Osservatore Romano


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IL PARADISO TERRESTRE? A ORIENTE, DOVE SORGE IL SOLE

In un’epoca di best sellers e mode letterarie che vivono e muoiono sull’onda dello scelti per voi, Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, scritto da Alessandro Scafi, è un volume di divulgazione scientifica ben riuscito che si fa notare sugli scaffali delle librerie. Edita da Bruno Mondadori, l’opera analizza la cartografia medioevale e racconta l’impegno scientifico-teologico di quanti, basandosi sul testo biblico, tentarono di individuare l’Eden terreno. A differenza di noi moderni, infatti, durante il medioevo era ben chiara la necessità, sociale prima che scientifica, di individuare sulla terra il paradiso terrestre, il luogo della radice prima, originale dell’uomo. Consumato questo periodo storico, rinascimento e illuminismo hanno dato il via a una concezione progressiva della scienza, per cui la rappresentazione cartografica del paradiso terrestre è stata attribuita all’ignoranza e a un eccesso di zelo verso la tradizione biblica. La tendenza a considerare il medioevo come “un’epoca di creduloni”, è poi continuata anche nel Novecento e solo ultimamente si è compresa la necessità di rileggerlo lasciandosi alle spalle i preconcetti frutto di un distorto razionalismo. Confortati dalla precisione di satelliti e fotografie ad alta definizione, nel ventesimo e ventunesimo secolo, non si è colta una delle caratteristiche peculiari della cartografia medioevale: l’aspetto culturale dei simboli rappresentati sulle mappe, laddove questi sottolineavano la maggiore o minore importanza dei luoghi, in un’ottica di continuità storica, sociale e religiosa. Una carta geografica che individuava la città di Gerusalemme, luogo del sacrificio di Cristo, poteva allo stesso modo contenere il giardino dell’Eden, “i due luoghi – nota Alessandro Scafi – erano collegati attraverso gli eventi che erano accaduti in ciascuno di essi”. Alla continuità temporale si univa poi una contiguità spaziale che racchiudeva e descriveva in un’unica mappa tutto il mondo noto: “Le mappae mundi medioevali – scrive Scafi – sono profondamente diverse dalle carte a zone, dalle carte nautiche (…) i luoghi sono situati non secondo un sistema universale di riferimento espresso in termini matematici (…) ma secondo principi generalmente indicati come “topologici””, secondo il principio di contiguità. “I luoghi sono cioè raffigurati uno dopo l’altro, senza tener conto dell’esatta distanza tra di loro o della reciproca posizione in termini quantitativi e vengono individuati e messi in risalto dalla dimensione del simbolo cartografico, non perché siano fisicamente più estesi ma per via della loro importanza culturale e sociale”. Le carte topografiche e le carte nautiche, per come le si intende nel ventunesimo secolo, erano comunque le meno diffuse, spesso sostituite dagli itinerari, indicazioni di massima che rappresentavano le vie maestre verso le principali località di sosta. Si producevano anche mappe per risolvere questioni legali, patrimoniali o funzionali a chiarire un’esegesi, come dimostra il Commentario sull’Apocalisse di san Giovanni, di Beato di Libeana (ottavo secolo), dove è lo stesso autore a fornire i diagrammi per aiutare il lettore nella comprensione del testo. Se ne deduce quindi che basarsi sui parametri della geografia del ventunesimo secolo per giudicare la cartografia medioevale è fondamentalmente errato. Uno dei pochi studiosi a rendersi conto di come quello rappresentato sulle mappe medioevali fosse un immaginario e non una ingenua rappresentazione della realtà, è stato Jacques Le Goff. Nel saggio Medioevo europeo (2003), lo storico francese ha sottolineato come quello medioevale sia un mondo “che ignora la frontiera fra la realtà e l’immaginazione”, dove quest’ultima non significava fantasia ma atto di fede e di scienza, per l’analisi puntuale della Bibbia e della Genesi (2, 8-15), alla ricerca di elementi utili a individuare l’Eden terreno. Uno dei primi a citare la Genesi come fonte di informazioni sulla reale posizione del paradiso terrestre fu Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli dal 398 al 404, cui fece eco, all’inizio del quinto secolo, Severiano, vescovo di Gabala, in Siria. Severiano sosteneva che Dio avesse posto l’Eden a oriente per associare l’esistenza umana al sorgere e al tramontare dei corpi celesti. Una concezione ripresa più tardi anche da numerosi cartografi medioevali che “orientarono” le mappe in base al sorgere del Sole. A questi si aggiunse Epifanio di Salamina che nel Panarion ribadiva l’esistenza fisica dell’Eden confutando, in una famosa missiva inviata a Giovanni, vescovo di Gerusalemme, la tesi allegorica della Genesi sostenuta da Origene.
Altro problema medioevale fu la datazione dell’inizio della storia dell’uomo, dagli studiosi medioevali considerata storia di salvezza. All’inizio dell’ottavo secolo, ad esempio, Beda confrontò la Vulgata di San Girolamo, la Vetus Latina e i calcoli effettuati dagli ebrei, giungendo alla conclusione che la settimana della creazione era terminata 3952 anni prima della nascita di Cristo. Accanto al fantomatico andamento progressivo della scienza teorizzato dall’illuminismo, bisogna dunque considerare la visione altrettanto progressiva della storia propria del cristianesimo. Un arco temporale che i teologi medioevali facevano iniziare con la creazione del giardino dell’Eden e terminare con l’Apocalisse. Il principio di contiguità appena visto consentiva quindi di situare il paradiso terrestre sulle mappe senza contravvenire ad alcuna legge matematica. Un vasto archivio di nomi e di luoghi geografici, in gran parte mutuato dalla cultura classica, venne poi rielaborato e ampliato a uso dei cartografi in opere come l’Onomasticon di Eusebio e il De situ et nominibus locorum Hebraicorum, composte rispettivamente attorno al 303 e al 390. L’Expositio totius mundi, ad esempio, scritto nella Siria romana, venne riadattato da un curatore cristiano che vi inserì anche un esplicito riferimento al giardino dell’Eden, situato, secondo il revisore, in Asia orientale. La citazione del paradisus compare anche in alcune mappe risalenti al XII secolo, inserite nei manoscritti del De bello Iugurthino di Sallustio e della Pharsalia di Lucano. Da questi pochi elementi risulta quindi chiara la percezione reale del paradiso terrestre, avvertito come un luogo storico dove Dio aveva fisicamente posto Adamo ed Eva. Da qui la sua rappresentabilità. “Valutate secondo i loro criteri – sottolinea Scafi – le carte medioevali del mondo non erano effettivamente meno scientifiche di qualsiasi altro tipo di carta. Per gli studiosi cristiani della tarda antichità, infatti, la Bibbia forniva la chiave per tutte le forme di conoscenza (…). Nelle Sacre Scritture si trovava il resoconto più autorevole sulla creazione del mondo e la storia della razza umana”. La forma più caratteristica delle prime carte medioevali era a forma di “T-O”, con i tre continenti (Europa, Asia e Africa) inseriti in una raffigurazione rotonda della terra (O), a sua volta divisa in tre parti, con l’Asia che occupava un intero semicerchio (T). A seconda delle mappe il paradiso terrestre veniva raffigurato come tangente ai territori noti o come interno, ma solitamente sempre nell’area asiatica. Uno dei migliori esempi della commistione tra tradizione cristiana ed elementi pagani si ha nella più antica carta non diagrammatica nota come “Carta dello pseudo-Isidoro nella Vaticana”, inizialmente attribuita all’autore delle Ethymologiae. Disegnata in Italia o in Francia attorno all’ottavo secolo, la carta rivela oltre centotrenta iscrizioni geografiche ed è inserita in un codice miscellaneo assieme ad altre tavole computistiche e cronologiche, redatte tra il 763 e il 778, pensate per agevolare il lettore nel calcolo della Pasqua. Nella stessa miscellanea compaiono anche brani tratti dalle Instructiones ad Salonium, di Eucherio di Lione, vescovo del quinto secolo e studioso delle allegorie e dei luoghi di Terra Santa, dai quali sono state omesse le parti descrittive, proprio perché ritenute probabilmente superflue, a fronte di una mappa tanto esaustiva. Sulla carta Vaticana si mescolano elementi dell’Antico e del Nuovo Testamento (sono rappresentate Gerico e Babilonia ma anche Gerusalemme e Betlemme) e si conferma la centralità dell’aspetto culturale ed eventuale insito nella simbologia cartografica del medioevo. Simboleggiato da una rosa iscritta in un cerchio, il paradiso è individuato ancora una volta in Asia, all’interno della “terra Eden”, e corredato dalla dicitura paradisus, in modo “coerente con l’interpretazione del racconto della Genesi sul paradiso – fa notare Scafi – presentato come un giardino situato a oriente in Eden”. Sulla carta Vaticana, il paradiso terrestre confina a occidente con l’India dei bramini (India Bragmanorum) ed è bagnato per un lato dall’Oceano, in cui è raffigurata l’isola di Taprobana, l’odierno Sri Lanka. Come nelle precedenti, anche in questa carta non mancano riferimenti a luoghi e paradisi pagani della classicità come le Isole Fortunate, il Giardino delle Esperidi, il Monte Olimpo, l’Acacia, Cartagine, la Regione delle Amazzoni, la Media, la Caldea e la Persia. Si può dunque affermare che la cartografia medioevale era tutt’altro che ingenua. Poco precisa a causa della mancanza di strumenti atti a effettuare puntuali rilevazioni geografiche, permetteva però al lettore di avere il colpo d’occhio non solo sulla collocazione fisica di città ed eventi, ma anche sulla loro storia e sul significato umano dei luoghi, una peculiarità ormai irrimediabilmente perduta nelle odierne cartine ad alta definizione.
EF
Pubblicato su L’OSSERVATORE ROMANO il 15.05.08

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IL «NEROFUMO» CHE SCONTORNA LA REALTÀ
Raffaele Crovi e il suo ultimo romanzo sulla comunicazione

Raffaele Crovi non ha mai smesso di scrivere, neanche quando la malattia si era fatta più acuta. Giornalista culturale impegnato nell’editoria, ha sempre considerato la letteratura come lente di ingrandimento sulla società e il Vangelo come strumento per cogliere i mutamenti dell’animo umano: «La letteratura – scriveva Crovi nel 1996 – è uno strumento di interrogazione religiosa». Il critico letterario Giuseppe Lupo, a questo proposito, ha individuato quattro costanti della poetica croviana: «l’esplorazione dei fenomeni legati all’urbanesimo, effettuata nel ciclo di romanzi sulle topografie metropolitane; la disamina impietosa dei vizi del potere (politico, economico, tecnologico); la tensione verso l’utopia, che si nutre di ascendenze cristiane e che pervade le allegorie e i simboli degli scritti sulla ‘convivialità’; il tema della memoria come ricerca delle origini». Il Verbo evangelico si incarna dunque in un’istanza di dialogo e coralità, essenziali alla sopravvivenza dell’uomo sociale, mentre la letteratura e la poesia divengono un gesto di apertura verso il prossimo e di recupero delle proprie origini. La maggior parte dei personaggi croviani, infatti, porta con sé il ricordo e l’impronta della passata coralità familiare, considerata valore essenziale per aprirsi alla società nell’età matura. Nella sfera memoriale, Crovi considera il Natale «giorno della rinascita del mondo» e «festa della riconsacrazione dell’uomo […] il Natale è per noi una giornata di bilancio della vita dell’anno che sta per entrare nell’archivio della memoria e di progettazione dell’anno che bussa alla porta». L’utopia «di ascendenze cristiane» citata da Lupo, era per Crovi «metafora di un progetto sociale alternativo, necessariamente legata all’Incarnazione e al riscatto della Storia da parte di Cristo», fondata sulla «speranza che la Storia si possa salvare perché l’uomo fa la Storia e può realizzarla in positivo ». Da queste quattro costanti, dunque, si può partire per comprendere il pericolo distopico descritto in Nerofumo, l’ultimo romanzo di Raffaele Crovi (marzo 2007), in cui l’uomo è vittima di una comunicazione ormai distorta e incapace di costruire quel «progetto sociale alternativo», proprio dell’utopia cristiana. Già nel 1963, in una recensione al Diario Minimo di Umberto Eco, Crovi scriveva che «l’uomo contemporaneo si diverte e mistifica, si illude e inventa nuove virtù, attenua le tentazioni e si finge iconoclasta: non può tuttavia ignorare il rischio della dannazione». Quarant’anni dopo sembra essere cambiato poco o nulla. Nerofumo è ambientato nel 2006. Protagonista del romanzo è Ermes Consigli, docente universitario di Linguistica e direttore dell’agenzia stampa More. Crovi ne racconta il passato da terrorista, quando nel 1977 partecipò al ferimento di Emilio Rossi, l’ascesa, dovuta alla sua abilità di creare clamorosi scandali e, infine, il declino e la pazzia. Amico di giornalisti, parlamentari, artisti e monsignori, Consigli lavora nell’ombra, elargisce favori, organizza riunioni e festini dove cerca di ottenere informazioni sui personaggi a cui è interessato. L’agenzia More, che si nasconde dietro la pubblicazione del periodico La Mala-lingua, «fornisce e riceve notizie: le manipola, dà loro una patina di finta autenticità, le lima, trasformandole in frecce avvelenate», in linea con lo slogan del suo presidente: «Don’t hate the media, become the media». La notizia diviene un’arma e l’oscurità, il nerofumo che scontorna le fisionomie, una necessità: «Ermes – scrive Crovi – sceglie i bersagli con l’intento di destabilizzare situazioni e persone; colpisce gli interpreti del potere semplicemente per dimostrare a se stesso di avere una corroborante energia contestativa» ma non si rende conto di come l’informazione italiana sia progressivamente divenuta un affare di pochi, pilotata dalle lobby e dalla classe politica, su cui poco o nulla influiscono scandali e dossier. Vittima dei suoi stessi propositi, Consigli viene travolto dall’azione di un’ignota newsletter, Nevermore, creata appositamente per neutralizzare le notizie fornite da More. Screditato agli occhi dei politici e ormai privo di un reale potere di ricatto nei confronti della società, Ermes viene quindi inesorabilmente abbandonato da amici, collaboratori e conoscenti, riducendosi in un letto d’ospedale nel reparto di ‘neurodeliri’ al Sant’Anna di Roma. In una società sempre più tendente al Panoptikon teorizzato da Foucault, Crovi ammonisce dunque l’uomo contemporaneo a vigilare e a guardarsi dalla tentazione autarchica di sorvegliare le vite, dominare le coscienze, creare avvenimenti. Pena l’oblio del valore stesso della vita e della memoria.
EF
Pubblicato su L’Osservatore Romano (edizione cartacea) dell’08.03.08

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