaborato dagli stessi vescovi dell’area in vista del Sinodo per il Medio Oriente di ottobre, ha alzato la voce nei confronti di Israele. E non è tutto: a differenza dell’Italia, infatti, il Vaticano si è detto favorevole alla creazione di una commissione di inchiesta che faccia luce sull’abbordaggio della Freedom Flotilla da parte di Tsahal, possibilità decisamente rifiutata dal governo nostrano. (altro…)

A Vittorio Feltri riconosco un merito: scrive ciò che non vorrei sentirmi dire. Sposta l’angolo d’inquadratura e crea una prospettiva a cui fino a un attimo prima nessuno pensava. Confesso: Repubblica mi annoia ma sono quasi sempre d’accordo, il Giornale stuzzica, mi fa incazzare ma ravviva il dubbio sulla versione ufficiale. (altro…)

Il leader ultranazionalista del partito Israel Beitenu, Avigdor Lieberman, vera rivelazione delle ultime elezioni, ha confermato le indiscrezioni sulle possibili alleanze di Governo: il candidato premier dovrebbe essere Benjamin Neathanyahu, leader del Likud e non Tzipi Livni. “Noi”, ha comunicato Lieberman al presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, “raccomandiamo il nominativo di Benjamin Netanyahu, ma solo nell’ambito di un governo ampio che”, ha puntualizzato, “vogliamo sia costituito dai tre partiti maggiori, vale a dire il Likud, Kadima e Israel Beitenu”.

E le sue sono parole che giungono come un macigno per il già fragile Kadima guidato dalla Livni, che ha la maggioranza rispetto al Likud per un solo seggio. Scavalcati i laburisti, è Lieberman l’ago della bilancia di qualsiasi alleanza e maggioranza di Governo. A questo si aggiunge la tela di possibili alleanze: a conti fatti il Likud di Neathanyahu dovrebbe raggiungere la maggioranza con 65 seggi alla Knesset, il parlamento monocameratico dello Stato di Israele.

La partita è complicata e la scelta, affidata al presidente Shimon Peres, rischia di decidere anche il futuro della tregua con Hamas. Ne ho parlato (11 febbraio 2009) con Lucia Goracci, inviata di guerra del Tg3, che ha spiegato anche le prospettive dei rapporti tra America e Stati Uniti e come stia evolvendo la situazione in Georgia, a pochi mesi dall’invasione russa. «Nella campagna elettorale israeliana – ha spiegato la Goracci – non si è parlato del processo di pace con i Palestinesi ma dell’Iran e delle sue quinte colonne: Hamas e Hezbollah. La questione palestinese, invece, è centrale nel panorama mediorientale. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, – ha continuato – sembra esserne perfettamente cosciente. D’altronde l’opzione militare sull’Iran è molto più distante adesso che non durante l’amministrazione Bush». E sull’Iran la Goracci sottolinea che «nel voto di giugno si dovrà capire quanta gente sarà disposta a rimettersi in gioco dopo le delusioni degli ultimi anni (elezioni invalidate, ndr) e quanto il consiglio dei guardiani peserà sui risultati elettorali».
Della Georgia, infine, di cui la maggior parte dei media sembrano ormai essersi dimenticati, la Goracci commenta: «la situazione è congelata. L’opposizione è repressa ma sta iniziando ad alzare la propria voce contro il presidente che ha portato il Paese in guerra. Si tratta per lo più di comprimari di Saakasvili che adesso sono usciti dal Governo e stanno iniziando ad elencare gli errori di questa amministrazione».
 EF

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Missili dal Libano, lanciati forse dai guerriglieri Hezbollah. Nella mattinata di oggi in territorio israeliano ne sono caduti quattro, tutti nei pressi della cittadina di Naharija, nella Galilea occidentale, ferendo in modo non grave cinque persone. Poco dopo sono stati gli obici con la stella di David ad alzare il tiro in direzione del probabile punto di lancio dei missili e a sparare diversi colpi di rappresaglia.

Immediata è giunta la precisazione del ministro del lavoro libanese, Mohammed Fneish, del partito di Hezbollah, secondo cui nessun guerrigliero ha lanciato razzi contro Israele e nella tarda mattinata anche un portavoce di Hamas si è affrettato a dichiarare di non essere coinvolti nei lanci dei Katiusha.

A Gaza, intanto, sono proseguiti gli scontri e l’Onu ha accusato Israele di aver violato la tregua di tre ore faticosamente ottenuta durante i negoziati dei giorni scorsi. Tra le 12 e le 15 (ora italiana), infatti, oggi è stato ucciso l’autista di uno dei camion che portava gli aiuti nella Striscia e poco dopo Adnan Abu Hasna, portavoce dell’Unrwa, ha dichiarato che “tutte le operazioni saranno sospese a causa delle azioni sempre più aggressive contro le strutture e il personale delle Nazioni unite”.

Secondo quanto riferito da fonti mediche palestinesi, inoltre, tre miliziani della jihad islamica sono rimasti uccisi durante un raid aereo israeliano nel nord della Striscia di Gaza e nella stessa operazione 12 civili sarebbero rimasti feriti. Secondo l’esercito israeliano, però, spesso i terroristi farebbero uso di scudi umani per fuggire i colpi dell’esercito di Tel Aviv.

Nei giorni scorsi, infine, l’Irna, l’agenzia di stampa iraniana, ha fatto sapere che oltre 70mila giovani volontari sarebbero pronti a farsi esplodere in territorio israeliano per rispondere all’attacco contro Hamas. La guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, avrebbe però vietato agli aspiranti terroristi di varcare il confine con Israele ribadendo comunque che “il suo Paese non lesinerà alcuno sforzo per sostenere Hamas in altri modi”.
EF

Oltre trecento morti. A sentire gli analisti internazionali, il via all’attacco non era cosa da festività natalizie. E invece Israele, alle prime luci dell’alba, ha sferrato un poderoso bombardamento aereo a tappeto sulla Striscia di Gaza, controllata dal gruppo terroristico di Hamas. Per ora i morti sarebbero più di trecento (quasi tutti civili), ma il condizionale è d’obbligo visto che fonti palestinesi parlano di oltre mille feriti, alcuni in fin di vita.

E ci sono anche le prime reazioni dai Paesi arabi. “L’Egitto, il suo presidente, il parlamento e il popolo – fanno intanto sapere dal Cairo – condannano la strage senza precedenti che sta avvenendo a Gaza”, a dichiararlo è Mustafa al Faqqi, presidente della commissione Esteri del parlamento egiziano, ai microfoni di Al Jazeera. “Il mondo – conclude al Faqqi – non può restare a guardare una simile strage”. Mentre lo stesso Abu Mazen ha definito l’attacco israeliano “un’aggressione”.

Da Israele, invece, è lo stesso presidente Shimon Peres ad assicurare, nel corso di un’intervista al giornale arabo londinese al-Sharq al-Awsat, che i militari non entreranno a Gaza: “Prenderemo tutte le misure necessarie per fermare il fuoco dei razzi” che il movimento Hamas spara verso lo Stato ebraico ma “non entreremo a Gaza, ci sono altri mezzi. Non ce ne siamo andati da Gaza per tornarci” ha concluso Peres.

Mentre la tv araba Al Jazeera ha diffuso un comunicato di Hamas in cui si chiede alle brigate Al Qassam – il cui capo, Ahmed Jaabari, sarebbe stato ucciso negli attachi – di rispondere “in tutti i modi” all’attacco israeliano. La tregua è ormai un ricordo del passato.

EF

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Un insolito funerale si è svolto oggi nei territori della Striscia di Gaza, quello delle aziende palestinesi costrette a chiudere a causa dei blocchi dei rifornimenti imposti dalle autorità israeliane. Oltre alla fame e agli stenti delle popolazioni locali, infatti, dal giugno 2007 anche l’economia palestinese è praticamente immobile. I numeri, forniti dall’agenzia di stampa missionaria MISNA, sono allarmanti: 3900 aziende sono andate fallite.

Curioso e drammaticamente ironico, lo svolgimento del rito funebre: nel “cimitero delle attività economiche” c’erano 3900 cartellini recanti il nome di ogni azienda e diversi sono stati gli elogi funebri pronunciati dai vecchi proprietari.

Da Israele intanto fanno sapere che proprio i territori palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania resteranno isolati per cinque giorni, nel timore di attacchi terroristici durante i festeggiamenti ebraici del Purim, il giorno del digiuno.

In Palestina intanto, il digiuno è quotidiano.

EF

La delegazione del Giappone ha promesso uno stanziamento di 150 milioni di dollari in aiuti alla popolazione palestinese. Abu Mazen, dal canto suo, ha presentato un programma di sviluppo biennale (2008-2010). L’ultima conferenza di questo genere si tenne a Parigi nel 1996.

EF

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Rifiuti, benzina, farmaci, beni di prima necessità. A Gaza nulla entra e nulla esce in questi giorni. Tutto fermo, tutto bloccato, la popolazione è prigioniera nella sua stessa città. Nel giugno 2007, a seguito della vittoria di Hamas, il territorio è stato dichiarato da Israele ‘entità ostile’ e da quel momento è iniziato l’ennesimo embargo e la vita al contagocce. Diversi sono stati i pazienti morti per mancanza di cure mediche adeguate e mancanza di farmaci e gas medici essenziali alla sopravvivenza dei malati.

E’ questo lo scenario che fa da sfondo alla Conferenza dei donatori per la Palestina – decisa durante il vertice di Annapolis – che si apre oggi a Parigi. Più di novanta i Paesi partecipanti e il presidente palestinese Abu Mazen spera in un investimento di cinque miliardi di dollari, a sostegno dello sviluppo economico della Striscia di Gaza controllata da Hamas.
EF

Annapolis: la pace entro il 2008

Pubblicato: novembre 27, 2007 in Politica
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La pace entro il 2008, è questo uno dei primi punti fermi decisi oggi ad Annapolis. Dal 12 dicembre, infatti, una commissione di esperti si metterà a lavoro per redigere un documento comune che possa portare israeliani e palestinesi alla pace.Mentre Olmert ha dichiarato di esser pronto a “dolorose concessioni”, il presidente palestinese Abu Mazen ha sottolineato che “l’era della violenza e del terrorismo è terminata. Domani – ha continuato – dovremo portare avanti negoziati profondi e complessi per fare in modo che nessun tema resti tabù”.

Da più parti giunge la voce secondo cui il vertice non porterà a decisioni fondamentali. Eccessivo disfattismo. La vera novità del vertice infatti, è l’aver riunito attorno al tavolo della trattativa Arabia Saudita, Siria, Autorità palestinese e Israele. Un punto importante negli ormai logori scenari mediorientali.

EF