Narcomafie

***

LA PROTESTA DEI MIGRANTI NEL SALENTO

In sciopero contro la schiavitù. Dopo Castelvolturno, accade a Nardò, dove domenica scorsa i migranti si sono rifiutati di andare nei campi e hanno protestato contro le condizioni quotidiane di sfruttamento messe in atto da caporali e imprenditori senza scrupoli. A Castelvolturno, Rosarno, Foggia e nella provincia di Lecce, le mani per i lavori più umili e massacranti sono sempre “nere” o comunque straniere, quasi mai italiane. E i prezzi sono al di sotto di qualsiasi media europea: 3,50 euro l’ora, contro i 5,92 previsti dal tariffario per la raccolta delle primizie. A cui vanno sottratti altri cinque euro che i migranti devono pagare al caporale per il trasporto verso i campi.

E la Puglia ha colture ben precise, ognuna con i suoi schiavi: nel Tavoliere i pomodori, più a sud anche i cocomeri. E’ un lavoro massacrante quello dei migranti: tutto il giorno chini a strappar via i frutti, sempre a contatto con pesticidi e fertilizzanti, sia con il sole che nel fango se piove. Già perché per 3,50 euro l’ora nessuno si premura di rispettare anche il minimo standard di sicurezza o vivibilità. E quando li incontri, in un francese misto a qualche parola in italiano o inglese, i moderni schiavi confessano: “sono scappato dall’Africa sperando in un futuro migliore, ma qui è peggio che in patria”. Sabato notte l’ennesima tragedia: uno dei ragazzi – un tunisino – è morto. E’ stato trovato senza vita – in apparenza per cause naturali – il giorno successivo. A dare l’allarme gli stessi compagni con cui condivideva la schiavitù. Ma accade anche che i migranti vengano uccisi a calci, pugni o bastonate e abbandonati ai bordi delle provinciali salentine e foggiane: chi sgarra, chi si ribella spesso finisce così. Per la cronaca saranno stati investiti.

In una terra come il Salento, poco abituata a sentir parlare di moderne forme di sfruttamento, la protesta ha fatto scalpore e ha raggiunto i media nazionali. Lo sciopero è stato preceduto da una riunione nella masseria Boncuri “Finis Terrae”, una vecchia struttura riadattata a centro di accoglienza. Qui parlare di contributi previdenziali è un’utopia, così come quasi nessun migrante ha mai sentito parlare di assistenza sanitaria. Sono parole, termini e burocrazia che fanno capo alla legalità, un miraggio per la maggior parte di loro. Quasi tutti lavoratori “in nero”, quasi tutti fantasmi che si aggirano quotidianamente nei campi. E il paradosso è che molti di loro sono titolari di protezione umanitaria, quindi regolarmente presenti sul territorio nazionale. Ma una volta ottenuto il permesso di soggiorno, lo Stato non provvede a dare anche la più minima sistemazione a questi ragazzi che inevitabilmente finiscono nel circuito del lavoro sommerso o delle mafie.

Pubblicato su Narcomafie il 3 agosto 2011

***

SINAI, PROFUGHI ERITREI OSTAGGIO DEI NARCOTRAFFICANTI

Sequestrati sul Sinai con la minaccia di essere uccisi se non pagheranno ottomila euro a testa. È questa la condizione in cui si trovano 250 africani, di cui un’ottantina eritrei, bloccati da un mese in condizioni disperate al confine tra Egitto e Israele. A tenerli in ostaggio, una banda di beduini dedita al traffico internazionale di stupefacenti che ha già ucciso almeno sei ostaggi e costretto altri quattro profughi a donare un rene per pagarsi il riscatto: «sono stati portati via alcuni giorni fa – ha raccontato una donna che si trova sul Sinai, al telefono con donMussiè Zerai, sacerdote eritreo e direttore della ong Habeshia – di loro però non abbiamo alcuna notizia». Incerta anche la localizzazione esatta della prigione, circostanza che appare ancor più paradossale se si pensa che diversi profughi sono raggiungibili telefonicamente e riferiscono di sentire da lontano la voce di un muezzin che chiama alla preghiera.

«Non abbiamo acqua potabile – ha proseguito la donna contattata da Zerai – dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali. Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie». E la testimonianza è di quelle che non possono essere ignorate dai governi: «Nove persone sono ferite in modo grave a causa delle percosse – prosegue la donna – hanno la testa fracassata e gli arti rotti».

Intervenendo questa mattina al Senato, durante un incontro dedicato proprio alla situazione dei profughi eritrei sequestrati sul Sinai, Zerai ha fatto sapere che «sono state trasmesse al sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, tutte le informazioni utili a individuare il luogo di detenzione degli eritrei. Trovarli per i governi non dovrebbe essere difficile». La decisione spetta al governo egiziano, firmatario della convenzione di Ginevra e non nuovo a respingimenti di profughi verso l’Eritrea.

Durante l’incontro, Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano Rifugiati, ha aggiunto un particolare che rende ancor più infernale il viaggio di quanti dall’Africa si spostano verso l’Occidente. Israele, secondo quanto ha dichiarato Hein, sta costruendo un muro lungo 110 chilometri proprio nel Sinai, al confine con l’Egitto, per arginare l’immigrazione clandestina. «Abbiamo notizia di alcune uccisioni di eritrei – ha spiegato – i soldati hanno l’ordine di impedire l’attraversamento del confine».

«Si continua a fuggire da paesi come l’Eritrea o la Somalia, ma la gente non arriva più in un posto sicuro» ha aggiuntoLaura Boldrini, portavoce italiano dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. E l’unica conseguenza della politica italiana dei respingimenti è numerica: si è passati dalle 31mila domande di asilo del 2008 alle circa 10mila previste per quest’anno. «Questa vicenda – ha concluso la Boldrini – non puo’ essere considerata come qualcosa che non ci appartiene».

EF

Pubblicato il 10.12.2010 su Narcomafie

***

OMICIDIO DE PALO-TONI, DOPO TRENT’ANNI LA RAGION DI STATO COPRE ANCORA LA VERITA’. INTERVISTA A GIANCARLO DE PALO

Si è svolta ieri la cerimonia per il trentennale della scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, rapiti e uccisi in Libano il 2 settembre del 1980, mentre investigavano sul traffico di armi tra il Paese del Medio Oriente e l’Italia. La cosiddetta “ragion di Stato”, numerosi depistaggi e un’inchiesta viziata da troppi silenzi, hanno impedito – a trent’anni di distanza – di arrivare ad una verità definitiva sulla sorte dei due cronisti. Nel 1984, inoltre, il piombo del Segreto di Stato venne messo a coprire i rapporti tra L’Italia e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), guidata all’epoca dal leader Yasser Arafat, facendo cadere nel dimenticatoio l’intera vicenda.

Ieri il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha voluto ricordare i due giornalisti scomparsi, dedicando loro due viali a villa Gordiani. Presente alla commemorazione, il presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), Massimo D’Alema,  ha promesso un impegno concreto da parte del Copasir per attivare contatti funzionali ad uno scambio di informazioni con i Servizi libanesi, per capire se sia possibile ritrovare i corpi dei due giornalisti, insieme ad elementi nuovi per far luce sulla vicenda.

Narcomafie ha intervistato Giancarlo De Palo, fratello di Graziella, che ha accettato di ripercorrere l’intera vicenda, a partire proprio da quel Segreto di Stato che di fatto ha bloccato qualsiasi possibile inchiesta giudiziaria.

 

Giancarlo De Palo, quando viene posto il Segreto di Stato sulle carte riguardanti il sequestro di tua sorella e di Italo Toni?

Il segreto di Stato sulla vicenda di Graziella e Italo venne messo durante un interrogatorio condotto da Giancarlo Armati, il magistrato che stava indagando sulla scomparsa di mia sorella, all’allora ex agente dei Servizi in Libano, il colonnello Giovannone. Nel rispondere ad una domanda sui rapporti tra l’Italia e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Giovannone oppose il Segreto di Stato. Un mese dopo Bettino Craxi lo confermò e su tutta la vicenda della scomparsa e della morte di mia sorella da quel momento calò il silenzio. Una delle principali conseguenze, è stato l’oblio della figura stessa di Graziella: il suo nome non compare in alcun sito internazionale dove sono elencati i giornalisti uccisi. Non nel sito di Reporters Sans Frontiers, non nel Memorial di Washington. Amnesty International, invece, non se ne volle occupare perché ufficialmente i due cronisti non erano prigionieri.

Come si è arrivati alla decisione di chiedere l’accesso agli atti?

Dopo la legge del 2007 varata dal governo Prodi, l’onorevole Francesco Rutelli, all’epoca presidente del Copasir, si è appellato ad una frase scritta da Craxi in una lettera (diretta alla Mafai, ndr.) in cui chiedeva al giudice di fare domande inerenti alla sola vicenda De Palo-Toni. Su questa base, Rutelli ha fatto la richiesta al premier Silvio Berlusconi di desecretare i documenti riguardanti il caso senza quindi andare a toccare gli interessi nazionali. Il risultato è stato che il Segreto di Stato è caduto su 1.240 documenti che comunque non sono pochi. Tutta una serie di altre carte, però, restano segrete e sulla loro desecretazione il Governo si pronuncerà il 31 dicembre prossimo. Quello di Graziella e Italo è l’unico caso in cui è stata applicata la legge Prodi del 2007.

 

Di che tipo di documenti di tratta?

Inizialmente temevamo si trattasse solo di articoli di giornale di mia sorella selezionati dai Servizi. Abbiamo invece scoperto che sono per la maggior parte documenti, alcuni brevissimi, altri fascicoli voluminosi che per ora non possono essere divulgati. Per comprendere appieno il caso di mia sorella, ci vorrebbe un intero appartamento in cui riunire le carte appena desecretate, gli atti dell’indagine e l’inchiesta che ho condotto immediatamente dopo la sua scomparsa. Solo a quel punto, si potrebbero iniziare ad incrociare i documenti per capire quella verità a cui comunque siamo molto vicini.

 

Cosa vi aspettate adesso?

Come prima cosa chiediamo che ci venga data copia degli atti desecretati e, in secondo luogo, che non venga confermato il Segreto di Stato sulle carte che non abbiamo. C’è poi da sottolineare che il trentennale cade nella riapertura dei colloqui tra Olp ed Israele: Abu Mazen, ormai libero da ricatti, potrebbe almeno farci riavere i corpi o quello che ne resta.

 

Che persona era Graziella De Palo?

Graziella era una giornalista con un fiuto straordinario, vicina agli emarginati e alla causa palestinese. Ricordo ancora quando, persa la fede durante l’adolescenza, mi disse: “Mi resta solo una cosa: l’amore per gli emarginati”. Iniziò a lavorare per Notizie Radicali dove conobbe Italo Toni e poco dopo, nel 1980, collaborò con Paese Sera, chiamata dal direttore Peppino Fiore proprio per la sua competenza sul traffico internazionale di armi. Mia sorella, inoltre, era amica di Nemer Hammad, il rappresentante a Roma dell’Olp, mentre Italo Toni era stato il primo giornalista occidentale a fare, nel 1968, un’esperienza con i guerriglieri palestinesi sulle rive del Giordano, prima che si formasse l’Olp e fu lo scoop che lo rese famoso.

 

Come sono scomparsi Graziella e Italo?

Nel 1980 Italo Toni volle partire per il Libano e Nemer Hammad lo aiutò nell’organizzazione del viaggio. Il 2 agosto, intanto, c’era stata la strage di Bologna. Italo e Graziella arrivano a Damasco il 23 agosto del 1980, su un volo della Sirian Arab Airlines, dormono nella capitale siriana e la mattina successiva una jeep li porta a Beirut ovest, territorio sotto il controllo di Damasco. Questo particolare è importante poiché nessuno dei due giornalisti aveva il visto libanese per raggiungere Beirut Est, in mano ai falangisti: si sono mossi solo in territorio siriano. Al Fatah fa quindi fare ai due giornalisti il giro di routine dei campi palestinesi ma Italo Toni vorrebbe andare a cercare notizie più incisive. Davanti al rifiuto di Fatah di fare percorsi diversi da quelli classici, i due giornalisti prendono accordi con il Fronte democratico ma per la loro sicurezza si presentano il primo settembre – il giorno precedente alla scomparsa – all’ambasciata italiana a Beirut Ovest per avvertire che avrebbero intrapreso un viaggio con il Fronte democratico, chiedendo di essere cercati se non fossero tornati entro tre giorni. Il 2 settembre, però, una jeep li va a prendere a tradimento sul luogo dell’appuntamento e da quel momento di mia sorella e di Italo Toni non abbiamo più avuto notizie. La nostra famiglia è venuta a conoscenza della scomparsa di Graziella solo il 15 settembre successivo, quando mia sorella sarebbe dovuta tornare in Italia.

 

Quella di Italo e Graziella è una vicenda inquinata da numerosi depistaggi…

Il primo è stato messo in atto pochi giorni dopo la loro scomparsa, quando il portiere dell’albergo presso cui alloggiavano racconta che i due giornalisti sono partiti per Baghdad. In quei giorni, infatti, era scoppiata la guerra tra Iran e Iraq. Nei primi giorni di ottobre, invece, si diffonde la notizia che i due cronisti sono morti. Lentamente a tutta la vicenda viene messa la sordina.

 

Come si sono comportate, a quel punto, le autorità italiane?

Partirono immediatamente due inchieste: una da parte dei Servizi e condotta dal colonnello Giovannone e una seconda – ufficiale – da parte dell’ambasciatore D’Andrea. Entrambe coordinate dall’allora segretario generale della Farnesina, Francesco Malfatti di Montetretto, pidduista. D’Andrea viene screditato e messo a tacere, mentre Giovannone inizia a promettere che la vicenda si sarebbe conclusa in modo positivo. È tutto un susseguirsi di promesse e smentite. Per anni.

Nella tua inchiesta ti sei recato diverse volte in Libano ed hai anche incontrato Arafat. Cosa vi disse?

Ho incontrato Arafat nel 1981, poco dopo che, nel febbraio di quello stesso anno, ci era stato comunicato dal governo italiano che Graziella era in mano ai Falangisti a Beirut Est, una zona in cui non sarebbe mai potuta andare per un semplice motivo: non aveva il visto libanese e quell’area non era sotto il controllo siriano. A questa pista non ho mai creduto ma ci è stata ripetuta anche da Arafat. A quel punto ebbi la certezza che Graziella era stata assassinata dall’Olp. La manovra era chiara: si voleva dare la colpa ai Falangisti cristiani che nel Libano dell’epoca non contavano nulla, appoggiati però dagli americani e da Israele, per proteggere l’Olp con cui il nostro Paese aveva stretto accordi in segreto. A tutt’oggi questa è ancora considerata la verità ufficiale. Ad indicare una pista diversa, però, sono le bugie di personaggi come Nemer Hammad, del colonnello Giovannone e di personaggi appartenenti all’Olp che troppe volte ci hanno dato false speranze.

EF

Pubblicato su Narcomafie il 03.09.2010

***

LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO. IL DOPO-ROSARNO

Mahmadou è «stranded». Nel linguaggio dei migranti significa «insabbiato», ma viene tradotto spesso anche con «naufrago», «disperso ». È la condizione di quanti, una volta partiti per l’Occidente, sono costretti a fermarsi per mancanza di lavoro e possibilità economiche, ad arrangiarsi e a sopravvivere con poco. Fuggito da Rosarno dopo gli scontri del gennaio scorso, Mahmadou – 34 anni ad agosto – è in Italia dal 2007, quando per evitare le retate del regime in Nuova Guinea è scappato prima in Senegal e da qui, grazie all’aiuto di alcuni amici, ha raggiunto in aereo l’Italia. «Ho il permesso di soggiorno – dice mostrando il tesserino plastificato su cui è scritto “Asilo politico” – non sono un clandestino». Eppure anche lui come molti è scappato da Rosarno.

In undici in un bilocale. «Quando sono arrivato in Italia – racconta – da Roma sono andato prima a Brescia dove ho lavorato per quattro mesi in fabbrica come metalmeccanico poi a Foggia, nella zona della Capitanata, nel “grande ghetto”, un gruppo di case abbandonate da dove ogni mattina partivamo per andare a raccogliere pomodori nei campi. Qui – spiega Mahmadou – la paga era bassissima, guadagnavamo tra i 2,50 e i tre euro l’ora e a fine giornata dovevamo dare cinque euro a testa al caporale, quasi sempre un africano o un asiatico che faceva capo a un padroncino italiano». Nelle case del ghetto Mahmadou ha vissuto insieme ad altre trecento persone. «Non c’era corrente elettrica – spiega – e l’acqua dovevamo trasportarla in grandi fusti di plastica. La polizia conosceva molto bene quel posto ma nessuno ha mai fatto controlli». Un inferno, quello dei campi del Tavoliere delle Puglie, da cui Mahmadou riesce a fuggire dopo cinque mesi, destinazione Rosarno. Alcuni suoi amici gli avevano raccontato che in Calabria c’erano lavoro e condizioni di vita migliori: non più un capannone ma un appartamento. Arrivato a Rosarno, però, scopre una situazione ben diversa: in un bilocale vivono in undici e ognuno paga 80 euro al mese d’affitto a un italiano. Nei campi, invece, per ogni cassa di arance si guadagnano 40 centesimi, un euro per i mandarini. Ai caporali vanno dieci euro.

“Al mio paese non ci torno”. «Per strada – racconta Mahmadou – i ragazzi si avvicinavano con i motorini e ci lanciavano le uova oppure ci prendevano a sprangate. A gennaio poi si è diffusa la voce che alcuni di noi erano stati uccisi ed è scoppiata la rivolta. Siamo rimasti chiusi in casa per molti giorni, eravamo terrorizzati ». In molti, prosegue Mahmadou, «non vogliono tornare a Rosarno ma non hanno scelta. In Calabria come in Puglia c’è sempre lavoro e anche io, se non troverò un’occupazione a breve, sarò costretto ad andare a Foggia. A Rosarno non tornerò per nessun motivo». In mano un curriculum tradotto in italiano da un’associazione di volontariato, Mahmadou adesso è ospite di un centro Caritas a Roma e passa le giornate a cercare lavoro come cameriere o manovale nei cantieri. «A fine marzo – racconta – ho rischiato di restare senza un posto dove dormire poi, per fortuna, sono riuscito ad ottenere un letto presso la Caritas per altri sei mesi. Quello che manca però è il lavoro. Quando sono arrivato in Italia speravo in una vita migliore, così non è stato». L’ipotesi di tornare nel suo Paese d’origine, però, Mahmadou non la prende in considerazione: «se rimetto piede in Nuova Guinea, mi arrestano. Prima di partire – spiega – facevo parte di uno dei sindacati che organizzarono uno sciopero generale contro il governo. Pochi giorni dopo venne scatenata una caccia all’uomo contro tutti gli esponenti dell’opposizione e sono dovuto fuggire».

L’operazione “Migrantes”. Sul futuro di Mahmadou e di molti altri che in Calabria hanno lavorato e vissuto in condizioni indegne di un Paese civile, si sono per lo più spente le luci delle telecamere. «Poco dopo i disordini – spiega Pietro Soldini, responsabile Immigrazione della Cgil nazionale – circa trecento immigrati sono tornati a Rosarno, adesso vivono accampati in attesa di raccogliere agrumi. Molti altri, invece, si sono spostati nella piana del Sele, nel salernitano, dove la serricoltura garantisce lavoro per tutto l’anno». Che lo sfruttamento della manodopera straniera in Calabria non si fosse mai concretamente interrotto, l’ha messo in evidenza anche l’operazione “Migrantes”, condotta il 26 aprile scorso dalle forze dell’ordine proprio a Rosarno e partita dopo alcune denunce raccolte dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei centri di accoglienza di Crotone e di Bari. Secondo quanto è emerso dall’inchiesta che ha portato all’arresto di trenta persone e a diversi sequestri, il sistema del collocamento clandestino aveva ripreso a funzionare già due settimane dopo gli sgomberi, un meccanismo che gli inquirenti hanno definito «ben consolidato». Quanti osavano ribellarsi al sistema imposto dai caporali, venivano isolati e picchiati. È il caso, ad esempio, dei due migranti feriti il giorno della rivolta: con molta probabilità avevano chiesto ai loro datori di lavoro il compenso pattuito per la raccolta degli agrumi. «Dopo gli arresti – ha dichiarato il Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo che ha coordinato le indagini – tutte le strutture dello Stato dovranno vigilare per impedire che si ripetano i fenomeni di sfruttamento del passato. L’inchiesta Migrantes – ha proseguito il Procuratore – ha consentito di comprendere il sistema di collocamento parallelo e clandestino e costituirà una base di partenza per le inchieste future che dovranno impedire il ripetersi del fenomeno».

L’utopia di un contratto. Secondo una prima mappatura realizzata da Caritas italiana, alcuni braccianti fuggiti dalla Calabria hanno cercato rifugio a Roma (la Flai-Cgil parla di duecento persone), altri sono tornati nel foggiano, in Puglia, altri ancora a Palazzo San Gervasio, in Basilicata, mentre è quasi certo che molti immigrati siano spariti nel budello del villaggio Coppola di Castelvolturno e nella zona di Sant’Antimo, in Campania. «Quanto avvenuto a Rosarno – spiega Oliviero Forti, responsabile del settore Immigrazione della Caritas italiana – ha dimostrato come la pratica degli sgomberi non sia efficace se non accompagnata da un piano successivo di accoglienza che veda impegnate istituzioni e associazioni. Molti dei lavoratori regolari che sono stati trasferiti, hanno adesso pochissime prospettive di trovare un’occupazione. Di contro – conclude Forti – è bene sottolineare che resistono ancora i luoghi e i canali noti del lavoro nero, veri e propri recettori di manodopera irregolare che accolgono anche migranti con il permesso di soggiorno ma senza la possibilità di trovare un impiego garantito da un contratto».

EF

Pubblicato su Narcomafie di maggio 2010

***

«SENZA SCANDALO PER LA MALAVITA, NON È VERA CHIESA», INTERVISTA A MONSIGNOR RAFFAELE NOGARO

«Nel Sud la mafia va combattuta con il catechismo della legalità e la Chiesa non può tirarsi indietro». Lo dice chiaro monsignor Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, un friulano trapiantato nel cuore della Terra di Lavoro: «La pastorale deve proporre itinerari educativi contro la camorra, dar vita a catechismi di legalità proprio come fa per la fede e per la morale altrimenti di fatto si compromette. Non è ammissibile una tacita convivenza con la Camorra».

Riservato, una voce sottile e meditata, Raffaele Nogaro sottolinea come il documento licenziato nel febbraio scorso dalla Conferenza episcopale italiana sui problemi del Sud sia «un segno importante che rischia però di restare carta morta senza regole applicative precise». «La Chiesa in quanto tale – prosegue – non ha recepito del tutto la realtà drammatica di una criminalità organizzata che sconfigge il Meridione. Non voglio che si scomunichi nessuno – aggiunge – ma la vita comunitaria non può essere manomessa o vissuta gratuitamente dai malavitosi ». E tra i simboli che «la Chiesa del Sud» – così la chiama monsignor Nogaro – deve sempre tenere in considerazione, ci sono «i martiri». Il riferimento, tra gli altri, è a don Peppe Diana, trucidato a Casal di Principe il 19 marzo del 1994, «un amico che conoscevo bene», spiega Nogaro, «un sacerdote autentico che meriterebbe la beatificazione. È stato un martire della giustizia che la Chiesa del Sud dovrebbe ricordare sempre ed onorare, altrimenti sarà difficile che faccia passi in avanti».

Un concetto, quello dell’impegno concreto in una pastorale coraggiosa, che Nogaro rimarca e sottolinea anche nel libro-intervista Il Vangelo a Caserta, pubblicato insieme a Orazio La Rocca, vaticanista del quotidiano “La Repubblica”, per i tipi Laterza. «Da noi –racconta don Raffaele – c’è una pratica religiosa anche fervente, ma la vita cristiana rimane nascosta, senza responsabilità sociale». E il rischio è che una fede senza le opere rimanga «ideologia». «Purtroppo – aggiunge poco oltre – molti cristiani hanno la professione della bontà, non la pratica. Vivono una religione civile, non la fede del Vangelo».

Ad attirare l’attenzione del lettore è il binomio inscindibile tra la realtà vissuta in terra di Camorra e l’insegnamento delle Scritture: il secondo non è concreto senza un impegno di vita vero e quotidiano. La Parola di Dio se non si concretizza diviene quanto di peggiore possa rapire la mente umana: ideologia. Se manca lo «scandalo» nei confronti della malavita o della condizione degli oppressi, il resto non ha senso. «L’illegalità – spiega don Raffaele a Orazio La Rocca – nel nostro Paese ha ormai assunto proporzioni allucinanti, fortemente pervasive, investendo tutti i ceti sociali, tutte le strutture del consorzio umano, ed è difficilmente identificabile con una specifica categoria di persone». Quello della Camorra, si legge nel libro, «è il peccato di Caino, la volontà di conquistare e tenere per sé ogni cosa. È la forma esasperata di egoismo».

Le prime vittime di un sistema capillare come quello della malavita organizzata, secondo Nogaro sono proprio i giovani. «La Camorra in Campania – spiega – con la sua oppressione, impedisce prima di tutto le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. E le prime vittime sono i giovani » che sono portati a confondere «il bene comune col bene privato, con la corsa individuale ai propri interessi, al proprio tornaconto, senza pensare a chi ha bisogno, al più debole; mentre il degrado, il sottosviluppo e la disoccupazione non fanno che incrementare l’emigrazione dei giovani volenterosi». Ancora una volta è il peccato di Caino che permea le anime di quanti vivono dove lo Stato è assente e ancora una volta è l’impegno della pastorale che non deve mancare, come segno di rottura con il sistema. «Cristo – spiega don Nogaro nel libro – sfidava a viso aperto quegli scribi e quei farisei che erano causa di oppressione dei più deboli. La stessa cosa deve fare la Chiesa nei confronti dei camorristi, mafiosi e malavitosi. Ma a volte manca di profezia e dà l’impressione di tirarsi indietro». Anche nella Chiesa, dunque, è questione di coraggio e coerenza.

E nel leggere Il Vangelo a Caserta, viene in mente una citazione di Italo Calvino che chiude “Le città invisibili”, lì dove lo scrittore sanremese richiama il lettore alla coerenza di vita, a farsi cittadino negli atti quotidiani: «L’inferno dei viventi – scrive Calvino – non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper ricono-scere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

La riflessione di don Raffaele va poi a toccare un aspetto centrale della lotta alla criminalità: il carcere. L’ex vescovo di Caserta segna un punto di rottura con quanti sostengono l’utilità dell’ergastolo, pena che, secondo monsignor Nogaro, priva il carcerato della speranza di cambiare vita. «Se un uomo è redimibile – afferma don Raffaele – e per me lo è sempre, bisogna fare di tutto per recuperarlo con la pazienza, l’ascolto, l’esempio, nelle strutture sociali preposte. Per questi motivi, non considero nemmeno l’ergastolo una pena giusta e teologicamente corretta. Un conto è fermare una persona malvagia che sbaglia […] per educarla al bene, un altro è maltrattarla, rinchiudendola per sempre in un carcere, dentro quattro mura, privandola per sempre della speranza di poter cambiare. È quasi una condanna a morte camuffata che non accetto. Pensare che i criminali più incalliti non siano recuperabili è una bruttura, un’idea inconcepibile, una sconfitta per tutti che equivale a tradurre l’Inferno su questa terra».

Un principio, quello espresso da don Nogaro, condivisibile dal punto di vista etico che si infrange però contro la realtà delle carceri italiane, divenute ormai più budelli infernali che non luoghi in cui è possibile una concreta riabilitazione dell’anima. La Chiesa dell’antimafia, dunque, secondo don Raffaele è possibile. Lontano da ogni strumentalizzazione politica, monsignor Nogaro esorta i parroci a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo nei luoghi in cui c’è maggiormente bisogno di un segno concreto, di un’esperienza forte e di una pastorale autentica. Perché se lo Stato è assente, proprio dai sacerdoti e dai religiosi deve venire un esempio di cittadinanza attiva e di impegno responsabile. Essenziale, infine, è non dimenticare chi con la propria vita ha indicato la via della testimonianza concreta. Primo tra tutti don Peppe Diana, sacerdote che Nogaro propone per la beatificazione. Se l’invito dell’ex vescovo di Caserta venisse accolto, il Vaticano dimostrerebbe di essere consapevole del valore civile ed evangelico dell’esempio del sacerdote di Casal di Principe e strapperebbe quella coperta di oblio che spesso si cerca di stendere su quanti – anche in solitudine – hanno deciso di opporsi al cancro vigliacco delle mafie.

EF

Pubblicato su Narcomafie di aprile 2010

***

L’INCHIESTA – IL SISTEMA GRIGIO DEL CAPORALATO

Jose Dioli lo incontro di sera a san Donato milanese, alle spalle dell’ex area industriale di Metanopoli. Seduti al tavolo di un Mac Donald, Jose estrae due faldoni di carte e inizia a raccontare la realtà dei mercati generali di Milano, dove il sistema del caporalato è diventato un business da decine di migliaia di euro noto a tutti, anche al comune che gestisce l’ortomercato attraverso la società So.ge.m.i.

«Nell’ortomercato – racconta Jose – ci sono soltanto tre cooperative regolari. Le altre sono state messe in piedi per sfruttare da un lato la crisi economica e dall’altro il gran numero di stranieri in cerca di lavoro. Si tratta di società che fanno collocamento e inviano personale presso i grossisti a prezzi drasticamente ridotti». Come riescano a battere la concorrenza Jose lo spiega subito dopo: «Non hanno un parco mezzi da accudire né un magazzino per cui pagare l’affitto e non devono effettuare la manutenzione delle macchine. Ma soprattutto non pagano i contributi e le tasse relative al lavoro dei dipendenti. In questo modo – continua Jose – queste cooperative si sono inserite nell’ortomercato e i datori di lavoro per risparmiare hanno iniziato a fare come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Il tutto per pagare non più 16-17 euro all’ora per ogni lavoratore inviato dalla cooperativa ma 11-12 euro. Si tratta di 5 o 6 euro che in tempo di crisi economica fanno la differenza». Il binario è doppio e il silenzio è comune.

Chi c’è dietro le cooperative? «Dei 12 euro pagati per la manodopera – spiega Jose – all’operaio ne restano in tasca circa sei. Il resto lo mette in cassa la cooperativa». Calcolando 100 ore lavorative mensili, ogni operaio frutta circa 600 euro al mese che moltiplicate per 50 operai, fanno circa 30mila euro. E il calcolo è per difetto, dal momento che si lavora anche più di 200 ore. Le cooperative che hanno iniziato a fare il collocamento “in grigio” all’interno del mercato ortofrutticolo, dunque, hanno un business che oscilla tra i 30mila e i 60mila euro ogni mese.

«Ci sono società – aggiunge Jose – che hanno anche una settantina di operai, alcuni totalmente in nero». E se l’ispettorato del lavoro interviene, il meccanismo è semplice: la società viene messa in liquidazione e ne viene creata un’altra che in alcuni casi ha addirittura la stessa sede e gli stessi soci lavoratori ma semplicemente un nome diverso. La domanda a questo punto è d’obbligo: chi c’è dietro alle cooperative? «Sono quasi sicuro – spiega Jose – che inizialmente alcuni datori di lavoro abbiano agevolato la nascita di queste società per poter risparmiare, dopodiché il sistema è entrato a regime e ha messo in difficoltà anche le cooperative storiche che fornivano servizi in modo legale all’interno dell’ortomercato». Un business del genere, inserito in un sistema ormai rodato, potrebbe far gola anche a ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra che già hanno dimostrato di sapersi infiltrare in realtà analoghe come il mercato ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina. «Bisogna essere cauti– avverte Jose – si fa presto a trasformare tutto in mafia. Certo negli anni scorsi la questura ha scoperto una cooperativa messa in piedi da un sindacalista che aveva fatto avere il pass a un esponente dei Morabito che risultava socio e adesso è in carcere. Non si può escludere la presenza della mafia».

Un cassetto pieno di contanti. Il primo sciopero per denunciare il lavoro nero e il giro di manodopera clandestina all’interno dell’ortomercato, Jose lo organizza nel 2005, il secondo nel 2007. Picchetti di lavoratori bloccano l’ingresso dei camion ai mercati generali. In risposta vengono inviati 200 agenti in tenuta antisommossa. È il 30 maggio del 2005 e all’ortomercato non si era mai vista una protesta simile. Lo sciopero fa rumore, dà fastidio. Arrivano le prime minacce e le prime denunce. Un dipendente di una di queste cooperative ha il coraggio di alzare la testa e racconta il meccanismo di sfruttamento dei lavoratori: «Ogni 15 del mese – racconta Jose mostrandomi le carte a sostegno del suo racconto – questo dipendente saliva fino al sesto piano di quella che viene chiamata la “palazzina So.ge.mi” perché ospita la società di gestione dell’ortomercato e bussava agli uffici della cooperativa, sorvegliati da una telecamera, dove si poteva entrare uno per volta. Al dipendente veniva consegnata la busta paga con le competenze accreditate sul conto bancario e una somma a parte, in contanti». In poche parole, delle 200 ore lavorate, ne venivano effettivamente pagate in modo regolare poche decine, il resto veniva saldato “fuori-busta”. «Fino a qualche tempo fa – continua Jose – insieme ai contanti veniva dato anche un bigliettino su cui era segnato il dettaglio delle ore di lavoro nero pagate. Questo lavoratore ha raccontato anche come durante queste riunioni il presidente della cooperativa – amministratore unico ed ex facchino dell’ortomercato – fosse sempre affiancato da una seconda persona che non risultava nell’organigramma della società ma che prendeva tutte le decisioni». Grazie a questa denuncia, il 15 gennaio scorso è scattata un’ispezione da parte dell’ispettorato del lavoro, con controlli presso l’azienda dove erano impiegati questi lavoratori e presso gli uffici della società. «Mi è stato detto – continua Jose – che quando gli ispettori se ne sono andati un dipendente è entrato negli uffici dove si pagavano gli stipendi e ha visto un cassetto pieno di denaro contante. Per questa vicenda è necessario usare il condizionale poiché mi è stata riferita, ma è probabile che quel denaro servisse a pagare i fuori-busta». L’ortomercato però è un suk. È impossibile che un’ispezione non venga notata, anticipata, segnalata. Chi deve nascondere i soldi, aggiustare una busta paga, far sparire carte o “convincere” i dipendenti, ha tutto il tempo per farlo.

“Il sistema non cambierà”. Quanto questo business sia radicato, lo conferma anche l’esito della gara d’appalto indetta dall’ente gestore dell’ortomercato, la So.ge.m.i., che doveva affidare a tre cooperative autorizzate i servizi interni dei mercati generali. Vi ha preso parte anche il consorzio City, nato a novembre proprio in vista della gara, che è stato però escluso per mancanza di requisiti. A quel punto è scattato il ricorso al Tar che ha accolto le ragioni dei non ammessi e ha sospeso tutto.

«Il giorno successivo alla decisione del tribunale – racconta Jose – alcuni dei proprietari delle cooperative escluse dalla gara sono andati in giro dicendo “abbiamo vinto!”. Si è dimostrato che il sistema in vigore nei mercati generali non cambierà». Tra le motivazioni del ricorso, il consorzio City avrebbe portato la presunta creazione, come effetto del bando, di un monopolio nella gestione dei servizi che escluderebbe gran parte delle «quaranta cooperative attuali», un dato che a Jose non risulta: «Oggi le società cooperative sono una decina scarsa e alla gara hanno partecipato solo otto soggetti. Gli stessi soci lavoratori che fanno attività di facchinaggio all’interno dell’ortomercato non sono più di 400, mi sembra ridicolo pensare che siano divisi in quaranta società». Jose non lo dice espressamente ma vista la facilità con cui vengono messe in piedi società fornitrici di manodopera in grigio, border line con il lavoro totalmente nero, il pericolo è che le quaranta cooperative citate nel ricorso al Tar vengano create in pochi giorni dagli stessi soggetti interessati a mantenere l’attuale sistema di fornitura di manodopera in grigio.

Solo un testimone. Al racconto sulle intimidazioni Jose ci arriva dopo essersi reso conto di una macchina che già da qualche tempo ci teneva d’occhio, rallentando proprio in corrispondenza della vetrina accanto al nostro tavolo. Al primo passaggio non avevo detto nulla. Il guidatore si era fermato e aveva guardato verso di noi. Poteva essere chiunque e potevo essermi sbagliato. La stessa scena, con la stessa macchina, si ripete però una manciata di minuti dopo. Con la coda dell’occhio Jose si accorge del guizzo luminoso dei fari. È un attimo. Si volta. Giusto il tempo per il guidatore di capire che la persona seduta di spalle alla vetrina era proprio Jose poi accelera e fila via. «Chi era quello? – l’esclamazione resta impressa nel mio registratore –. Ti rendi conto di come sono costretto a vivere? ».

Il primo attentato Jose lo subisce nel 2005 quando alcuni ignoti gli danneggiano la macchina. È la reazione al primo sciopero di protesta contro il caporalato nei mercati generali. Un anno dopo, nel 2006, alzano il tiro. Quando Jose risponde al telefono sono le quattro di notte, è all’ortomercato. La moglie grida: «Ci stanno bruciando la casa! ». Qualcuno aveva cosparso di liquido infiammabile tutto il perimetro della loro abitazione e aveva appiccato il fuoco. «È stato un caso che mia suocera si sia accorta dell’incendio – racconta Jose – si era alzata per andare in bagno e ha visto il bagliore delle fiamme, altrimenti non so cosa sarebbe accaduto». Nel 2007 scatta il secondo sciopero di protesta contro il caporalato all’ortomercato e continuano le denunce firmate da Jose. «Una mattina – spiega – ero a lavoro e mi hanno inseguito in tre. Sono riuscito a rifugiarmi nella guardiola della vigilanza e nonostante la presenza delle guardie continuavano a urlare “ti uccidiamo”, “ti spariamo”. Quando è arrivata la polizia, solo uno degli agenti della sicurezza ha raccontato la scena a cui avevano assistito decine di persone. Per la sua testimonianza so che è stato richiamato». Ma non finisce qui. Lo scorso anno, rientrando dalle ferie, Jose sale nel suo ufficio all’interno dell’ortomercato e trova ad aspettarlo due grossisti affiancati da altre due persone. Sono le cinque di mattina. In pochi istanti lo braccano, lo prendono per il collo e lo ammanet tano. «Per le botte – racconta Jose – mi hanno spaccato un dente. Quando mi sono rialzato per inseguirli uno di loro è tornato indietro e ha dato una testata violentissima contro la porta del mio ufficio gridando “adesso andiamo dai vigili urbani a denunciare che Dioli ci ha aggrediti”». Dopo l’ispezione del 15 gennaio scorso, infine, sulla porta dello studio di Jose qualcuno ha dipinto una croce con la scritta “bastardo”. «Per cinquantamila euro – taglia corto Jose – chi si farebbe problemi ad uccidermi?».

Pubblicato su Narcomafie, Marzo 2010

***

INCHIESTA SUL CAPORALATO: MAROUANE E VALERIU, STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO NELLA “MILANOCHELAVORA”

Marouane ha 26 anni ed è egiziano. Occhi neri e piccoli, capelli mossi e pelle olivastra, lo incontro al congresso della Cgil degli edili di Milano. «Lavoravo nel cantiere milanese di via Savona – racconta – dove stanno costruendo circa trecento appartamenti. Di duecento ore lavorate, me ne pagavano in modo regolare meno della metà. Il resto era in nero. O accettavo quel sistema oppure non lavoravo». Pochi mesi prima di essere mandato a casa, Marouane cade da una scala e si frattura una spalla. Ha bisogno di cure immediate e invece niente. Lo lasciano per terra per un’ora e mezza prima di portarlo in ospedale. «Urlavo ma a loro non interessava, cercavano solo di togliermi la divisa e cambiarmi gli abiti per simulare una caduta in casa. Il capocantiere – continua Marouane – per evitare che chiamassi l’ambulanza mi ha strappato il cellulare dalle mani. Alla fine mi hanno caricato come un animale sopra un furgone e mi hanno portato all’ospedale, minacciando che avrei perso il lavoro se avessi raccontato la verità». Marouane obbedisce, in gioco, oltre al contratto “grigio” che si ritrova, c’è il permesso di soggiorno. «Quando la polizia mi ha chiesto dove fossi caduto ho fatto finta di non capire e nei tre giorni successivi sono rimasto chiuso in casa senza rispondere al telefono, come aveva ordinato il mio caposquadra». Tornato in cantiere dopo l’infortunio, Marouane trascorre tutto agosto a bruciare legna e cartone: «Era il loro modo per convincermi ad andare via – spiega –. Dicevano che con la spalla infortunata ero un mezzo uomo perché non potevo lavorare. Dopo due settimane passate in quel modo, sono rimasto a casa in malattia, poi ho perso il posto». Una malattia che non gli è stata mai pagata. Così come non gli è stato pagato neanche l’ultimo stipendio da 447 euro.

Una storia simile è quella di Valeriu. Con due lauree in ingegneria prese in Romania, prima della rivoluzione contro Ceaucescu era dirigente di un’azienda chimica di Stato. Crollato il regime, si è ritrovato a lavorare come ruspista in un cantiere di Milano, a dormire nei boschi o in un magazzino senz’acqua. «Sono arrivato in Italia nel 2000 – racconta –. Un amico mi indirizzò nella zona del Castello sforzesco, a Milano, dove avevo un appuntamento con un caporale italiano, un calabrese. Ancora adesso sono convinto che la rete del caporalato in Italia sia collegata alle mafie del meridione. Iniziai a lavorare in un cantiere che faceva opere stradali per il comune di Settimo milanese (quindi una commessa pubblica, ndr.), ma il datore di lavoro pagava pochissimo o non pagava per niente. Solo quando si accorgeva che sia io che i miei colleghi eravamo arrivati al limite della sopportazione, giungeva la voce che “il capo era sceso in Calabria a prendere i soldi”. E sapevo anche dove andava: a Reggio, a Crotone, a Vibo Valentia». Il caporale decide i tempi di lavoro, porta i soldi, spiega ai nuovi venuti come muoversi in città e cura i rapporti con il proprietario dell’azienda.

«Una volta – prosegue Valeriu – mi ribaltai con un camion che doveva essere rottamato da due anni. Mi feci male alla schiena e alla mano. In quell’occasione il caporale stette accanto a me diversi giorni prima di portarmi in ospedale dicendo che ero caduto in casa». I segni di quell’incidente e dei mancati soccorsi Valeriu se li porterà dietro per il resto dei suoi giorni. «In questi anni – racconta – ho dormito prima nei boschi perché i miei capi temevano i controlli, poi in un magazzino senz’acqua da dove non potevo uscire. La domenica, invece, venivo mandato a smaltire le macerie del cantiere in alcune discariche abusive nei boschi fuori Milano. Per una persona che nel proprio Paese d’origine aveva una posizione, una cultura e un lavoro – la voce si assottiglia, le parole lente – ridursi a fare questa vita è un colpo durissimo. Volevo tornare in Romania ma provavo vergogna. Non mi reputo sconfitto – conclude Valeriu – perché se così fosse significherebbe che avrei avuto l’opportunità di lottare. In quegli anni sono stato semplicemente partecipe della mia stessa umiliazione».

Pubblicato su Narcomafie, marzo 2010

***

INCHIESTA SUL CAPORALATO: «COSI’ LE AZIENDE SFUGGONO AI CONTROLLI»

Piazzale Lagosta, piazzale Lotto, piazza Aspromonte, l’ortomercato, il capolinea della metropolitana Maciachini, la zona della stazione Centrale, di Bande Nere, di Cascina Gobba. Sono questi gli snodi principali del caporalato dell’edilizia milanese. Non servono mappe perché li conoscono tutti. Imprenditori e forze dell’ordine, giornalisti e operatori.

Eppure ogni mattina, poco prima dell’alba, è qui che si affollano lavoratori italiani e stranieri in cerca di un impiego nei cantieri della zona. Come ai tempi dei romani, assoldano schiavi. Rispetto a qualche tempo fa, però, qualcosa nel meccanismo sommerso del caporalato sta cambiando e può capitare di andare nei punti principali dello schiavismo nostrano e non trovare nessuno o sorprendere solo gruppetti sparuti di persone.

A spiegarmi come si sta aggiornando la rete criminale che gestisce braccianti e manovali, sono due ispettori della Cassa edile di Milano che chiedono di restare anonimi. «Gli agglomerati ai margini delle piazze sono sempre più rari sebbene non siano scomparsi – raccontano –. Ormai l’imprenditore si affida ad una serie di caporali e sottocaporali che garantiscono una rete di manodopera a prezzi bassissimi ». Quanto visto per l’ortomercato, si ripete anche nell’edilizia. Il grigio è il sistema di assunzione più diffuso e il nero totale è ormai raro perché troppo pericoloso. «C’è stata prima la fase delle cooperative – spiegano i due ispettori – che sono ancora presenti, poi sono venuti i contratti co.co.co, trasformati in co.co.pro. per effetto della legge Biagi. Adesso nei cantieri si trova addirittura il part-time o contratti di libera professione per artigiani: semplici manovali che compaiono come lavoratori autonomi. In questo modo l’impresario risparmia circa il 40% di quanto dovrebbe pagare per la contribuzione. è un aggiornamento continuo: fatta la legge trovato l’inganno». Anche in edilizia «ci sono aziende che ogni due o tre anni cambiano ragione sociale e rappresentante legale, in questo modo le ispezioni non riescono a star dietro ad un’impresa che muore dopo due anni. Il controllo arriva quando l’azienda già non c’è più».

Accade poi che i dipendenti vengano prestati da un’azienda all’altra. «Mi sono scontrato con il dirigente di un comune – racconta uno dei due ispettori – che mi ha detto “noi possiamo lavorare in questo modo perché non esiste una legge che lo vieta”. Era un cantiere pubblico e nel caso in questione gli operai svolgevano l’intero lavoro affidato ad un’altra impresa». I mercanti di schiavi prendono accordi con i proprietari e con le aziende e spostano, “prestano”, interi eserciti di persone. «Questo meccanismo – spiegano – è stato introdotto con la legge 30 che prevede lo “staff leasing”, una condotta che però non è consentita nel pubblico e ha limiti ben precisi».

Ma il caporalato, in alcuni casi, costringe anche a rinunciare al proprio nome e cognome per sparire nel budello di polvere ed esseri umani che lavorano al di là dei tendoni arancioni dei cantieri. Alcune aziende, infatti, regolarizzano solo una parte dei dipendenti i cui nominativi vengono poi trasmessi ai diversi siti: in caso di controlli, gli altri manovali devono rispondere al nome dei colleghi regolarizzati che lavorano in un cantiere a molti chilometri di distanza. In questo modo si possono “riciclare” diverse decine di operai senza temere i controlli.

Pubblicato su Narcomafie, marzo 2010

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...