Roma Sette – Avvenire

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CARAVAGGIO: LA LUCE VERSO L’INFINITO

Alla riscoperta di Caravaggio, al secolo Michelangelo Merisi, per valorizzare e comprendere le opere d’arte custodite a Santa Maria del Popolo. Alla presenza del direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e del docente di storia dell’arte Timothy Verdon, venerdì 22 ottobre si è svolto il secondo dei quattro appuntamenti del ciclo “Dialoghi con Caravaggio nelle sue chiese”, organizzati dall’Ufficio catechistico della diocesi diretto da monsignor Andrea Lonardo. Un evento che ha attirato centinaia di persone all’interno della chiesa dove sono ospitate le tele del martirio di San Pietro e della conversione di San Paolo, gremita fin nei banchi delle ultime file.

«Per noi – ha detto don Antonio Truda, parroco di Santa Maria del Popolo introducendo la serata – Caravaggio è una croce e una delizia: è una croce perché anche durante le celebrazioni c’è un continuo flusso di turisti, fino a tremila persone al giorno che entrano in chiesa. Una delizia perché siamo comunque un punto di riferimento internazionale e dobbiamo lottare per non farci portar via queste tele che altrimenti sarebbero ‘pellegrine’ nei musei del mondo».

Verdon ha quindi ricordato come la conversione di San Paolo sia avvolta di luce e silenzio e manchino elementi prima ritenuti tipici di queste rappresentazioni, come i soldati o le apparizioni divine. «Gli elementi narrativi – ha spiegato Verdon – sono ridotti al minimo: ci sono un servo, un cavallo, Paolo e la luce che è la vera protagonista del quadro. Le immagini – ha proseguito – sono comunicative e reali». Le braccia alzate verso il cielo, ha spiegato il professore, richiamano il gesto della preghiera e sono il segno più forte della conversione.

Secondo Paolucci, invece, entrambe le tele testimoniano come Caravaggio abbia portato nell’arte quel verismo e naturalismo i cui riflessi sono durati nel tempo, contaminando anche i pittori fiamminghi e italiani. «In un quadro – ha commentato Paolucci – ci sono tutti i quadri, l’opera d’arte è prefigurazione di quelle che la seguiranno». Tra gli elementi più caratteristici del verismo delle due tele, il corpo di San Pietro che «si offre alla Croce» e il cavallo presente nella conversione di San Paolo: «è un animale da lavoro, da vetturale, preso in una stalla romana, con il pelo raso e umido di sudore: non ha nulla di eroico come invece ci si poteva aspettare. All’epoca – ha concluso Paolucci – gli occhi erano vere e proprie macchine fotografiche a colori. Oggi quella sensibilità va perdendosi e soprattutto i giovani fotografano ogni cosa con i cellulari».

Presente all’incontro anche il vescovo del settore Centro, monsignor Ernesto Mandara, che ha sottolineato come Roma sia ricchissima di beni «anche poco conosciuti». «È stato appena ultimato – ha proseguito il vescovo – il restauro di Sant’Urbano alla Caffarella, di San Vito a Santa Maria Maggiore. Ci sono poi periferie della città – ha concluso monsignor Mandara – dove sono le nuove chiese a dare un significato ai quartieri e sarebbe interessante organizzare visite di questo tipo anche in queste zone della Capitale».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 25.10.2010

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ASCANIO CELESTINI: IL SUO PERCORSO DAL TEATRO AL CINEMA

Attore di strada e di teatro, Ascanio Celestini è approdato al cinema con un lavoro sui manicomi dal titolo “La Pecora nera”. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare gli esordi della sua carriera teatrale e per capire se, come recita il detto popolare, sia vero che “i matti non esistono”.

Come nasce la tua passione per il teatro?

Ho iniziato a fare teatro all’università, grazie anche al mio interesse per l’antropologia: studiavo lettere e volevo fare il giornalista ma seguivo soprattutto i corsi di storia delle religioni, delle tradizioni popolari e di etnologia. Nelle leggende che studiavo c’erano molte delle storie che da bambino avevo ascoltato raccontare da mia nonna e si trattava soprattutto di storie di streghe: apparentemente erano fiabe di magia ma a me venivano raccontate come vicende vere.

La fiaba come specchio della realtà.

Nella mia famiglia c’era una tradizione secondo la quale il bisnonno di mia nonna aveva catturato una strega e per questo eravamo al sicuro dalle fatture per sette generazioni. C’era poi una modalità particolare nel raccontare queste storie di donne che, dal punto di vista di mia nonna, erano a modo loro emancipate. La strega-donna-emancipata non era un soggetto politico, non si tagliava i capelli, non indossava i pantaloni ma si rendeva libera all’interno della tradizione: cucinava come le altre donne ma preparando pozioni magiche, non era oggetto ma soggetto sessuale, cuciva non vestiti ma fatture. Si trattava, quindi, di un’emancipazione molto concreta che mia nonna ritrovava raccontando queste vicende.

Quali sono stati i primi passi sul palco?

Per fare teatro dovevo frequentare una scuola che me lo insegnasse, cosa che ho fatto per pochi mesi perché poco dopo l’istituto ha chiuso. A quel punto, nel 1995, ho iniziato a recitare con la compagnia del Monte Vaso, un posto tra Pisa e Livorno, dove facevo teatro di strada. Tre anni dopo sono tornato a Roma per fare il servizio civile e ho iniziato a lavorare da solo: prima ho messo in scena “Baccalà”, un racconto che spesso avevo proposto anche in strada, poi “Cicoria”, spettacolo realizzato insieme all’attore Gaetano Ventriglia. Nel 1999 ho proseguito con “Vita morte e miracoli” e nel 2000 con “Radio clandestina”.

Nelle sale cinematografiche adesso c’è il tuo film “La pecora nera”. Da dove nasce l’idea di raccontare i manicomi e la follia?

Nel 2002 ho iniziato a fare interviste negli ex ospedali psichiatrici in giro per l’Italia, con l’idea di raccogliere storie sulla fine dei manicomi, chiusi dopo la legge 180 del 1978. L’intero processo di smobilitazione delle strutture in realtà è durato vent’anni e alcuni piccoli reparti ancora sopravvivono. Con la legge 180 venne sancito che il manicomio era un’istituzione criminale. Detto questo, esistono tutt’ora strutture private, l’elettroshock è ancora considerata una terapia, la contenzione fisica esiste. Anche i manicomi criminali esistono ancora ma hanno cambiato nome, si chiamano Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), in Italia ce ne sono cinque.

E gli psicofarmaci?

Gli psicofarmaci sono usciti dai manicomi perché sono stati superati molti effetti collaterali e sono diventati dei normalizzatori della vita quotidiana.

Le persone con un disagio psichico oggi come vengono considerate dalla società?

Negli anni Sessanta e Settanta c’era lo slogan “i matti non esistono” perché il matto era considerato un rivoluzionario e come tale doveva essere riportato con le sue contraddizioni all’interno della società. Anche oggi possiamo dire che “i matti non esistono”, ma nel senso che non c’è una persona che possa definirsi esclusivamente matta, ammesso che sia così chiara come malattia. E per capire quanto sia labile il concetto di “malato”, basta pensare alla calvizie: fino a qualche tempo fa si cercava di curarla in tutti i modi possibili e di coprirla con parrucchini di ogni tipo, oggi ci sono persone che invece si rasano a zero. C’è dunque una percezione della malattia che produce il disagio. Prendiamo il caso dei tumori: nel senso comune quasi non vengono considerati patologie ma sventure individuali eppure, se si va a guardare il numero di quanti ogni anno muoiono di cancro, la si potrebbe definire una vera e propria epidemia, ben più seria delle varie Sars, influenze aviarie e suine. Ogni malattia, dunque, ha un modo proprio di essere vissuta e soprattutto percepita all’interno della società.

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 19.10.2010

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RACCONTI SUI MIGRANTI PER L’INTEGRAZIONE

Dal racconto del deserto dei migranti alle questioni burocratiche per il rilascio del permesso di soggiorno, fino ad arrivare alla rappresentazione di un’Italia federalista e sempre più lacerata nel suo tessuto sociale, con lo “Stato di Milano” che nega il visto agli abitanti dello “Stato di Bologna”. Nei racconti in gara per la quarta edizione del concorso letterario “La scrittura non va in esilio” – dedicato agli studenti dei licei italiani e promosso lo scorso 15 ottobre presso l’Istituto Massimodal Centro Astalli e dal Centro per il Libro e la Lettura del ministero per i Beni e le Attività Culturali, nell’ambito delle manifestazioni di “Ottobre piovono libri” – ci sono gli ingredienti della vera integrazione e i segnali di allarme di un razzismo che in Italia è sempre più spesso l’altra faccia del quotidiano.

A consegnare i premi, gli attori Ascanio CelestiniValerio Mastandrea ed Evelina Meghnagi. Insieme a loro il presidente del Centro Astalli padre Giovanni La Manna, la portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) Laura Boldrini, e il direttore di Rainews Corradino Mineo. Ad ascoltare i racconti e le motivazioni dei diversi premi, circa 700 liceali di diversi istituti italiani.

Sul tavolo della giuria, composta da giornalisti, insegnanti e rifugiati,circa 150 scritti contro l’intolleranza e l’indifferenza nei confronti dello straniero. Il primo premio è andato a “Il potere del timbro rosso in mano agli uomini” di Lorenza Pacini del liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano. In un’Italia ormai lacerata e divisa, un timbro rosso – approvato o negato – decide del futuro degli “stranieri”, impedisce ricongiungimenti familiari, impone fratture nella convivenza. Il richiamo forte ed esplicito è alla dinamica dei permessi di soggiorno, vera spada di Damocle per quanti desiderano vivere in modo onesto nel nostro Paese: le maglie strette delle leggi e tempi di accettazione sempre più lunghi creano un vero e proprio labirinto di carte per gli stranieri.

«La politica intrapresa dal governo italiano dallo scorso maggio – ha commentato Laura Boldrini consegnando uno dei premi – è di rimandare indietro tutti quelli che tentavano di arrivare sulle coste italiane, senza sapere se fuggivano da una guerra o da una persecuzione e quindi tutelati dall’ordinamento giuridico del nostro Paese e dalla Convenzione di Ginevra. Se noi consideriamo giusta questa misura che non rispetta il diritto – ha proseguito la Boldrini – anche noi italiani rischiamo di fare passi indietro».

A presentare l’evento, il giornalista della Rai Giovanni Anversa che durante la premiazione ha ricordato i quattro militari italiani uccisi in Afghanistan il 9 ottobre scorso.

La vincitrice, infine, vedrà trasformato il suo racconto in un cortometraggio, prodotto dalla Fondazione Centro Astalli. Agli altri premiati, invece, sono state assegnate valigie piene di libri, con il contributo del Centro per il Libro e la Lettura del ministero per i Beni e le Attività culturali.

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 18.10.2010

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AGGRESSIVITA’, VIOLENZA E INDIFFERENZA: INTERVISTA AL SOCIOLOGO DIOTALLEVI

Una donna riceve un pugno in pieno volto dopo una discussione nella stazione della metropolitana dell’Anagnina e finisce in coma. A Milano un tassista viene aggredito e ridotto in fin di vita per aver investito un cane. Quest’estate, nel capoluogo lombardo, un’altra donna era stata uccisa in strada a pugni da un uomo preda di un raptus di follia, mentre è di ieri la notizia di un anziano che ha accoltellato a morte una vicina di casa e ne ha ferita un’altra nel fiorentino: non sopportava i cani delle due donne. Episodi di violenza quasi quotidiani, balzati agli onori della cronaca per la loro brutalità e gratuità, spesso consumati nell’indifferenza di quanti si trovano ad assistervi. Per capire cosa sia saltato nel meccanismo sociale, abbiamo incontrato Luca Diotallevi, professore associato di Sociologia all’università di Roma Tre.

Luca Diotallevi, da dove nascono episodi di violenza come quelli accaduti nei giorni scorsi?
Gli eventi a cui abbiamo assistito in questi giorni non sono occasionali ma caratterizzano tutte le società cosiddette “evolute” e in Italia accadono con una certa frequenza e intensità, spesso per futili motivi. La violenza che li caratterizza è come l’acqua in una bottiglia: se il contenitore si rompe, il liquido si disperde e diviene incontrollabile. Le bottiglie capaci di contenere e arginare l’acqua della violenza sono le autorità e le istituzioni. Queste due strutture sociali esercitano un uso razionale, prevedibile, limitato e responsabile della violenza, tali da rendere la violenza stessa un ingrediente sociale positivo perché diventa sanzione solo in determinate circostanze.

Le istituzioni e più in generale le autorità, dunque, sono in crisi.
Sì, la crisi delle istituzioni e delle autorità può manifestarsi nell’eccesso di lassismo o, viceversa, nell’enfasi dell’autoritarismo. Dopo gli anni Sessanta e Settanta, le istituzioni sociali sono riuscite sempre meno ad esercitare le loro funzioni. In quel decennio, di contro, c’è stato il definitivo compiersi della società degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta: sono migliorati l’istruzione, il reddito medio delle famiglie e tanti altri aspetti della vita quotidiana. Ad una società “cresciuta”, però, non hanno corrisposto istituzioni adeguate: tendenzialmente oggi hanno perso autorevolezza i genitori, i giudici, i giornalisti, i sacerdoti, gli scienziati e tante altre categorie sociali. Oggi come nel ’68 siamo preda dell’idea che possa esistere una società senza autorità e abbiamo costruito una caricatura di modernità.

Questa concezione può portare ad episodi di violenza come quelli visti a Roma e Milano?
Certamente. Quarant’anni fa era scontato che a una signora non si potesse rispondere alzando la voce, altrimenti sarebbe arrivata una “sanzione”. Oggi non è più così. E queste sanzioni non sono solo “familiari” ma devono essere intese a livello più ampio: la società italiana è cresciuta ma le istituzioni che avevano permesso tale crescita – penso alla grande funzione della scuola negli anni Cinquanta – non essendosi riformate non riescono a gestire il successo che hanno prodotto.

In cosa dovrebbe consistere questa riforma?
Le istituzioni dovrebbero mediare, a un livello più elevato, rispetto e libertà: la caratteristica delle società moderne, infatti, è una maggiore libertà individuale e più rispetto del bene pubblico.

L’indifferenza di quanti si trovano ad assistere a questo tipo di aggressioni fa spesso da cornice ai fatti di cronaca: i passanti assistono al pestaggio ma nessuno interviene.
Quell’indifferenza non va letta come complicità, si tratta di vera indifferenza dovuta al fatto che le persone non sanno più come reagire. Mentre prima si sapeva quale atteggiamento era permesso e quale vietato, adesso una certa cultura permissiva – che è l’esatto contrario di quella liberale – e in qualche caso autoritaria, ha privato il cittadino di alcuni comportamenti: di fronte a un pugno sferrato da un giovane a una signora, la gente non sa se approvare o disapprovare un determinato evento poiché non è più allenata alle istituzioni sociali né al discernimento.

EF

Pubblicato sul sito Romasette.it il 14.10.2010

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ROMA «DESTINATA AD ESSERE CAPITALE»

«Dal crogiuolo di tribolazioni, di tensioni spirituali e morali che questo evento suscitò è sorta una prospettiva nuova grazie alla quale ormai da decenni Roma è l’indiscussa capitale dello Stato italiano, il cui prestigio e la cui capacità di attrarre sono mirabilmente accresciuti dall’essere il centro al quale guarda tutta la Chiesa cattolica, anzi l’intera famiglia dei popoli». Così ieri il Segretario dello Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, è intervenuto in occasione del centoquarantesimo anniversario della presa di Roma, celebrato a Porta Pia con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Nel reciproco rispetto della loro natura e delle loro funzioni – ha proseguito il cardinale Bertone – la comunità civile e quella ecclesiale desiderano praticare in questo Paese una vasta collaborazione a vantaggio della persona umana e per il bene dell’intera società».

Deposta una corona davanti al monumento che ricorda l’apertura della breccia in Porta Pia, Napolitano e il cardinale Bertone hanno quindi salutato gli alunni di alcune scuole presenti alla manifestazione e hanno visitato il vicino museo dei Bersaglieri. Il Segretario di Stato Vaticano, a margine della visita ha poi commentato come quella di ieri rappresenti un’occasione per «lavorare insieme per il bene comune». Presenti alla celebrazione anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, il sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali, Francesco Giro, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e i presidenti di Regione Lazio e Provincia di Roma, Renata Polverini e Nicola Zingaretti.

La giornata è poi proseguita in Campidoglio dove il presidente della Repubblica ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Roma, appena trasformata in ente locale speciale “Roma Capitale” (il decreto è stato pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale, ndr). In quest’occasione, Alemanno ha sottolineato come suonino «non solo dissennate ma addirittura autolesioniste, le invettive politiche che puntano a depotenziare il ruolo di Roma Capitale», aggiungendo che «non esiste affatto la “Roma ladrona” che alcuni si ostinano a stigmatizzare».

Citando Cavour, davanti all’Assemblea comunale, il capo dello Stato ha invece spiegato come la Capitale sia «la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali». «Tutta la storia di Roma – ha proseguito Napolitano – dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi, è la storia di una città destinata ad essere la Capitale di un grande Stato». Il presidente della Repubblica è poi tornato a parlare del rapporto tra Stato e Chiesa, entrambi riuniti in un’unica città: «Nessuna ombra pesi sull’unità d’Italia che venga dai rapporti tra laici e cattolici, tra istituzioni dello Stato repubblicano e istituzioni della Chiesa cattolica, venendone piuttosto conforto e sostegno».

Ricevendo la cittadinanza romana, Napolitano ha poi lasciato una nota di ringraziamento sul registro d’onore: «È con particolare personale commozione – ha scritto il presidente della Repubblica – per l’alto riconoscimento conferitomi che rendo omaggio a Roma, più che mai capitale di uno Stato democratico che si trasforma, restando saldamente Stato nazionale unitario». Il sindaco di Roma, infine, ha donato al Presidente la fusione in bronzo della Lupa capitolina originale custodita nei musei Capitolini, e un esemplare in oro, coniato dalla Zecca dello Stato per l’occasione, della medaglia del Natale di Roma.

EF

Pubblicato Roma Sette il 20.09.2010

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UN CONVEGNO PER I 140 ANNI DI ROMA CAPITALE

È iniziata con la dedica delle celebrazioni, da parte del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al tenente Alessandro Romani, morto in Afghanistan venerdì scorso, la tre giorni (da sabato 18 a lunedì 20 settembre) per i 140 anni di Roma Capitale. «Romani – ha detto il primo cittadino – ha perso la vita combattendo e difendendo la libertà contro il terrorismo. Tutta Roma – ha sottolineato Alemanno – vuole essere attenta nel riconoscere questo sacrificio e vuole essere vicino alla famiglia del soldato Romani».
Ad aprire le celebrazioni per l’anniversario della breccia di Porta Pia, un convegno dal titolo “1870-2010: Roma diventa Capitale”, sabato pomeriggio (18 settembre) nella Sala della Protomoteca, che ha visto la partecipazione di storici e giornalisti. Marcello Veneziani ha moderato l’incontro a cui sono intervenuti, tra gli altri, Vittorio Messori, Paolo Mieli, Andrea Riccardi, Francesco Perfetti, Lucio Villari.
Incentrata sulla figura di Pio IX, il Papa della transizione dallo Stato della Chiesa allo Stato italiano, la prima sessione è stata aperta da monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. «L’aggettivo romaios – ha detto Ravasi – nel Nuovo Testamento ricorre per dodici volte e dichiara la presenza non soltanto della città di Roma ma anche dei suoi abitanti. Fra costoro c’è la figura più importante dell’apostolo Paolo che aveva ereditato questa cittadinanza». L’arcivescovo Ravasi ha poi letto l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui San Paolo, nel tempio di Gerusalemme, viene arrestato e portato in una fortezza romana. Poco prima di essere fustigato, ha ricordato il presidente del Pontificio Consiglio, l’apostolo fece valere la sua cittadinanza presso il comandante dei soldati e venne cosi rilasciato. «Questo brano – ha proseguito – sottolinea tutto l’orgoglio dell’apostolo Paolo verso la cittadinanza romana ma anche il rispetto che si creava appena il nome di Roma risuonava». Nel nuovo Testamento, invece, per otto volte viene citata la Capitale. «È logico – ha aggiunto – che sin intrecci la storia e cultura cristiana con questa città».
E tra i punti che più sono stati sottolineati dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, «la distinzione tra Cesare e Dio e tra Stato e Chiesa, ormai ben consapevoli delle specifiche diversità che non rivelano una separatezza ma un incontro».
Secondo Andrea Riccardi, storico e presidente della Comunità di Sant’Egidio, la città di Roma conserva in sé due anime. Citando Papa Montini, Riccardi ha sottolineato come «tuttavia il papato, libero dalla sovranità italiana (dopo la presa di Roma, ndr), non rinunzia ad essere parte della storia di Roma, per il carico del passato, per l’episcopato romano del Papa, perché titolare – sempre Montini a dirlo – di un’altra Roma, quella universale della fede cattolica». Il pontificato di Pio IX, ha proseguito Riccardi, «è il periodo del grande mutamento. Il legame tra Roma e il Papa è qualcosa di irrinunciabile per la Chiesa cattolica. E gli anni di Pio IX – ha continuato – sono il tempo della grande trasformazione per la Chiesa e per l’Italia. In questo quadro di cambiamento epocale, il Pontefice decide di restare a Roma. Si giunge così alla fine di un mondo che apre un abisso tra la Roma dei Papi chiusa nel Vaticano e quella nuova, dinamica, aggressiva, moderna». E la secolarizzazione si vede subito. Aprono le prime scuole laiche (735 nel primo anno) mentre quelle cattoliche calano da 466 a 10: «Il cuore della vita urbana – spiega Riccardi – non erano più il Papa e la Chiesa».
Citando lo storico Theodor Mommsen, Riccardi ha poi lanciato un interrogativo avvertito come irrinunciabile per la Capitale: «A Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che intendete fare? La risposta a tale domanda – ha concluso lo storico – è stata inevasa per decenni. Durante il fascismo è suonata come un’idea imperiale romana. Nell’età della globalizzazione, le città tornano ad essere soggetto di rilievo e di nuovo si pone il problema di quali idee per Roma e di quale idea di Roma».

È iniziata con la dedica delle celebrazioni, da parte del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al tenente Alessandro Romani, morto in Afghanistan venerdì scorso, la tre giorni (da sabato 18 a lunedì 20 settembre) per i 140 anni di Roma Capitale. «Romani – ha detto il primo cittadino – ha perso la vita combattendo e difendendo la libertà contro il terrorismo. Tutta Roma – ha sottolineato Alemanno – vuole essere attenta nel riconoscere questo sacrificio e vuole essere vicino alla famiglia del soldato Romani».
Ad aprire le celebrazioni per l’anniversario della breccia di Porta Pia, un convegno dal titolo “1870-2010: Roma diventa Capitale”, sabato pomeriggio (18 settembre) nella Sala della Protomoteca, che ha visto la partecipazione di storici e giornalisti. Marcello Veneziani ha moderato l’incontro a cui sono intervenuti, tra gli altri, Vittorio Messori, Paolo Mieli, Andrea Riccardi, Francesco Perfetti, Lucio Villari.
Incentrata sulla figura di Pio IX, il Papa della transizione dallo Stato della Chiesa allo Stato italiano, la prima sessione è stata aperta da monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. «L’aggettivo romaios – ha detto Ravasi – nel Nuovo Testamento ricorre per dodici volte e dichiara la presenza non soltanto della città di Roma ma anche dei suoi abitanti. Fra costoro c’è la figura più importante dell’apostolo Paolo che aveva ereditato questa cittadinanza». L’arcivescovo Ravasi ha poi letto l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui San Paolo, nel tempio di Gerusalemme, viene arrestato e portato in una fortezza romana. Poco prima di essere fustigato, ha ricordato il presidente del Pontificio Consiglio, l’apostolo fece valere la sua cittadinanza presso il comandante dei soldati e venne cosi rilasciato. «Questo brano – ha proseguito – sottolinea tutto l’orgoglio dell’apostolo Paolo verso la cittadinanza romana ma anche il rispetto che si creava appena il nome di Roma risuonava». Nel nuovo Testamento, invece, per otto volte viene citata la Capitale. «È logico – ha aggiunto – che sin intrecci la storia e cultura cristiana con questa città».
E tra i punti che più sono stati sottolineati dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, «la distinzione tra Cesare e Dio e tra Stato e Chiesa, ormai ben consapevoli delle specifiche diversità che non rivelano una separatezza ma un incontro».
Secondo Andrea Riccardi, storico e presidente della Comunità di Sant’Egidio, la città di Roma conserva in sé due anime. Citando Papa Montini, Riccardi ha sottolineato come «tuttavia il papato, libero dalla sovranità italiana (dopo la presa di Roma, ndr), non rinunzia ad essere parte della storia di Roma, per il carico del passato, per l’episcopato romano del Papa, perché titolare – sempre Montini a dirlo – di un’altra Roma, quella universale della fede cattolica». Il pontificato di Pio IX, ha proseguito Riccardi, «è il periodo del grande mutamento. Il legame tra Roma e il Papa è qualcosa di irrinunciabile per la Chiesa cattolica. E gli anni di Pio IX – ha continuato – sono il tempo della grande trasformazione per la Chiesa e per l’Italia. In questo quadro di cambiamento epocale, il Pontefice decide di restare a Roma. Si giunge così alla fine di un mondo che apre un abisso tra la Roma dei Papi chiusa nel Vaticano e quella nuova, dinamica, aggressiva, moderna». E la secolarizzazione si vede subito. Aprono le prime scuole laiche (735 nel primo anno) mentre quelle cattoliche calano da 466 a 10: «Il cuore della vita urbana – spiega Riccardi – non erano più il Papa e la Chiesa».
Citando lo storico Theodor Mommsen, Riccardi ha poi lanciato un interrogativo avvertito come irrinunciabile per la Capitale: «A Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che intendete fare? La risposta a tale domanda – ha concluso lo storico – è stata inevasa per decenni. Durante il fascismo è suonata come un’idea imperiale romana. Nell’età della globalizzazione, le città tornano ad essere soggetto di rilievo e di nuovo si pone il problema di quali idee per Roma e di quale idea di Roma».

EF

Pubblicato su Roma Sette il 20.09.2010

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IL PAPA AL CENTRO DON ORIONE BENEDICE LA MADONNINA RESTAURATA: «NON CESSI DI SUGGERIRE PROPOSITI DI CIELO»

«Da questa collina è tornata a vegliare sulla nostra città la maestosa statua della Madonna». Così il Santo Padre Benedetto XVI ha aperto, ieri (giovedì 24 giugno) presso il Centro Don Orione, la cerimonia per la benedizione della Madonnina di Monte Mario, la statua di oltre 9 metri di altezza che dal 1953 veglia sulla Capitale, restaurata dopo i danni subiti a causa di un temporale nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 2009.

Davanti a migliaia di persone, accorse da tutta Italia per assistere all’evento, Benedetto XVI ha ricordato come la statua rappresenti il frutto tangibile del voto popolare, promosso dagli orionini, di oltre un milione di romani espresso il 4 giugno del 1944 e raccolto dall’allora Pontefice Pio XII, «quando le ostilità e le armi facevano temere per le sorti di Roma». «Proprio in quel giorno – ha ricordato il Papa – si ebbe la pacifica liberazione della Capitale» dall’occupazione nazista. «Gli orionini – ha proseguito Benedetto XVI a proposito della Madonnina – la vogliono grande e collocata in alto, sovrastante la città, per rendere omaggio alla santità eccelsa della madre di Dio e per averne un segno di familiare presenza nella vita quotidiana. La Madonnina, come amano chiamarla i romani, non cessi di guardare dall’alto i luoghi della vita familiare, civile e religiosa di Roma, protegga le famiglie, susciti propositi di bene, suggerisca a tutti propositi di cielo».

Citando San Luigi Orione, il Pontefice ha poi sottolineato il valore della carità come traduzione concreta delle opere di bene: «Don Orione – ha proseguito Benedetto XVI – disse in modo lucido e appassionato che il compito della Chiesa è di vivere l’amore per far entrare nel mondo la luce di Dio. La carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori all’amore verso Dio. La carità è la migliore apologia della Chiesa cattolica, la carità trascina, muove, porta alla fede e alla speranza. Le opere di carità – ha sottolineato il Papa – sia come atti personali sia come servizi alle persone deboli, offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell’amore provvidente di Dio. Per fare questo – ha concluso – occorre essere impastati dalla carità suavissima di nostro Signore, mediante una vita spirituale autentica e santa».

Presenti alla cerimonia anche il cardinale vicario Agostino Vallini; ilsuperiore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, don Flavio Peloso; il vescovo ausiliario dell’Aquila, monsignor Giovanni D’Ercole; insieme alle autorità civili, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il presidente della Provincia, Luca Zingaretti, e della Regione, Renata Polverini. Le figura del Papa e della Madonna, ha sottolineato don Peloso, «furono i due riferimenti di fiducia e di fraternità civile in quegli anni di trepidazione e di confusione e continuano ancora oggi a essere due discrete e potenti forze spirituali nella promozione del bene religioso e civile della città di Roma».

Alemanno ha poi ricordato l’impegno dell’Associazione dei costruttori edili romani (Acer) nel restauro della statua «che – ha scherzato il sindaco – dimostra come anche i costruttori abbiano un cuore». Oltre 160mila euro sono stati offerti dall’Acer per il restauro, mentre la comunità del Don Orione ha impiegato circa 37mila euro per porre rimedio ai danni collaterali causati dal crollo. «Dalla Madonna – ha concluso Alemanno – trarremo la forza per risolvere tanti problemi difficili del nostro tempo e per dare solidarietà a tutti i cittadini di Roma, in modo che nessuno sia solo, nessuno si senta emarginato, nessuno sia abbandonato».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 25.06.2010

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GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO: IN PREGHIERA PER LE «VITTIME DELLA SPERANZA»

Se non si muore di guerra, ai confini dell’Europa si muore di speranza. Dispersi nel mar Mediterraneo, asfissiati all’intero di un camion, uccisi alla frontiera. Così, negli ultimi dieci anni, hanno perso la vita oltre 14.700 persone. Migranti fuggiti da Paesi in guerra, le cui esistenze si sono arenate ai piedi delle “mura” di quella che sempre più spesso viene chiamata “Fortress Europe”, la “Fortezza Europa”. La dimensione di questa strage silenziosa è emersa durante la celebrazione ecumenicache si è svolta ieri pomeriggio (giovedì 17 giugno 2010) nella chiesa diSanta Maria in Trastevere, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato.

Il rito è stato officiato dal presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, e vi hanno preso parte sacerdoti ortodossi provenienti dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Moldavia, dalla Romania, prelati valdesi, della Chiesa presbiteriana di Scozia, insieme al direttore del Centro Astalli padre Giovanni La Manna, a monsignor Marco Gnavi, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo, e a diversi sacerdoti della Caritas e della Fondazione Migrantes, delleAcli e del Servizio internazionale dei Gesuiti per i Rifugiati.

«Siamo qui in tanti – ha detto monsignor Vegliò durante l’omelia –, donne e uomini provenienti da molti Paesi diversi, appartenenti a religioni e a tradizioni culturali diverse, per non dimenticare migliaia di fratelli e sorelle che hanno incontrato la morte nel lungo e sofferto cammino intrapreso per uscire dalla miseria. Virtualmente – ha proseguito – desideriamo dare loro sepoltura, creando per ognuno un posto affettuoso nel nostro cuore e nel cuore di questa città».

Uno dopo l’altro, dall’ambone sono stati scanditi i nomi di alcune vittime dei viaggi della speranza: «Jashim, Harun e Mounir, cittadini del Bangladesh, annegati con altre 146 persone nel Mediterraneo vicino alla Tunisia, il 7 giugno 2008»; e ancora «Mobrahtu, Solomon, Abeba, Dawit, Daniel, Biniam, Natanael, Teklab, Hagos, Bereket, e altri 62 eritrei annegati vicino alle coste di Lampedusa dopo 23 giorni di navigazione, il 20 agosto 2009». Ad ogni chiamata è stata accesa una candela, in uno stillicidio di nomi: «Con loro – ha sottolineato don Marco Gnavi dall’altare– ricordiamo anche quanti sono noti solo alla misericordia di Dio».

Ci sono poi i “respinti”, i migranti intercettati in acque internazionali e riportati in Libia dove vengono imprigionati: «Nel campo di prigionia – scrive un gruppo di Eritrei in una lettera inviata alla Comunità di Sant’Egidio – siamo rimasti più di sette mesi, soffrendo torture, malnutrizione e altre malattie».

«Solo nel 2009 – ha aggiunto Daniela Pompei, responsabile Immigrazione della Comunità di Sant’Egidio – per raggiungere l’Europa sono morte almeno mille persone. E non se ne parla». Mentre padre Giovanni La Manna ha concluso: «Il nostro nemico è l’indifferenza e l’assuefazione a provvedimenti come il Pacchetto Sicurezza. Si parla tanto di centralità della persona ma bisogna chiedersi quanto e come questo proposito viene tradotto in fatti».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 18.06.2010

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SOSTEGNO A DISTANZA, NASCE L’ANAGRAFE DEL LAZIO

Il sostegno a distanza come strumento per rispondere alla crisi dei Paesi in via di Sviluppo. Nel Lazio sono oltre duecento, tra organizzazioni non governative, onlus, cooperative e fondazioni, gli enti che attraverso una fitta rete di contatti sul territorio riescono a raggiungere e a inviare fondi nelle zone più svantaggiate del pianeta. Un sistema che, secondo i risultati di una ricerca condotta dall’Osservatorio Povertà dell’Università di Roma Tre e presentata ieri (9 giugno 2010), nella nostra Regione coinvolge quasi 1.700 volontari e 210 organizzazioni, di cui 99 iscritte all’Anagrafe regionale Sostegno a distanza (SaD) del Lazio, nata proprio come completamento dello studio.

«Non essendoci ancora un censimento a livello nazionale degli enti che si occupano di questa attività – ha spiegato Pasquale De Muro, presidente dell’Osservatorio – l’anagrafe vuole essere un ulteriore passo verso la trasparenza e un modo per permettere alle organizzazioni che si occupano di sostegno a distanza di fare rete».

Realizzata con il supporto della Regione Lazio e del ForumSaD – il Fourm permanente per il sostegno a distanza – la ricerca ha messo in evidenza come la maggior parte degli enti che si sono iscritti all’anagrafe – ben 74 – si trovino nella Capitale e nella provincia di Roma. Seguono Frosinone con 11 organizzazioni, Latina con 7, Viterbo con 6 e Rieti con un solo ente.

Interessante anche il dato relativo ai fondi raccolti: 67 milioni di euro in un anno (2008). Nel Lazio, inoltre, sono state 210mila le donazioni che hanno finanziato oltre 300 progetti attivi in più di 60 Paesi nel mondo. Si tratta per lo più di iniziative nell’ambito dell’istruzione e della formazione (175), sanitario (45) e alimentare (39). «La crisi economica – ha spiegato De Muro – non ha inciso particolarmente sul settore del sostegno a distanza poiché le donazioni non vengono fatte una tantum ma sono programmate sul lungo periodo».

Un’unica nota dolente: il 65% delle organizzazioni che su base volontaria hanno aderito all’anagrafe, non hanno inviato i bilanci. Un dato che ha messo in evidenza come, in mancanza di una legge che imponga la totale trasparenza nel settore, questa sia ancora affidata alla discrezionalità delle diverse associazioni. Da questo punto di vista, però, è da sottolineare l’impegno del Forum permanente per il Sostegno a distanza che ha messo a punto linee guida per le associazioni. «Negli anni scorsi – ha spiegato Vincenzo Curatola, presidente del ForumSaD – questo settore è stato erroneamente avvicinato alla cooperazione internazionale, accusata anche dai politici nostrani di riciclare denaro sporco. Si è trattato – ha concluso – di palese disinformazione. Sono due ambiti del tutto diversi».

EF

Pubblicato su Romasette.it il 10 giugno 2010

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FACCHINETTI (POOH) E PANCALLI (CONI) A CONFRONTO SUL “SUCCESSO”

«La felicità è desiderare ciò che si ha». A sintetizzare lo spirito dell’incontro dal titolo “Le condizioni interiori del successo: genio e sudore” sono le parole dello scrittore Ennio Flaiano, citato durante il dibattito “a tre” che si è svolto sabato 22 maggio tra i ragazzi dell’istituto Massimo di Roma, quartiere Eur, il vicepresidente del Coni, Luca Pancalli, e il cantante dei Pooh, Roby Facchinetti.

Costretto su una sedia a rotelle dopo una caduta da cavallo quando aveva appena 17 anni ed era agli inizi di una carriera agonistica come pentatleta, Luca Pancalli ha parlato ai ragazzi di medie e liceo del concetto di successo, analizzandolo però dal punto di vista della gratificazione personale, lontana da qualsiasi riconoscimento e condizionamento esterno: «L’incidente – ha spiegato il vicepresidente del Coni – mi ha insegnato ad affrontare la vita e se dovessi tornare indietro, sceglierei di rivivere esattamente tutto così com’è accaduto. Le difficoltà ci danno il metro della nostra esistenza e delle nostre aspirazioni perché – ha proseguito citando Flaiano – “la felicità è desiderare ciò che si ha”, saper essere persone normali. Oggi invece il messaggio diffuso dalla società è opposto: se non sei di successo non esisti. Ed è falso».

Leader di uno dei gruppi storici del panorama musicale italiano, i Pooh, Roby Facchinetti ha invece sottolineato come oltre al “genio” e al “sudore” citati nel titolo dell’incontro, «per raggiungere il successo siano necessarie anche le lacrime che vanno condivise con chi ti sta accanto; nel mio caso – ha spiegato l’artista – si è trattato dei miei compagni, i Pooh». «Quando abbiamo raggiunto il successo – ha continuato Facchinetti – all’interno della band ci siamo messi tutti sullo stesso piano per evitare le invidie e le tentazioni di essere leader del gruppo. In tutti questi anni abbiamo imparato che un’idea condivisa diventa patrimonio di tutti ed è stato il segreto per andare avanti senza spaccature».

Incalzanti, le domande da parte dei ragazzi hanno toccato molti aspetti della vita professionale e personale dei due protagonisti, fino a chiedere conto di un sistema, quello italiano, per cui sembra che il successo sia legato solo alle conoscenze, alle segnalazioni, alle raccomandazioni. «In questo periodo – ha ammesso Pancalli – assistiamo ad un calo assoluto dei valori e sembra che se non si frequentano i salotti giusti non si va avanti. Il nostro Paese – ha aggiunto – è alla deriva e viviamo una situazione drammatica, d’altronde basta aprire i giornali per rendersene conto». Una consapevolezza che non deve però scoraggiare i giovani ma renderli consapevoli delle difficoltà, delle “lacrime” evidenziate dal cantante dei Pooh: «Ricordo – ha detto Facchinetti – che una volta suonammo in un teatro per soli cinque spettatori paganti, nel 1990 invece arrivò la vittoria al festival di Sanremo con la canzone “Uomini soli”. Non bisogna mai perdersi d’animo». «Le scorciatoie – ha aggiunto Pancalli – funzionano fino a un certo punto. Il doping nello sport o escamotage come le droghe sono la consacrazione dell’insuccesso».

Il dialogo fra le generazioni sui temi del successo e della realizzazione di sé, promosso dalle realtà ecclesiali legate ai Gesuiti, continuerà il prossimo 5 giugno con il dibattito “C’è ancora posto per i giovani? Le condizioni sociali per avere successo nella vita”.

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 24.05.2010

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NELLA SOFFERENZA DA “BUONI SAMARITANI”

È la carità il filo rosso che unisce l’attività di quanti, tra medici, infermieri, volontari e ammalati, ieri (16 maggio) hanno ricevuto il“Premio Buon Samaritano”, nella cornice del teatro della parrocchia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. A consegnare le targhe nella XIII edizione della giornata di fraternità, il vescovo delegato per l’assistenza religiosa negli ospedali di Roma, monsignor Armando Brambilla, e l’attrice Claudia Koll.

«Quello del samaritano – ha spiegato il presule – è uno stile che cerca di seguire le orme di Gesù attraverso la vicinanza agli ammalati. La maggior parte dei premiati – ha continuato monsignor Brambilla – sono laici, segno che quello del samaritano è uno stile di carità che può contraddistinguere chiunque. Se c’è una specificità nell’ambito della fede è che il samaritano non agisce solo per il prossimo ma anche per Gesù Cristo. Questo riconoscimento – ha concluso – è un’occasione per mettere in evidenza la bellezza della carità».

Tredici le targhe consegnate, di cui tre alla memoriarispettivamente del medico Monica Cappelletti, e di due ammalate,Stefania CastiglionMarina Minnucci, che con la loro attività e il loro calore hanno saputo portare conforto a quanti vivevano un periodo di sofferenza. Suor Alessandra Rossi, dell’ordine delle Ospedaliere della Misericordia e coordinatrice Dea presso la struttura del San Giovanni-Addolorata, ricevendo la targa del Buon Samaritano ha sottolineato la necessità di trovare «quel condimento giusto che aiuta a stare accanto a chi soffre». Insieme a suor Alessandra, è stata premiata anche suor Lina Corvino, delle piccole operaie dei Sacri Cuori, per il suo impegno all’interno del convento.

Tra i medici insigniti della targa del Buon Samaritano, il direttore generale del Policlinico Umberto I, Ubaldo Montaguti, il direttore del day-hospital per Talassemici del Sant’Eugenio, Paolo Cianciulli, e il professor Agostino Fremiotti primario di Ematologia al San Giovanni Addolorata. «Dodici anni fa – ha raccontato Montaguti ricevendo il premio – il cardinale Carlo Maria Martini mi fece comprendere come sia essenziale passare dalla semplice presa in carico del paziente a una prassi del “care”, dell’attenzione e della vicinanza a chi soffre».

Cinque, invece, i volontari premiati: Eligio Aldieri, (volontario presso l’ospedale Sant’Eugenio), Sara Rosalia Aloe (Umberto I), Valeria Franzero (volontaria Arvas al San Giovanni), Alessandro Raganato(presso la casa di cura Villa Sacra Famiglia) e Nicolino Latrofa(presso il Centro per la pastorale sanitaria del Vicariato).

A condurre la premiazione, l’attrice Claudia Koll, a sua volta premiata da monsignor Brambilla per l’impegno a favore dei più deboli che dal 2005 si è concretizzato nelle attività dell’associazione “Le opere del Padre”. «Ho incontrato il Signore in un periodo particolarmente difficile – ha concluso la Koll – dopo anni di lontananza dalla Chiesa e un periodo disordinato in cui non rendevo conto ad alcuno della mia vita. L’associazione è nata da questo cammino di conversione».

EF

Pubblicato su RomaSette.it (Avvenire) il 17 maggio 2010

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TERREMOTO IN ABRUZZO: LA VITA IN TENDOPOLI A UN MESE DAL SISMA

Un bambino africano pedala veloce lungo le corsie della pista di atletica, s’incurva leggermente e zigzaga tra due signore ferme a parlare. Pochi istanti e scompare tra le tende con la sua maglietta rossa, numero 18, di «Cassano». Siamo in via Toscana, al centro dell’ex campo sportivo dell’Aquila, dove adesso sorge la tendopoli di Piazza d’Armi. Qui hanno trovato rifugio oltre quattromila sfollati.

A differenza di un mese fa, la macchina dei soccorsi è stata avviata e ha iniziato a curare anche i particolari, a partire dall’accoglienza all’ingresso del campo: se prima si poteva accedere senza bisogno di mostrare i documenti, adesso si viene accompagnati da un carabiniere a un banchetto. A chiedere nome e cognome è Monja, una scout di 27 anni che lavora come maestra di sostegno in una scuola materna di Modena. «Per ora siamo in dieci – spiega –: quattro scout del gruppo di Modena e altri sei dalla Calabria. Ci occupiamo di logistica e segreteria, siamo coordinati dall’Agesci che riceve indicazioni dalla Protezione civile. L’importante – conclude – è esserci e dare una mano».

La vita all’interno del campo scorre lenta, quasi ovattata. Le persone attendono che alle promesse sulla ricostruzione seguano i fatti. Nella tenda numero 2 incontro un gruppo di francescani, giunto dal noviziato interprovinciale di Spoleto. «Siamo arrivati nella tendopoli 15 giorni fa – racconta fra Giannicola Paladino – e fin da subito abbiamo portato avanti un censimento pastorale, perché anche il rito della prima Comunione o della Cresima può essere un segno di ritorno alla normalità. Per ora non siamo in grado di iniziare nuovi corsi di catechismo – conclude – ma stiamo cercando di terminare i cicli che i bambini, una trentina in tutto, avevano intrapreso prima del terremoto».

Poco distante, appena fuori dal perimetro della pista d’atletica, ci sono Giordano e Silvia, due ragazzi vestiti da clown-dottori. Il primo indossa un naso rosso e un cappello a forma di gallina, la seconda un camice colorato e una parrucca bionda: «I bambini – spiega Giordano – percepiscono il disagio di questa situazione ma, a differenza degli adulti, riescono ancora a incuriosirsi e a sorprendersi di quanto gli accade attorno». «Il nostro servizio – aggiunge Silvia – è quello di trasformare questa loro sofferenza, a cui spesso non sanno dare neanche un nome, in gioco».

Nell’altra grande tendopoli, quella di Collemaggio, da quindici giorni è stata inaugurata una scuola. «Dieci bambini frequentano la materna, 20 le elementari e 25 le medie», informa suor Luciana Fagnano, dell’ordine francescano e preside dell’istituto Barbara Micarelli. Il registro delle assenze e delle presenze è un semplice block notes. «Per ora le lezioni si svolgono nella stessa tenda dove ci si ritrova poi per il pranzo e per la cena – racconta –, speriamo che in un prossimo futuro ci forniscano una struttura più consona ai bisogni dei bambini».

Nel centro storico dell’Aquila, invece, ormai regna il silenzio. Sono sparite le telecamere, i fotografi, i corrispondenti e i taccuini. L’unico rumore è quello dei propri passi. Ai margini delle palazzine crollate sono ammassati mobili, vestiti, libri, cartelle, album di fotografie e quaderni con appunti di lavoro. Tracce di una vita che si è fermata alle 3,32 di un mese fa. A raccontare le prime ore dopo il sisma è il generale della Guardia di Finanza, Fabrizio Lisi, comandante della caserma di Coppito, futura sede del G8. «Fin da subito circa 200 dei nostri allievi marescialli hanno scavato a mani nude insieme ai Vigili del Fuoco, in attesa dei rinforzi. Alcuni di loro – spiega – con appena venti giorni di servizio militare alle spalle, si sono ritrovati a prestare servizio presso l’obitorio: componevano e vestivano le vittime. Il terremoto – conclude – ha coinvolto tutti, nessuno sarebbe potuto restare con le mani in mano».

APPROFONDIMENTO: L’arcivescovo Molinari: «Aquilani, siete chiamati alla speranza e alla concretezza» (intervista – EF)

EF

Pubblicato su Roma Sette (Avvenire), 08.05.09

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L’AQUILA TRA PAURA E SILENZI

Fuori dalla tenda verde militare, adattata a chiesa da campo, un’animatrice della Croce Rossa gioca con un bambino ospite della tendopoli di Collemaggio, alle spalle dell’omonima basilica sfondata dalla scossa della notte tra domenica 5 e lunedì 6 aprile. Le tende blu e bianche sono state montate in poco meno di una giornata. «Siamo partiti lunedì mattina dalla Toscana e quando siamo arrivati il piazzale era completamente invaso dalle automobili dove le famiglie si erano rifugiate dopo la scossa – racconta la coordinatrice Anna Matteoni –, adesso possiamo ospitare circa 600 persone, più altri 100 volontari».

Tra gli operatori anche alcuni laici, sacerdoti e suore francescane, giunte all’Aquila per il sostegno spirituale ai terremotati. Indaffarato tra le tende, ecco Leonardo Becchetti, presidente nazionale delle Comunità di Vita Cristiana (CVX): «Siamo qui per dare un conforto agli aquilani – spiega – ed è sorprendente vedere come nella tragedia le persone riscoprano un sentimento comunitario, prima probabilmente ritenuto marginale. È un valore che tiene uniti quanti hanno perso tutto. Tra poco – conclude – partiamo per celebrare Messa a Onna. Sono questi i momenti in cui le persone vivono maggiormente la fede». Verso l’uscita del campo, intanto, in cucina i volontari preparano il pranzo e la mensa inizia a popolarsi.

Fuori la città è deserta. Interi palazzi con le pareti esplose in pochi attimi al passaggio della scossa, finestre mute, sconocchiate e vuote. Le anime di ferro del cemento armato piegate verso l’esterno, le travi storte o collassate sul pavimento. In diversi punti della città si riesce perfino a distinguere l’interno delle stanze, sbucciate delle pareti: una libreria con i volumi rimasti in bilico sullo scaffale, un letto con la coperta rossa, una sedia impagliata su cui è crollato un enorme mattone arancione, incrostato di cemento.

È la vita quotidiana di una famiglia fotografata e resa immobile dal passaggio della scossa. A L’Aquila il tempo lo vedi, lo tocchi, lo avverti. Il passato e il futuro si misurano nell’immobilità di ciò che resta delle abitazioni, del vissuto che contenevano e del silenzio che adesso le governa. La vita, per chi si è salvato, si è spostata ai margini, fuori città.

Uno dei campi più attrezzati è stato allestito alla stazione ferroviaria dell’Aquila. Ci si arriva costeggiando quelle che fino alle 3,32 di lunedì 6 aprile erano le mura di cinta della cittadella medioevale e che adesso giacciono sbriciolate lungo il terrapieno. Nei vagoni messi a disposizione da Trenitalia i volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri hanno allestito un ricovero di fortuna. C’è una mensa al chiuso e i bagni sono quelli della stazione. «I Vigili del Fuoco hanno confermato l’agibilità di questi locali e così ci siamo attrezzati – racconta un ex-carabiniere venuto da Torino –; c’è un punto medico e circa 800 posti disponibili nei vagoni». Peccato che di giorno le carrozze siano roventi e durante la notte i sensori del riscaldamento attivino di conseguenza l’aria condizionata. «È un problema che stiamo cercando di risolvere con l’aiuto dei tecnici – spiega il carabiniere mentre mi accompagna a vedere il campo –. L’ideale sarebbe lasciar raffreddare i vagoni e accendere il riscaldamento a notte inoltrata». Negli scompartimenti, le tracce di un sonno recente. Qualche bottiglia d’acqua, cuscini sparsi e le coperte ammassate ai piedi del “letto”. I vagoni sono puliti, i bagni disinfettati. «Nelle prime ore successive al terremoto – continua il carabiniere – ci siamo trovati davanti al dramma nel dramma: abbiamo sorpreso alcune persone in un negozio che riempivano bottiglie con l’acqua del rubinetto e poi andavano in giro per i parcheggi a venderle a quanti si erano rifugiati nelle automobili».

A pranzo la fila è composta e silenziosa. I volontari di Legambiente offrono pasta al sugo, pomodori, mozzarella o tonno. E la frutta si può scegliere: arance o mele. A tavola quasi nessuno parla. «Per ora i rifornimenti arrivano con regolarità e i volontari pure – spiega il carabiniere salutandomi –. Si spera solo che tra qualche mese gli italiani si ricorderanno ancora delle vittime e degli sfollati provocati da questo terremoto».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it (Avvenire)

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FOCUS: GIOVANNI PAOLO II IL TESTIMONE DEL CONCILIO

Si è concluso giovedì scorso, 30 ottobre, il convegno internazionale dal titolo “Il Vaticano II nel pontificato di Giovanni Paolo II”, organizzato dalla Facoltà teologica San Bonaventura-Seraphicum e dalla Fondazione intitolata a Papa Wojtyla. Una tre giorni che ha permesso di comprendere come il compianto Pontefice abbia interpretato storicamente le istanze espresse dal Concilio ecumenico.

Secondo il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, Giovanni Paolo II seppe leggere la storia dell’uomo e della Chiesa alla luce del messaggio ecumenico conciliare, «superando interpretazioni prevenute e parziali» e «rinnovando nella continuità» la Chiesa, alla luce dei documenti conciliari che invitavano a «tradurre il Vangelo in un modo comprensibile all’uomo contemporaneo».

«La bussola – come l’ha definita il professore George Weigel – per comprendere la crisi postmoderna dell’uomo contemporaneo è la Gaudium et Spes, che ha segnato un punto di svolta aprendo la Chiesa ad un dialogo con l’uomo moderno che rischiava di restare vittima del razionalismo e di un eccessivo fideismo nei confronti della scienza. Davanti ad un documento che intuì solo in parte la crisi antropologica che di lì a poco sarebbe scaturita dall’unione tra un agnosticismo diffuso e lo sviluppo delle scienze biologiche, Giovanni Paolo II dimostrò una «capacità profetica» e seppe indirizzare la Chiesa verso una pastorale rinnovata.

Il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha aggiunto che ad aggravare la crisi postmoderna dell’uomo è stata la soppressione delle differenze sessuali, divenute ormai un confine «insignificante». Secondo il porporato, infatti, si è verificata una «sconnessione operata nella e dalla post-modernità fra matrimonio e famiglia e natura della persona umana» che «ha condotto e sta conducendo verso una totale artificializzazione della famiglia e del matrimonio». Unico rimedio alla crisi imperante, ha sottolineato anche l’arcivescovo di Cracovia, cardinale Stanislaw Dziwisz, si conferma il messaggio di Cristo, l’unico in grado di «scuotere le coscienze intorpidite della donna e dell’uomo del nostro tempo».
EF

Pubblicato su Roma Sette il 03.11.08

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PRIMA PIETRA A SAN CIRILLO ALESSANDRINO

Da un lato la campagna, dall’altro un complesso di edilizia popolare. Qui, nel quartiere di Tor Sapienza, in viale Giorgio Morandi, sorgerà la nuova chiesa di San Cirillo Alessandrino, nel quadrante orientale della diocesi. A celebrare domenica 12 ottobre la Messa per la benedizione e posa della prima pietra, l’arcivescovo vicegerente Luigi Moretti, che fin da subito ha sottolineato come in trent’anni siano state oltre 60 le chiese costruite dal Vicariato nel territorio romano: «Negli anni Settanta – ha spiegato all’inizio della celebrazione – oltre 800mila persone non sapevano dove riunirsi per pregare, oggi la situazione è nettamente migliorata ma c’è ancora molto da fare. Attualmente sono otto i cantieri aperti per l’edificazione di nuove chiese».

Padre Marc Benazet, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù, parroco di San Cirillo Alessandrino, ha poi raccontato l’impegno della parrocchia rievocandone la storia: «Quando nel 1963 giungemmo in questo quartiere c’erano pochissime case ed una distesa sconfinata di campagne. Basti pensare che il territorio della nostra parrocchia comprendeva quello che adesso appartiene a due comunità vicine, San Tommaso D’Aquino e Dio Padre Misericordioso. Solo nel 1978 – ha continuato – iniziarono a costruire le prime abitazioni di edilizia popolare. Eravamo ai confini più esterni di Roma».

Ma benedire la prima pietra non basta, ha sottolineato l’arcivescovo durante l’omelia: «Il vero impegno, quello forse più difficile, consiste nel costruire una Chiesa viva. La comunità deve essere segno credibile della vita in Cristo, altrimenti la nuova struttura sarà simile ad una casa vuota». È necessario, secondo il presule, «riconoscere il prossimo e accoglierlo, incontrando Dio nella storia attraverso i suoi discepoli». In una parola: farsi comunità.

«Da sempre – ha dichiarato padre Benazet – la nostra parrocchia è stata un punto di riferimento per questo quartiere. Ogni domenica vediamo con soddisfazione la partecipazione alla Messa». Tre i sacerdoti che si occupano delle celebrazioni domenicali. E l’azione pastorale è sempre andata avanti, nonostante le difficoltà logistiche dovute alla struttura provvisoria: «Quando entrava un gruppo parrocchiale, l’altro doveva uscire, ma non per questo le attività venivano limitate – ha concluso padre Benazet –. Gli incontri del catechismo e dei giovani sono stati sempre molto frequentati».

Al termine della Messa, una lunga processione guidata dall’arcivescovo ha percorso le vie del quartiere portando la prima pietra per la benedizione fino al sito scelto dal Comune di Roma e dal Vicariato. «La chiesa che sorgerà in questo quartiere – ha affermato Roberto Mastrantonio, presidente del VII Municipio – farà da cerniera tra due realtà socialmente critiche, Casale Rosso e Tor Sapienza, e vuole essere un primo passo verso il recupero di questa zona di edilizia residenziale popolare». Mentre dal disegnatore del progetto, l’architetto Maicher Biagini, è giunta una rassicurazione di tipo estetico: «Sarà una chiesa dallo stile moderno ma non aggressivo, progettata sia per integrarsi con lo sfondo della campagna romana che per divenire un simbolo e un centro di aggregazione nel quartiere».
EF

Pubblicato su Roma Sette il 13.10.08

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DIRETTA RECORD PER LA BIBBIA IN TV

Sarà la diretta televisiva più lunga mai realizzata da un’emittente pubblica. Da domenica 5 fino a sabato 11 ottobre, per sette giorni e sei notti, esponenti religiosi, politici, attori, giornalisti e centinaia di persone comuni leggeranno davanti alle telecamere della Rai il Vecchio e il Nuovo Testamento. In una parola: la Bibbia. Ad aprire la lettura del testo sacro sarà alle 19 di domenica Benedetto XVI, seguito da Ilario Alfeev, rappresentante del patriarca ortodosso Alessio II. Rai Uno trasmetterà la prima e l’ultima ora di questa iniziativa che, non a caso, ha come titolo “La Bibbia giorno e notte”; quindi il testimone della diretta passerà alle frequenze satellitari di Rai Edu 2. Per 24 ore al giorno, senza interruzioni (tranne una serie di brani musicali) né commenti, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme circa 2.000 persone, tra lettori (1.250) e accompagnatori provenienti da 37 Paesi, proclameranno 1.144 brani della Bibbia: 800mila parole, una media di 4700 ogni ora.

A sorprendere però non sono solo i numeri ma la dimensione ecumenica dell’iniziativa, che ha confermato la Bibbia come testo capace di unire le diverse religioni mondiali. Davanti al leggìo, infatti, si alterneranno 30 esponenti delle Chiese riformate, 6 musulmani, 16 ebrei, esponenti ortodossi, e, tra i cattolici, i 40 padri sinodali (quindi anche il cardinale vicario Agostino Vallini) dell’assemblea al via oggi proprio sulla parola di Dio. Gli ebrei proclameranno una parte dei brani in ebraico con successiva traduzione, e lo stesso sarà per il metropolita ortodosso Gennadios, che leggerà in greco, e per il patriarca siriano Gregorio III Laham, che userà l’arabo.

Tra i lettori, giornalisti e direttori di importanti quotidiani, come Giovanni Maria Vian (L’Osservatore Romano), Dino Boffo (Avvenire) e Ferruccio De Bortoli (Il Sole 24 Ore). Insieme con diversi politici, tra cui tre presidenti emeriti della Repubblica italiana: Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi. Mentre tre lettori non vedenti leggeranno il braille e un sordo-muto verrà accompagnato da un interprete.

«Abbiamo deciso di lavorare a una non-stop di questo tipo – ha dichiarato Giuseppe De Carli, direttore di Rai Vaticano e ideatore del progetto insieme a Elena Balestri – dopo aver visto Roberto Benigni recitare su Rai Uno “La Divina Commedia” di Dante. Se era stato possibile realizzare una trasmissione simile per un’opera letteraria – ha continuato – a maggior ragione la si sarebbe potuta ripetere per la Bibbia».

I numeri rendono nel concreto il successo dell’iniziativa. Da quando è stata data la possibilità a tutti di prenotarsi per via telematica alla lettura dei brani, il sito internet de “La Bibbia giorno e notte” ha registrato oltre 183mila accessi. Tanto da permettere agli organizzatori di stilare una lista di attesa di quanti, non avendo fatto in tempo a scegliere un passo da leggere, hanno comunque dato la loro disponibilità ad essere considerati “riserve”. Tutti a titolo volontario.

Un impegno concreto è poi venuto anche dal Comune di Roma: «Con i colleghi della Rai – ha spiegato Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma – abbiamo una conferenza dei servizi sempre aperta e pronta a risolvere le necessità del momento». Oltre alla frequenza di Rai Educational, infine, la lettura della Bibbia sarà trasmessa anche dal sito www.labibbiagiornoenotte.rai.it, dal circuito radiofonico di Radio In Blu e dalle emittenti Sat2000 e Telepace, che dedicheranno l’intero palinsesto notturno all’evento.
EF

Pubblicato su Roma Sette il 03.11.08

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L’EUCARISTIA NEL SIMBOLO DEL CONSUMISMO

Portare il messaggio di Cristo anche lì dove non ci si aspetterebbe di ascoltarlo. Con questo spirito un gruppo di laici della parrocchia Beata Teresa di Calcutta, nel quartiere Ponte di Nona, domenica 28 settembre ha promosso l’Eucaristia in una delle sale cinematografiche del centro commerciale di Roma Est.

L’iniziativa, unica nel suo genere, è stata possibile anche grazie alla disponibilità della direzione del centro commerciale di Roma Est. «Quando abbiamo presentato la nostra proposta – racconta Lorenzo Calvario, tra i promotori dell’iniziativa – la risposta è stata del tutto positiva e anzi, ci è stato chiesto di ripeterla anche durante le quattro domeniche di Avvento».

A celebrare la Messa, nell’ambito della missione popolare della parrocchia, sotto un maxischermo su cui viene proiettato un Cristo benedicente, don Paolo Lojudice, assistente spirituale del Seminario Maggiore. Tra i missionari, sono impegnati infatti alcuni alunni del Maggiore.

Prendendo spunto dalla parabola del pubblicano e della prostituta del Vangelo domenicale, il sacerdote spiega quale dev’essere il senso più vero della missione dei cristiani laici: «Al centro dell’evangelizzazione c’è l’accettazione delle differenze, sia in famiglia che in città». È necessario, secondo don Paolo, recuperare quel contatto umano con il prossimo che sempre più va perdendosi: «Slogan come “ripuliamo le città” da questa o quella etnia – domanda ai fedeli – significano forse “ripuliamo la città dalle persone”?». Celebrare l’Eucaristia fuori dai confini della chiesa assume dunque un significato più ampio. Non solo legato ad un’evangelizzazione portata in luoghi considerati agli antipodi rispetto al raccoglimento domenicale attorno all’altare, ma motivato da una disposizione all’accoglienza di quanti, di primo acchito, appaiono distanti: «La via della fede – conclude il sacerdote – è vivere il quotidiano nell’apertura verso il prossimo».

All’ingresso del primo piano, sotto un gazebo, alcuni parrocchiani annunciano l’inizio della Messa. «La nostra è una missione spirituale prima che umana – spiega Patrizia Calvario, moglie di Lorenzo – vogliamo fare in modo che la gente si interroghi e si fermi a riflettere sul fatto che anche in un luogo come questo è possibile l’incontro con Dio». Ma le risposte non sono sempre positive.

Non mancano i pregiudizi. «Molti pensano che siamo qui per chiedere soldi – continua Patrizia – e così siamo stati costretti ad esporre un cartello per dire che non si accettano donazioni in denaro». Eppure, alle 11.30, la sala numero 1 del cinema interno al centro commerciale è quasi piena. Seduti sui divanetti rossi ci sono numerosi parrocchiani ma anche persone che poco prima si erano viste in giro per i negozi del centro Roma Est. «È necessario da parte nostra instaurare un contatto umano con la gente – aggiunge Patrizia – e in un posto come questo il nostro tentativo sorprende. D’altronde – conclude – il futuro dell’evangelizzazione è laico ed è affidato soprattutto all’attività delle famiglie».

Al termine della celebrazione la soddisfazione dei partecipanti è palpabile. «Quello di oggi – osserva ancora don Paolo – è stato però un segno concreto di presenza e apertura verso gli abitanti di Ponte di Nona e verso la città di Roma che qui viene a fare acquisti».
EF

Pubblicato su Roma Sette il 29.09.08

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CARITAS DIOCESANA: “ROMA UNA CITTA’ FRAGILE”

L’undicesimo convegno delle Caritas parrocchiali e dei centri d’ascolto ha fatto il punto sulle povertà e i disagi sociali nella capitale. Riaffermata la necessità di un’adeguata qualificazione degli operatori
La parrocchia come punto di riferimento dell’accoglienza e luogo di riconoscimento reciproco tra le culture. Con questo spirito si è chiuso l’XI convegno delle Caritas parrocchiali e dei centri d’ascolto, che si è svolto lo scorso 24 maggio presso la sede dell’arciconfraternita di Sant’Ombono.
Riaffermata innanzitutto la necessità di un’adeguata qualificazione degli operatori. «Non basta la buona volontà – ha sottolineato monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas diocesana – bisogna che i volontari siano professionalmente formati e sappiano rispondere in modo efficace ai tempi che cambiano».
Tra le iniziative su cui la Caritas punta maggiormente, c’è l’Emporio della Solidarietà, ideato insieme ad altre realtà ecclesiali e parrocchiali romane, che sorgerà presso la struttura di Santa Giacinta, a Ponte Casilino. «Verrà aperto il 26 maggio e inizierà la sua attività sperimentale fino a dicembre dal giorno successivo – ha spiegato monsignor Di Tora -. Sarà un supermercato di sostegno a quanti vivono una situazione di disagio economico. Si partirà con 200 famiglie già selezionate e 300 prodotti sugli scaffali. Sarà necessario capire – ha aggiunto il sacerdote – se i prodotti che proponiamo sono realmente utili alle famiglie e se riusciamo a sostenere lo sforzo degli approvvigionamenti». Per i meno abbienti è inoltre prevista una tessera che permetterà di fare acquisti gratuitamente, per un valore e un periodo di tempo limitato.
Tra gli ospiti, il neoassessore alle politiche Sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso, intervenuta all’inizio del dibattito per ribadire la volontà di collaborare con la Caritas diocesana e le parrocchie: «Voi operatori avete costantemente la sensazione di quanto accade sul territorio – ha dichiarato –, insieme possiamo fare progetti concreti per il futuro». Prima dei saluti, inoltre, Belviso ha confermato l’appuntamento, previsto per il prossimo giovedì presso gli uffici dell’assessorato, con il direttore della Caritas diocesana per discutere dei problemi sociali più urgenti della capitale.
A margine dell’incontro, don Guerino è poi tornato a parlare dei progetti futuri: «Vorremmo dare vita a gemellaggi tra famiglie benestanti e meno fortunate, per risolvere la nuova povertà di relazioni che ammala la nostra società. Con la nuova giunta comunale – ha continuato – vogliamo aprire tavoli di confronto e dialogo, per creare progetti di lavoro condivisi».
Durante l’incontro è stata presentata anche una relazione di Carla Collicelli, ricercatrice della Fondazione Censis, sul fenomeno della povertà in Italia, non più solo economica ma anche e soprattutto sociale e valoriale. Tra gli ospiti, don Giovanni D’Ercole, che è intervenuto sulla necessità di unire al volontariato anche la preghiera continua, faro per ogni relazione umana e professionale.
Diverse, infine, le testimonianze e i dubbi degli operatori Caritas: «I nostri utenti principali sono stranieri in cerca di lavoro e il pericolo per noi è di divenire un centro di collocamento – ha dichiarato Pasquale, volontario presso la parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito -. Dopo i nuovi provvedimenti sulla sicurezza, inoltre, vorremmo capire quale comportamento adottare nei confronti di chi si presenterà senza permesso di soggiorno». La Caritas puntualizza: è sempre consentito il sostegno di base previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (sostentamento, cure mediche, istruzione per i minori).
EF
Pubblicato su Roma Sette il 26.05.08

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SAN FRANCESCO CARACCIOLO, UN CARISMA SEMPRE ATTUALE

«Oggi più che mai è necessario riscoprire il messaggio di San Francesco Caracciolo per divenire missionari attenti verso i poveri, troppo spesso dimenticati nel villaggio globale in cui viviamo». Questo il messaggio con cui padre Raffaele Mandolesi, preposito dei padri caracciolini minori, il 29 febbraio scorso ha aperto l’incontro di studi dal titolo “Dal pane accolto al pane condiviso – San Francesco Caracciolo un carisma sempre attuale”, organizzato presso l’Università Salesiana di Roma, a 400 anni dalla morte del Santo, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari minori (padri caracciolini).
Nato nel 1563 a Villa Santa Maria (Chieti) e morto ad appena 44 anni ad Agnone, San Francesco Caracciolo ha dedicato la sua esistenza ai poveri, ai carcerati e ai malati. «Caratteristica peculiare dei caracciolini – ha ricordato padre Nello Morrea – è da sempre la “preghiera circolare” per cui, a ogni ora del giorno o della notte, c’è sempre un religioso in preghiera. Chi prega offre a Dio le tante opere buone che gli altri stanno compiendo». Fondato con l’aiuto di Agostino Adorno e Fabrizio Caracciolo, «il movimento è stato sempre riconosciuto dai diversi papi che si sono avvicendati in San Pietro – ha sottolineato il cardinale Agostino Cacciavillan, titolare della parrocchia caracciolina degli Angeli Custodi a Roma –, a conferma di come l’azione di carità sia stata sempre condotta nel segno della Chiesa postridentina». Di carattere storico-accademico, invece, la relazione del professor Roberto Morozzo della Rocca, docente di Storia all’università di Roma Tre, che ha focalizzato l’attenzione sul contesto urbano e sociale della Città Eterna all’epoca di Francesco Caracciolo. «Nel Cinquecento i papi furono i principali restauratori della bellezza estetica di Roma – ha spiegato Morozzo della Rocca -, fino a renderla il nuovo fulcro del Rinascimento. Diverse furono anche le operazioni strutturali che nel Cinquecento modificarono l’urbanistica della città: si ripopolarono diversi quartieri prima abbandonati, e furono pavimentate con i sanpietrini via Giulia, via di Ripetta e via Gregoriana (l’odierna via Merulana). Roma – ha concluso – divenne la nuova Gerusalemme proprio mentre la vera Città Santa era in mano turca e Santiago de Compostela in rovina». L’incontro è stato chiuso dall’intervento di monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Narni, Terni e Amelia che provocatoriamente ha notato come «nella nostra società sempre più virtuale, dove la comunicazione allontana e non avvicina gli individui, sia necessario ricomporre il dittico eucaristia/poveri. Se un cristiano non ha almeno un povero per amico – ha sottolineato – dobbiamo dubitare che entri nel Regno dei Cieli». Riferendosi poi allo spirito missionario che deve animare i religiosi, il vescovo Paglia ha ricordato come «non sono le porte delle chiese ad esser chiuse ma i cuori degli uomini. L’altare – ha concluso citando San Giovanni Crisostomo – si trova ovunque, ad ogni angolo di strada».
EF
Pubblicato su Roma Sette il 04.03.08

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CULTI ABUSANTI, I RISCHI DELLE MANIPOLAZIONI

«Il sentimento religioso è negativo quando viene sfruttato per lanciare sul mercato un prodotto con il solo scopo di manipolare le menti, i corpi e creare business» – queste le parole con cui Patrizia Santovecchi, presidente dell’Osservatorio Nazionale sugli Abusi Psicologici, ha introdotto domenica scorsa la tavola rotonda svoltasi presso l’Abbazia delle Tre Fontane e dedicata alle dinamiche di reclutamento e ingresso nelle sette religiose, dal titolo “Le libertà illusorie”. «Chi resta vittima dell’azione di sétte e santoni – ha chiarito Patrizia Santovecchi –, viene colpito nella parte più debole del proprio intimo: le paure, le angosce, le sofferenze vissute e nel conseguente desiderio di felicità. Queste forme di religiosità alternativa – ha continuato -, definite ‘culti abusanti’, manipolano in prima istanza l’informazione per condizionare poi i pensieri, le emozioni e il comportamento degli adepti». La semantica e il significato delle parole vengono infatti reinterpretati e riproposti attraverso la tecnica della persuasione (dal latino per-suadeo: convincere con dolcezza), mirata all’adesione incondizionata alle regole della sétta e basata sulla possibilità di ottenere sincera amicizia e di appartenere a un gruppo ristretto di ‘giusti’. Si aggiungono poi l’uso massiccio di simboli – soprattutto nelle sétte sataniche, come ha sottolineato la psicologa e criminologa Nicoletta Romanelli -, la critica della società contemporanea e la condanna della Chiesa, considerata elemento limitante per la religiosità dei fedeli. Tra i promotori dell’incontro, don Alessandro Oliviero Piranesi, docente di ‘Sétte e nuovi culti’ presso la Pontificia Università Lateranense, ha fornito le stime (Doxa) sul fenomeno nel nostro Paese: 32 milioni (di cui più della metà cattolici) sono gli italiani convinti della validità di pratiche magiche, 12 milioni consultano l’occulto e un milione pratica religioni alternative. Il professor Stefano Maria Gasseri, docente di Counseling Spirituale presso la Pontificia Facoltà Teologica ‘Teresianum’ di Roma, ha poi descritto l’azione di recupero di quanti decidono di uscire dalle sette, un percorso che si basa essenzialmente sull’ascolto, sulla vicinanza e sulla comprensione. Diversi anche gli interventi del pubblico che hanno messo in luce la necessità, soprattutto da parte dei giovani, di recuperare l’abitudine alla preghiera costante per riacquisire una solida coscienza cristiana.
EF
Pubblicato su Roma Sette (allegato domenicale a l’Avvenire), il 10.02.08

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CEIS: IMPEGNO NEL SOLCO DEL VANGELO

La Messa celebrata dal cardinale Ruini per la comunità del Centro fondato da don Picchi. Un invito al coraggio. Il Vangelo come risposta alla carenza di sicurezze e modelli sociopolitici da seguire è il messaggio emerso dalla liturgia eucaristica officiata martedì scorso nella sede del Centro Italiano di Solidarietà Romana (CEIS), in via Attilio Ambrosini, e presieduta dal cardinale Camillo Ruini. Impegnato dai primi anni Settanta nel recupero dei tossicodipendenti e di quanti vivono situazioni di emarginazione, il CEIS ha sempre portato avanti un’attività complessa e spesso difficile, incentrata sul valore e sull’unicità della persona. «Viviamo un momento di grande precarietà e insicurezza, in cui sembrano venir meno il senso della legalità, della responsabilità e della solidarietà – ha dichiarato don Mario Picchi, fondatore del CEIS, all’inizio della celebrazione-. Abbiamo difficoltà a incontrare modelli validi da seguire e anche nel nostro specifico lavoro ci sentiamo sempre più soli e con problemi più grandi di noi. Dalle pagine del Vangelo – ha continuato – riprendiamo però coraggio e forza per riportare al centro delle nostre scelte la persona umana». La centralità del messaggio di Cristo come risposta ai problemi dell’uomo, è emersa anche durante l’omelia del cardinale Ruini. Commentando l’esortazione a «non temere», rivolta dall’Angelo a Giuseppe nel Vangelo secondo Matteo, il cardinale ha infatti ricordato altri due momenti in cui l’uomo è stato rassicurato con la medesima espressione: nell’episodio dell’Annunciazione e successivamente nel XX secolo, quando Giovanni Paolo II ha invitato i cristiani a «non avere paura». «Allo stesso modo – ha sottolineato il cardinale – oggi Dio ci invita a “non temere” perché il Bambino che adoriamo nella culla è venuto per la nostra salvezza. Il suo nome, Emmanuel, in ebraico significa ‘Dio è con noi’ e si rivolge a ciascun uomo e all’umanità intera». Sull’esempio di Cristo, dunque, anche le attività di recupero svolte dal CEIS considerano la centralità della persona come il cuore di ogni attività. Composto da una Fondazione che ne gestisce il patrimonio e da un associazione che rappresenta invece il nucleo originario, il CEIS conta 148 operatori professionali, diverse sedi e un centro di documentazione dedicato al tema della tossicodipendenza. «La nostra filosofia d’intervento è denominata “Progetto Uomo” – ha dichiarato Juan Parés y Plans, vicepresidente del Centro – e mira a ridare un progetto di vita e una speranza alle persone che sono cadute nel vortice della tossicodipendenza o vivono situazioni di emarginazione sociale. Al centro di ogni azione – ha continuato Juan – c’è il dialogo, la comprensione e la condivisione dei problemi personali, elementi ormai drammaticamente rari nella nostra società». Ed è proprio su Roma e sulla necessità di una costante attenzione verso problematiche spesso invisibili e silenziose, che si sofferma Juan: «Dal punto di vista sociale, Roma è come una groviera: quarant’anni fa c’era maggiore unità, anche all’interno dei quartieri, oggi invece il tessuto sociale si sta sfilacciando. Il CEIS ha sempre avuto la capacità di “disseminare la società di sismografi” – ha concluso – per “sentire” cosa tremava e dove era necessario intervenire».
EF
Pubblicato su Roma Sette il 23.12.2007 (inserto domenicale de l’Avvenire)

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PRIMA PIETRA PER LA NUOVA CHIESA DI SAN PIO DA PIETRELCINA

All’inizio l’edificio della chiesa di San Pio da Pietrelcina, nel quartiere di Malafede (periferia sud di Roma, prima di Acilia), non esisteva neppure. Nell’anno del Giubileo la comunità parrocchiale si riuniva nel piazzale del parcheggio, antistante la scuola elementare, per celebrare la Messa con un sacerdote e pochi fedeli. Dopo sette anni la situazione è migliorata, e si intravede la svolta. La comunità ha ottenuto un locale inizialmente progettato per ospitare un negozio, dove ora svolge tutte le attività. «Solitamente i bambini dell’oratorio giocano fuori dalla chiesa – spiega il parroco, don Roberto Zammerini -, ma quando piove li portiamo all’interno e giocano proprio qui, davanti all’altare, poiché non abbiamo altri locali disponibili». Attualmente la chiesa ha solo 120 posti a sedere e spesso accade che alcuni fedeli siano costretti a seguire la liturgia in piedi o all’esterno. «Ma la misericordia di Dio è grande – ha sottolineato don Roberto – e lo scorso 16 dicembre è stata posta la prima pietra per la nuova chiesa». Alla Messa, presieduta dal vescovo del settore Sud, monsignor Paolo Schiavon, nella palestra della scuola di via Giorgio De Lullo, ha partecipato la comunità in festa. «Chiamo in causa la misericordia di Dio – ha continuato il parroco – perché, a differenza di altre realtà romane, non abbiamo incontrato alcun problema burocratico nell’ottenere le licenze. Tutto è stato fatto molto celermente». Il disegno del futuro complesso parrocchiale è stato realizzato dall’architetto Alessandro Anselmi. «Dovendo progettare una chiesa – dichiara l’architetto – ho pensato a un’aula sovrastata da una superficie morbida, con tre curve che terminano in un’unica arcata. Tutta la struttura vuole rispecchiare il movimento che dalla molteplicità del mondo giunge all’unità. Questo progetto – continua Anselmi – ricorda le basiliche classiche, con le tre navate che convergono sull’altare. Allo stesso modo questa struttura tripartita si unisce nell’arco». A questa interpretazione se ne aggiungono altre, proposte dallo stesso don Roberto, secondo cui «le tre curve richiamano la Trinità e il manto morbido della copertura, l’Arca dell’Alleanza, protetta da Mosè sotto una tenda. Guardando il frontale, infine, si possono anche interpretare queste curve come il cappuccio di un saio». La nuova chiesa sorgerà nel cuore del quartiere, in via Paolo Stoppa. «È un segno importante – sottolinea don Roberto -, è la chiesa che scende tra la gente in un quartiere in continua espansione». «Per capire quanto la realtà locale stia cambiando – prosegue – basti pensare che quando sono arrivato qui, nel 2004, avevamo solo 3 bambini al corso di prima comunione e la scuola elementare del quartiere non aveva neanche la prima e la seconda elementare. Ora sono presenti tutte le classi e oltre 23 bambini si sono iscritti al cammino di prima comunione». Don Roberto continua sottolineando come Malafede sia un quartiere giovane: «Ogni anno, in parrocchia, teniamo tre corsi prematrimoniali, cui partecipano in media 25 coppie di fidanzati». «A fronte di questi segnali positivi – conclude il parroco -, manca ancora una vera “vita di quartiere” e siamo in attesa sia di nuovi insediamenti che della nuova stazione della metropolitana».
EF
Pubblicato su Roma Sette il 18.12.2007

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UN PERCORSO SUGLI ESERCIZI IN MUSICA
“Nel libero arbitrio”: un disco e un cammino interiore. Parte del ricavato a un progetto per Srebrenica.

«Perché hai permesso tutto questo? Ora, per vivere armoniosamente, sono chiamato a discernere. E mentre Tu bussi, il nemico cerca di mostrarmi la strada perfetta. Allora rispondo. Vieni avanti! Adesso sono un uomo libero». È questa la frase che si compone accostando i titoli delle 12 tracce dell’album “Nel Libero arbitrio”, presentato domenica scorsa dall’autore, Beppe Frattaroli, presso il Teatro delle Muse. Sonorità cadenzate, alimentate da un sottofondo di archi e percussioni, non senza sperimentazioni, fanno da sfondo a testi che rivelano il percorso ispirato all’autore dagli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola.
Il libero arbitrio viene considerato il cardine della vita di ogni uomo e lo strumento migliore per contrastare i mali del mondo, l’attimo in cui non bisogna cedere alla tentazione di optare per la strada che appare perfetta, ma avere il coraggio di prendere decisioni spesso difficili. La “santa indifferenza”, ad esempio, uno dei cardini degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio, viene citata nella traccia di apertura dell’album “Perché hai permesso tutto questo?”: «È necessario renderci indifferenti rispetto a tutte le cose create, in tutto quello che è permesso alla libertà del nostro libero arbitrio».
Senza ignorare sdegnosamente il mondo, Sant’Ignazio ci ricorda come l’uomo sia chiamato ad essere indifferente a tutti quei particolari della vita che possano distrarlo dal percorso personale di discernimento della volontà di Dio. «Questo disco – ha affermato Beppe Frattaroli – parla di un uomo, che può essere chiunque di noi, nel momento in cui si ritrova a dover capire quali siano le scelte giuste e quali i propri lati oscuri. Rappresenta l’uomo che tenta di liberarsi da tutta una serie di legami che Sant’Ignazio definiva “disordinati” e che impediscono il discernimento».
Accanto al messaggio spirituale contenuto nel cd, per alcuni versi anacronistico e distante dagli standard commerciali del momento, Beppe Frattaroli ha voluto impegnarsi anche nel progetto di solidarietà internazionale “Adopt Srebrenica”, a cui sarà devoluta parte dei ricavi ottenuti dalla vendita del disco. Proposta dalla Fondazione Alexander Langer, “Adopt Srebrenica” mira a non far perdere la memoria del più grave genocidio avvenuto in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Proprio a Srebrenica, infatti, durante la guerra dei Balcani, tra l’11 e il 19 luglio del 1995, vennero trucidati oltre diecimila musulmani, ed oggi è una città desolata che ancora porta il peso di quei morti.
Tra gli ospiti presenti al Teatro delle Muse anche Elvira Mujcic, una giovane scrittrice che in quel genocidio perse il padre e lo zio: «La guerra in Bosnia non ha risolto nulla – ha detto Elvira – e i responsabili della strage di Srebrenica non verranno mai catturati perché manca un’Europa forte che abbia la concreta volontà di farlo. Si è trattato di una specie di immunità concessa ai responsabili in cambio della fine della guerra».
La musica, il ritmo e la riflessione sul libero arbitrio divengono allora l’ammonimento affinché l’uomo sappia discernere, in qualsiasi campo della vita, la via giusta: «La strage di Srebrenica va ricordata – ha concluso Beppe Frattaroli –, e bisognerebbe chiedere le dovute scuse. Ci sono eventi che non possono essere taciuti».
EF
Pubblicato su Roma Sette il 5.12.2007

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GLI ANNI DI PIOMBO SUI LIBRI DI SCUOLA

Abolire il segreto di Stato e riportare le vicende degli «anni di piombo» sulle pagine dei libri di scuola: queste le due maggiori provocazioni lanciate da Giovanni Berardi, presidente dell’associazione nazionale Vittime del Terrorismo, durante l’incontro di venerdì 16 a Santa Melania. Il secondo degli appuntamenti dedicati dalla parrocchia dell’Axa al tema del terrorismo, dopo la serata con Agnese Moro.
Dopo una breve introduzione del parroco, don Francesco Pesce, Giovanni Berardi ha ricordato suo padre Rosario, maresciallo della Polizia di Stato e capo della Digos di Torino, ucciso dalle Brigate Rosse il 10 marzo del 1978, mentre si recava a lavoro. «Quella degli “anni di piombo” è una storia incompiuta che l’Italia ha il dovere di chiudere – ha esordito Berardi -, ma per farlo è necessario svelare le molte responsabilità taciute o dimenticate nei faldoni processuali. Tutte le commissioni che hanno indagato sugli “anni di piombo” si sono arenate contro il muro di gomma del segreto di Stato».
L’incontro è poi continuato sulla scia delle numerose domande provenienti dalla platea, andando a toccare i delicati temi della testimonianza e del perdono. L’Associazione nazionale Vittime del Terrorismo si prefigge infatti il difficile compito di preservare la memoria sia di quanti persero la vita o vennero feriti a causa del terrorismo, sia dei fatti che trascinarono l’Italia in una tremenda spirale di violenza. «Troppo spesso – ha sottolineato Berardi – si dà voce ad ex-terroristi, li si invita a tenere conferenze e interviste, ma ben poche sono le occasioni per ascoltare la testimonianza di quanti, a causa loro, hanno perso moglie, figli o sono rimasti invalidi a vita». A chi gli domandava se in tutti questi anni fosse riuscito a perdonare gli assassini di suo padre, Berardi ha risposto: «Sono un cristiano praticante ma la mia più grande ferita è l’incapacità di perdonare. I terroristi, d’altronde, non hanno comunque mai chiesto perdono per le loro azioni. Vengono chiamati ex-terroristi ma noi non saremo mai ex-vittime».
EF
Pubblicato su Roma Sette il 25.11.2007

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DENTRO I FATTI, IL SEGRETO DELLE NOVITA’ DI “105-LIVE” – intervista a Sean Patrick Lovett

La radio come occasione di dialogo con gli ascoltatori e lente di ingrandimento sui retroscena dei fatti: queste le premesse che hanno portato a un rinnovamento del palinsesto di One-O-Five, il canale sui 105 FM di Radio Vaticana. «Abbiamo voluto rispondere all’invito venuto dal Papa in occasione del 75°anniversario della radio – ha esordito il direttore Sean Patrick Lovett -, quando da questi microfoni ha auspicato un maggiore dialogo con gli ascoltatori. Ne abbiamo fatto il “leitmotiv” del nostro modo di fare radio, creando canali riservati a chi ci ascolta ed è questa una delle fondamentali novità di One-O-Five».
Oltre a una maggiore frequenza dei radiogiornali, la redazione di Fm105 ha poi rinnovato il palinsesto con appuntamenti definiti dal direttore “di pubblica utilità”, come i notiziari sul traffico, gli approfondimenti di argomento medico, sociale, di cronaca e cultura locale. «Nell’ambito sportivo, ad esempio – ha dichiarato Sean – il risultato sul campo è lo spunto per trattare temi di rilevanza etica, morale o spirituale, insieme a esponenti della Chiesa cattolica e agli stessi giocatori».
«L’obiettivo – è poi intervenuto Luca Collodi, caporedattore di “105-live” – è proporre una lettura variegata della vita sociale, culturale e religiosa dell’Italia e della Chiesa nel mondo». «Dietro alle novità del palinsesto – ha continuato il direttore -, c’è la fondamentale presa di coscienza che anche la nostra emittente deve fare i conti con un’agorà mediatica satura di informazioni e messaggi di ogni genere. Trent’anni fa la radio era “per appuntamento”, con spazi musicali intervallati da programmi preregistrati, oggi è divenuta un canale informativo “di accompagnamento”, un flusso continuo che scandisce e condisce la giornata dell’ascoltatore».
Approfondimenti e nuovi contenuti ampliano dunque gli orizzonti tematici di FM105-live. «L’idea è di dare un’identità forte alla radio – ha continuato Sean -, attraverso una maggiore attenzione alla quinta delle famigerate cinque domande giornalistiche. Mentre pensiamo che altri possano rispondere forse meglio di noi al «chi», al «dove», al «come» e al «quando», la nostra specificità sta nell’approfondire la notizia per far luce sul “perché” di quanto accade nella Chiesa e nel mondo. Davanti alla corsa all’imitazione, alla semplificazione e alla clonazione dell’informazione da parte della maggior parte dei media», ha poi concluso il direttore, «One-O-Five vuole prendere per mano l’ascoltatore e soffermarsi sugli eventi, nella convinzione che non si possano liquidare figure o fatti di cronaca mediante un servizio di appena due minuti».
EF
Pubblicato su Roma Sette – (allegato domenicale ad Avvenire) l’11.11.07

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DIRITTI UMANI, LA BACHELET A ROMA TRE

L’appello per maggiori fondi da destinare alla ricerca e una riflessione sui diritti umani dal presidente del Cile. Sono i due temi chiave scaturiti ieri, martedì 16 ottobre, nell’inaugurazione d’anno accademico dell’Università Roma Tre. Alla presenza del senato accademico, del ministro per l’Università e la Ricerca, Fabio Mussi, e dei presidenti della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e del Cile, Michelle Bachelet, l’incontro è stato aperto dalla relazione introduttiva del rettore, professor Guido Fabiani, incentrata sulla mancanza di fondi per il rilancio della ricerca. «Quelli dell’università – ha sottolineato il rettore – sono problemi di fondo, che non si affrontano con interventi intermittenti ma nella continuità di un progetto pluriennale per l’alta formazione, che ne faccia l’asse portante di una politica innovativa del ‘sistema Paese’ nel quadro europeo». La risposta del Ministro Mussi non si è fatta attendere e, citando i provvedimenti contenuti nella Finanziaria 2008 (circa 630 milioni di euro per università e ricerca), ha sottolineato come sia necessaria l’istituzione di un sistema meritocratico che premi gli atenei e i ricercatori più efficienti: «Il merito non dovrebbe essere imposto, ma a tutt’oggi purtroppo abbiamo bisogno di regole che richiamino i distratti. Se la situazione fosse regolare – ha continuato il ministro – basterebbe varare un’unica legge che conceda totale autonomia agli atenei, ma purtroppo diversi sono i difetti che il governo deve ancora correggere». Riguardo alle prospettive di una futura riforma del sistema universitario in tal senso, Mussi ha poi concluso: «Sono un “gradualista”, un miglioramento ci sarà ma non avverrà tutto in un colpo. Con la finanziaria 2008, il governo si sta incamminando nella giusta direzione».
Un’aula magna gremita ha poi ascoltato l’intervento della presidente del Cile, in visita ufficiale in Italia, accompagnata dal nostro capo dello Stato. Michelle Bachelet ha dedicato all’auditorio un’acuta riflessione riguardante i diritti umani e la necessità di considerarli parte integrante delle democrazie moderne. «Parlare dei diritti umani – ha esordito la Bachelet – significa riflettere sulla democrazia, sullo sviluppo e sulla necessità di coinvolgere i cittadini all’interno delle dinamiche politico-sociali dei Paesi. La solidità di uno Stato si misura, infatti, sulla base del grado di libertà del proprio popolo». Considerando la situazione internazionale, Michelle Bachelet ha poi sottolineato come «non esistano forme “protette” o “guidate”, di democrazia», né se ne possano definire gradi diversi. Invece «esiste un’unica democrazia, “di qualità”», su cui sono chiamate a vigilare le Nazioni unite e le ong internazionali.
Non usa mezzi termini la presidente del Cile: «Se si abbassa la guardia, si rischia di assistere a repressioni violente come quelle recentemente accadute nell’ex-Birmania» e ribadisce la necessità di «procedure internazionali di pre-allerta, capaci di valutare anche episodi isolati di violazione dei diritti umani che potrebbero essere fatali per le stesse moderne democrazie occidentali». Lo stato democratico, insomma, vigili su se stesso. Elezioni, scrutini e mandati a termine, sono i pilastri su cui fondare uno Stato, ma vi si deve affiancare anche una costante attenzione verso le condizioni di vita delle popolazioni. «La delusione e la povertà di un popolo, possono essere la scintilla per un colpo di Stato – ha concluso Michelle Bachelet – sebbene sia stato dimostrato che nessun golpe ha mai prodotto veri benefici per le nazioni».
EF
Pubblicato sul sito Roma Sette.it il 17.10.07

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SAN ROBERTO BELLARMINO E LA RISCOPERTA DELLA CROCE

‘Riscoprire gli scritti di San Bellarmino per reinterpretare il nostro tempo’: è stata questa la provocazione con cui si è conclusa giovedì scorso la conferenza “San Roberto fra teologia e mistica”, tenutasi presso il Centro Culturale della parrocchia dedicata al santo gesuita, nell’ambito delle celebrazioni per la festa patronale. I professori Pasquale Giustiniani e Luigi Longobardo, entrambi docenti presso la Facoltà Teologica Meridionale, hanno analizzato ‘a due voci’ il ‘De Septem Verbis’, uno dei sei opuscoli di meditazioni bellarminiane, scritti e pubblicati tra il 1614 e il 1620.
Datato 1618, il titolo “De septem verbis” si riferisce alle parole pronunciate da Cristo morente sulla Croce e suddivise dalla tradizione medioevale in sette parti. ‘Proprio dalla Croce’, ha sottolineato il professor Longobardo ‘Bellarmino parte per descrivere un itinerario ascetico incentrato sulla carità’ ed ‘è ancora la Croce’, ha continuato il professor Giustiniani, ‘il momento in cui sorge la Chiesa storica nel mondo’.
La spiegazione delle sette ‘verba’ contenuta nell’opuscolo è puntuale. Una dopo l’altra Bellarmino le analizza tutte e scioglie i più complessi nodi teologici, fornendo al lettore un apparato esegetico semplice, da lui stesso definito il ‘frutto’ dell’opera. Nel considerare, ad esempio, le due frasi finali –‘Tutto è compiuto’ e ‘Signore, nelle tue mani consegno il mio Spirito’- Bellarmino sottolinea come queste sollecitino l’uomo a intraprendere la via di una conversione sincera ed esprimano, al contempo, il significato più intimo della Passione che ha ormai esaurito le istanze terrene della predicazione e del sacrificio.
La riflessione di Bellarmino non si limita però ai soli fedeli ma guarda anche alla Chiesa, chiamata al costante esercizio della carità, della preghiera e della vigilanza.’Nel gioco della vita”, scrive il santo ai vescovi, ‘l’ascesi verso la santificazione chiede di passare attraverso la porta stretta, ma occorre sempre la Grazia. E poiché la Grazia è data comunque nella libertà dell’uomo, è bene al più presto afferrarla e lasciarsi afferrare’. Parole la cui attualità è difficile negare.
‘Bellarmino ha anticipato il Concilio Vaticano I e II’, ha poi sottolineato il parroco Mons. Gianrico Ruzza a margine della conferenza, ‘già nel 1600 esprime la convinzione che l’uomo ha tutti gli strumenti per arrivare a Dio e per cogliere, mediante lo sforzo della ragione, la bellezza di Dio nel creato”.
EF
Pubblicato su Roma Sette (allegato domenicale a L’Avvenire)- 16.09.2007

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