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Di Erica Balduzzi ed Emilio Fabio Torsello

La vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani sembra ben lontana da una soluzione. L’attenzione mediatica sul suo caso, infatti, va riducendosi in proporzione al silenzio che giorno dopo giorno mette in sordina la sorte quantomai incerta della donna, accusata in Iran di adulterio e di concorso nell’omicidio del marito. In una condizione molto simile, in Pakistan, c’è un’altra donna, Asia Bibi, di fede cristiana, accusata di aver “offeso” il profeta Maometto e condannata a morte in base alla legge sulla blasfemia.

Diritto di Critica ha intervistato in due puntate (la seconda sarà pubblicata domani e riguarderà gli Stati Uniti), il portavoce italiano di Amnesty InternationalRiccardo Noury, per fare il punto sulle accuse e sul futuro delle due donne. Secondo Noury, in particolare, se da un lato è essenziale salvare la vita di Sakineh, dall’altro sarebbe un gravissimo errore ridurre la questione sul mancato rispetto dei diritti umani in Iran al suo caso. Come Sakineh, infatti, nel Paese di Ahmadinejad «ci sono centinaia di persone in attesa di essere giustiziate». Che si porti avanti la battaglia a favore di un’unica persona, secondo Noury, «conviene a tutti». (altro…)

L’elenco che segue è un tremendo quanto retrogado stillicidio di razzismo su scala mondiale. Cercando di non dimenticarne nessuno, scriverò i nomi dei Paesi che nel mondo ancora considerano un reato l’omosessualità. Sette di questi la puniscono con la pena di morte. Da notare, inoltre, che in alcuni di questi Paesi viene fatta una distinzione tra omosessualità maschile e femminile e solo una delle due – solitamente i rapporti tra uomini – viene punita dalla legge. Un vantaggio per le donne? No, semplicemente l’ennesimo indizio che in alcune società viene preso in considerazione solo il maschio.

Reggetevi forte. Iniziamo.

(altro…)

Era nascosto dietro a un paio di riviste, appoggiato di sbiego su uno scaffale e sul momento non mi ero reso conto che da quella vetrina quel Dvd mi stava chiamando (ebbene sì). Pochi istanti dopo, forse sollecitato da un’immagine rimasta impressa sul fondo della retina, sono tornato indietro. Era proprio Letter to Anna, edito da Internazionale e sottotitolato in italiano. Il primo vero (e serio) film-documentario su Anna Politkovskaja, la giornalista russa trucidata a Mosca il 7 ottobre del 2006 per aver criticato il Cremlino e i poteri ceceni.

Il regista del documentario è lo svizzero Eric Bergkraut che, prima dell’omicidio di Anna, aveva realizzato con lei alcune interviste e girato numerose immagini in vista di un film. Ed è un’Anna Politkovskaja a tutto campo quella che si racconta nel video. Insieme a lei sono stati ascoltati anche l’oligarca Boris Berezovskj, la figlia di Anna, Vera Politkovskaja, il direttore della Novaja Gazeta, Dimitrij Muratov e tanti altri. Il documentario non dà un verdetto decisivo sulla vicenda ma suggerisce ipotesi. Chi vi scrive ha sempre propeso – e fin ora non ho cambiato idea – per la pista cecena. I mandanti potrebbero essere , infatti, persone vicine all’attuale presidente, Ramzan Kadyrov, contro cui la Politkovskaja aveva scritto numerosi articoli al vetriolo, anche prima di essere uccisa. Per Putin, invece, Anna era meno pericolosa da viva che da morta. Ovviamente questa è solo un’ipotesi e nulla più, ma è la mia opinione.
Nell’ultimo pezzo che stava preparando, in particolare, Anna raccontava di un video di cui era entrata in possesso, dove venivano mostrate torture perpetrate dai miliziani di Kadyrov ai danni di alcuni soldati federali.

Chiudo qui con l’invito a chi mi legge a procurarsi il video (magari lo trovate ancora in edicola!) e farvi una vostra opinione.

EF

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“Non posso dire chi ci sia dietro questo attentato ma quello che è certo è che hanno cercato di uccidermi”: lo dice stasera al telefono alla MISNA Ali Ahmed Sudan, direttore dell’organizzazione “Elmand” per i diritti umani in Somalia, dopo un presunto attentato ai suoi danni avvenuto oggi in una strada della periferia di Mogadiscio. “Ero sulla mia moto dopo aver partecipato a una conferenza in cui denunciavo la recente decisione del governo di transizione di chiudere la mia organizzazione – racconta Sudan – quando una macchina mi ha investito facendomi cadere ed è fuggita”. Nell’incidente, il direttore di Elmand, si è rotto una gamba. In questi mesi la ‘Elman peace and human rights’, una delle prime e è più stimate organizzazioni umanitarie nate in Somalia dopo il crollo del regime di Siad Barre nel 1991, ha denunciato le quotidiane uccisioni di civili che hanno accompagnato la ripresa delle violenze nel paese, confermando il lungo impegno nel segnalare le violazioni dei diritti umani da parte di tutte le parti (truppe etiopiche e somale e milizie ribelli) coinvolte nel conflitto. Due giorni fa, il governo di transizione somalo ha ordinato la sua chiusura, accusandola di aver diffuso “notizie infondate e distorte” sulla situazione nel paese.

Fonte: MISNA

Mentre la Somalia sprofonda sempre più nella guerra civile, le autorità tentano di reggere senza crollare sotto i colpi degli attacchi terroristici e delle stragi. Oggi è stato scelto il nuovo primo ministro del governo provvisorio, è Nur “Adde” Hussein Hassan, appartenente al clan Hawiye, il principale di Mogadiscio. Il suo curriculum è di tutto rispetto: durante il regime di Siad Barre ha ricoperto incarichi nella guardia di finanza, nella polizia e nella procura della Repubblica, dopo la caduta di Barre è stato eletto segretario della Mezza Luna Rossa. Adesso la nomina dovrà passare al vaglio del Parlamento.

EF

33 paesi astenuti, 52 contrari e 99 favorevoli, l’ONU ha approvato la moratoria sulla pena di morte. Finalmente una notizia positiva.

EF

Paulo Sergio Pinheiro

Paulo Sergio Pinheiro, inviato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, è arrivato ieri a Myanmar. Invitato dalla stessa giunta militare, intenzionata a mitigare le accuse provenienti dall’Occidente, il professore brasiliano torna nell’ex-Birmania dopo 4 anni e visiterà diverse carceri di cui ha fornito l’elenco alle autorità. Pinheiro si recherà anche nella nuova capitale, Nayipydaw, per un incontro con le autorità politiche.

I risultati del ‘viaggio’ a Myanmar verranno rese note durante la prossima sessione del Consiglio dell’ONU sui diritti umani.

EF

La svolta cinese

Pubblicato: settembre 14, 2007 in Politica
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Pechino invita i propri giudici ad usare più moderazione nel sentenziare le condanne capitali, questo il contenuto di una circolare comparsa oggi sul sito internet della Corte Suprema cinese. «La pena capitale dovrà essere inflitta soltanto a un ristretto numero di criminali», si legge.

Stando alle prime indiscrezioni ‘l’esenzione’ dalla pena capitale riguarderebbe i reati politici, di adulterazione di cibi o medicinali, di omicidio e frode fiscale e verrebbe applicata solo agli imputati che collaboreranno con le autorità. L’ultima esecuzione è stata eseguita nel giugno scorso, quando un dirigente della Banca dell’Agricoltura è stato fucilato per aver sottratto due milioni di euro dalle casse dell’istituto di credito.

La Cina, in odore di Olimpiadi, cerca di compiere passi avanti sul tema dei diritti umani, la speranza è che l’impegno si concretizzi e duri nel tempo.

EF

Burkina Faso, Egitto, Etiopia, Camerun, Mauritania, Rwanda, Nigeria e Malawi hanno dato la disponibilità all’invio di proprie truppe nella regione del Sudan Occidentale del Darfur, nell’ambito della forza ‘ibrida’ di peacekeeping UNAMID. A dare la notizia è lo stesso Said Djinnit, commissario dell’Unione Africana, al termine di una riunione a porte chiuse tenutasi oggi ad Addis Abeba. Insieme alle truppe africane saranno inviati anche soldati di Francia, Unione Europea e Indonesia.
Il governo sudanese di Khartoum ha inoltre ribadito la volontà di una piena e costruttiva collaborazione con la forza UNAMID.

Ma le notizie dal Darfur non sono solo buone. E’ salito a 68 il numero dei morti e a oltre 50 quello dei feriti negli scontri tra clan che da settimane si contendono bestiame e porzioni di terra nel Sudan Occidentale. Molte testimonianze avvalorerebbero inoltre l’ipotesi di una partecipazione dell’esercito regolare agli scontri, circostanza questa più volte denunciata anche da Louise Arbour, Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU. 

EF

Tratto dall’agenzia di stampa missionaria MISNA, viene di seguito pubblicato il rapporto sulla situazione del rispetto dei diritti umani e politici in Sudan, presentato ieri dalla Commissione ONU per i diritti umani.

 “A proposito del terzo rapporto periodico inviato dal Sudan, il Comitato esprime apprezzamento per la firma degli ‘Accordi di pace complessivi’ (2005), che hanno contribuito in modo significativo a porre fine alle molteplici e serie violazioni della Convenzione (Internazionale sui diritti politici e civili, ndr). Esprime anche apprezzamento per la Costituzione nazionale ad interim (2005), la costituzione del Sud Sudan (2005) e gli Accordi di pace per il Darfur (2006), oltre che per i continui sforzi per costruire una pace sostenibile in Darfur. Il Comitato inoltre prende atto della nuova legge per i partiti politici (2007).
Tra i principali motivi di preoccupazione, il Comitato si è rammaricato che i diritti protetti dalla Convenzione non siano stati pienamente adottati nelle leggi nazionali. (Il comitato) è preoccupato per la capacità del Sudan di perseguire e punire i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Il Comitato ha osservato con preoccupazione che le autorità sudanesi non hanno condotto alcuna valutazione esaustiva e indipendente delle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel territorio del Sudan e in particolare in Darfur.
Ha osservato inoltre con preoccupazione la scala di valori applicata alle punizioni e nota che le punizioni corporali compresi bastonate e amputazioni sono considerate inumane e degradanti. Inoltre, il Comitato è preoccupato per il persistente modello di discriminazione contro le donne nella legislazione e la persistente violenza contro le donne; i numerosi casi di violenza sessuale in Darfur, il fatto che le donne non abbiano fiducia nella polizia; la persistenza della mutilazione genitale femminile e il ridotto numero di bambini che sono stati finora smobilitati (da gruppi armati). E anche l’imposizione della pena di morte per i reati che non potrebbero essere considerati come i più gravi, per pratiche che non dovrebbero essere criminalizzate e per l’imposizione della pena capitale a minorenni, sono incompatibili con la Convenzione.Il Comitato consiglia che il Sudan dispieghi tutte le risorse umane e materiali richieste per la convocazione entro il termine stabilito del referendum previsto dalla Costituzione nazionale ad interim. (Il Sudan) dovrebbe inoltre prendere tutte le misure appropriate – compresa la collaborazione con la Corte penale internazionale – per garantire che tutte le violazioni dei diritti umani portate alla sua attenzione siano investigate, e che coloro che sono responsabili di tali violazioni – inclusi funzionari pubblici o componenti di gruppi armati – siano perseguiti a livello nazionale o internazionale e che nessun sostegno finanziario o materiale sia diretto alle milizie che hanno partecipato alla pulizia etnica o a attacchi deliberati contro i civili.

Il Sudan dovrebbe inoltre iniziare ad abolire tutte le forme di immunità della polizia, delle forze armate e di sicurezza nazionale; avviare sforzi per far crescere la conoscenza popolare dei diritti delle donne, promuovere la loro partecipazione nel settore pubblico e garantire la loro istruzione e l’accesso al mondo del lavoro; istruire la polizia in merito alle violenze sulle donne; vietare nelle sue leggi la pratica della mutilazione genitale femminile; fermare tutte le forme di schiavitù e sequestri; e prendere misure appropriate per assicurare la sicurezza degli operatori umanitari e facilitare il loro accesso ai destinatari degli interventi di assistenza. In merito alla pressione sui giornalisti, il Sudan dovrebbe garantire l’esercizio della libertà di stampa e assicurare che i giornalisti siano protetti. Dovrebbe inoltre rispettare il diritto di espressione e dovrebbe proteggere le dimostrazioni pacifiche garantendo l’avvio di inchieste per uso eccessivo della forza laddove le manifestazioni sono state disperse dalla polizia.

Fonte: MISNA