L’Espresso

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PROSTITUTE? NO, SONO SCHIAVE

Il negozio me lo indica con un cenno mentre ci passiamo davanti. Il quartiere è quello della Maddalena, decantato da De André. Dietro la vetrina, una ragazza nigeriana parla con una coetanea. “E’ una Maman” mi spiega “una sorta di maitresse. E questo negozio è stato aperto grazie alla collaborazione di un italiano cui poi hanno regalato una ragazza per riconoscenza. In generale, tutti i negozi di parrucchiere o di cosmetici sono di copertura, servono a mascherare il traffico di ragazze”. Ad accompagnarmi in giro per Genova è Claudio Magnabosco, fondatore dell’associazione “Le ragazze di Benin City” e marito di Isoke Aikpitanyi, una ragazza nigeriana vittima di tratta, ridotta in coma quando nel Duemila decise di sottrarsi ai suoi aguzzini. La raggiunsero in un parco a Torino quando era appena fuggita, la circondarono in tre e la picchiarono selvaggiamente finché una signora, attirata dalle urla, non chiamò la polizia. Isoke rimase in coma per tre giorni e le dovettero ricostruire l’arcata sopraccigliare.

L’operazione antitratta. Quello della tratta di esseri umani è un fenomeno di cui non si parla quasi più, come hanno denunciato anche i responsabili di Caritas Immigrazione durante il coordinamento della scorsa settimana: un traffico semiscomparso dalle cronache nostrane. Eppure proprio a gennaio una maxi operazione ha portato a ben 55 arresti, smantellando una rete internazionale che dall’Africa portava migranti in Italia. In manette è finito addirittura un mediatore culturale dell’Ambasciata italiana a Nairobi. Roba da prima pagina. E invece niente. E anche il giro d’affari era di tutto rispetto: circa 25 milioni di euro e proveniva dalla contraffazione dei documenti, dai proventi dei viaggi e dal vero e proprio commercio di persone.

Questione di Pil. In Nigeria, mi spiega Claudio, la tratta di esseri umani copre una percentuale del Prodotto interno lordo nazionale ed è gestita ad altissimi livelli. “Persone vicine alle istituzioni, molto potenti, che non si sporcano direttamente le mani ma gestiscono nell’ombra”. E Claudio racconta la vicenda di Isoke: quando la ragazza chiamò i genitori sperando che potessero aiutarla, il padre, un funzionario del Tribunale, dopo qualche giorno le fece sapere che non avrebbe potuto far nulla: le coperture erano troppo potenti. “Si parlava, all’epoca, della moglie del governatore dell’Edo State, ma non ci sono prove”.

La prostituzione per fasce orarie. Per tre giorni Claudio mi accompagna a conoscere i vicoli su cui si svolge il traffico delle ragazze dall’Africa e dal Sud America, mi indica gli appartamenti in cui si consumano gli appuntamenti, molti facilmente individuabili da una luce rossa appesa sopra l’ingresso. E non siamo ad Amsterdam ma in vicolo Untoria: “Molte ragazze” racconta “aspettano l’ora della pausa pranzo degli impiegati. La prostituzione, qui come in molte altre città, avviene per fasce orarie. Di mattina trovi le italiane, di pomeriggio le latinoamericane e la sera le nigeriane”. Qualche ragazza di origine africana, però, la si incrocia anche di giorno. Aspettano, all’angolo con vicolo dei Droghieri o in vico della Scienza. Un dedalo di viuzze in cui si consuma la prostituzione genovese. Il quartiere della Maddalena, proprio dietro via del Campo.

Le ragazze “girano”. “Spesso” prosegue Claudio “le ragazze vengono trasferite. Le Maman le distribuiscono in base alle città, alle esigenze e ai gusti dei clienti. Molte di loro arrivano da Londra e a seconda del miglior offerente vengono smistate in Spagna, Francia, Olanda o Italia. I trafficanti di recente hanno iniziato a farle passare dalla Svezia e dai Paesi scandinavi, dove c’è una percezione minore del problema della tratta di esseri umani”. E proprio a Londra, prosegue “Isoke racconta di una busta sostanziosa consegnata alle guardie di frontiera per far passare sette ragazze, evitando qualsiasi controllo”. Mentre camminiamo per le vie, una porta di un appartamento al pian terreno si apre, una ragazza lancia verso l’esterno uno sguardo circospetto, ci studia. L’interno è ordinato: un letto, luce soffusa, alcune candele. Passiamo oltre.

La struttura è gerarchica. Al vertice del traffico, personalità nigeriane di alto livello agevolano la tratta e offrono copertura. Subito sotto, le cosìddette Confraternite: gruppi violenti di ragazzi che coadiuvano le Maman nella “gestione” delle donne. Originariamente nate come gruppi universitari di studenti in Nigeria, le Confraternite sono divenute vere e proprie associazioni a delinquere, presenti in molte città italiane ed europee e riconoscibili per il copricapo o per alcuni vestiti con colori e simboli ben precisi, con un machete stampigliato su.

Secondo il racconto di Isoke, alcune confraternite sono arrivate addirittura a cercare di gestire i funerali delle ragazze uccise, reclamandone la salma. E poi ci sono le ritorsioni, le aggressioni. Un ragazzo che si rifiutò di sottostare agli ordini della confraternita, alcuni anni fa rischiò l’evirazione a colpi di machete.

Elemento di raccordo tra le Confraternite e le Maman sono le cosidette Londonie, una sorta di esattore – quasi sempre donna – che girano l’Europa per raccogliere il denaro guadagnato dalle Maman. Il sistema, da quello che racconta Isoke, non prevede una “Londonia” per ogni territorio, come si potrebbe credere. Sono le diverse Maman a raggiungere l’esattore quando arriva in Italia. “La Londonia” aggiunge Claudio “è una signora di alta levatura: se deve far finta di essere un ingegnere, nella realtà è ingegnere, con oggettivi motivi per spostarsi nei diversi Paesi in cui va. Ma può essere anche un diplomatico o un funzionario”.

Le chiese finte e i pastori conniventi. Strumenti di controllo e raccordo del traffico sono i finti pastori delle chiese pentecostali che si offrono come confidenti delle giovani vittime di tratta ma in realtà collaborano con le Maman che le gestiscono. E una buona parte del condizionamento psicologico lo esercitano i riti wodoo: veri e propri sortilegi funzionali a condizionare la vita delle ragazze. Un sacerdote mette insieme un fagottino con capelli, unghie e sangue della donna, promettendo di restituirlo solo una volta pagato il riscatto. Dalla Nigeria, infatti, si parte con un debito da saldare e una falsa promessa di lavoro in Europa. Ma ci si ritrova in strada.

Il sistema delle Confraternite. “E’ importante” prosegue Claudio “anche il linguaggio della tratta: la Maman è tecnicamente la “mamma”, poi ci sono le altre ragazze che sono le “sisters”, le sorelle, e i ragazzi che vengono chiamati i “brothers”, fratelli. Rompere legami e condizionamenti così forti per ragazze semplici e spesso senza istruzione, provenienti dai villaggi, è difficile”. E nel caso in cui qualcuna di loro tentasse di fuggire, interverrebbero i “butchers”, i macellai, in forza alla Confraternita. Le confraternite più tristemente note sono quelle dei Black Axe, dei Black Eye, Vikings, Bucaneers, Mafia, Black Beret, molte delle quali operano sul territorio italiano in perfetta sincronia con le mafie italiane e straniere, in una pax mafiosa che permette di gestire traffici e ragazze.

“Le questioni relative alla tratta – spiega Isoke – vengono sempre gestite sottobanco, non si spara, anche perché la tratta di donne (ove non di bambini) è contro il codice tradizionale delle mafie italiane e quindi non deve in alcun modo emergere che ‘Ndrangheta, Camorra o Cosa Nostra si occupano, anche in modo indiretto, di questo tipo di commerci”. Certo è impensabile che traffici di questo tipo possano avvenire sul territorio italiano senza che la criminalità organizzata “nostrana” ne sappia niente.

Un traffico quotidiano, silenzioso, con scambi di “merce umana” pagata in contanti, picchiatori prezzolati e città e clienti indifferenti.

Pubblicato su L’Espressonline il 20.02.2013

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L’AQUILA, TERREMOTATI PER SEMPRE

Basterebbe andare a vedere. Basterebbe camminare per le vie del centro storico dell’Aquila, di Onna, di San Gegorio, di Paganica, di ciò che resta di Tempèra, per misurare le bugie di quanti raccontano che “L’Aquila è stata ricostruita”, che “l’obiettivo è stato raggiunto”. La verità è che nella città più martoriata dell’Abruzzo e nelle frazioni, tutto è imbalsamato, puntellato, tenuto su da pesanti travi di legno su cui scolorano i nomi incisi dei gruppi dei Vigili del Fuoco che le costruirono.

“Non ci sono i soldi”. Il Piano di Ricostruzione dell’Aquila e delle frazioni già approvato, a quasi quattro anni dal terremoto è per lo più fermo. “Sono finiti i due miliardi stanziati – spiega Pietro Di Stefano, assessore del comune dell’Aquila alla Ricostruzione – e adesso si naviga a vista. Manca un afflusso costante di denaro e bisogna contrattare anno per anno con il Governo. Adesso, ad esempio, una delibera del Cipe del dicembre scorso ha sbloccato 150 milioni, un residuo di contabilità che non ci era stato assegnato dal Commissario, soldi che sono stati già impegnati. Siamo in attesa di altri 660 milioni ma tutto è sempre molto precario”. A mancare, infatti, è un piano strutturato di finanziamento che invece si ridefinisce anno per anno: “queste procedure non aiutano la programmazione degli interventi. Per il sisma in Emilia – prosegue – è stata decisa un’accisa in modo da reperire subito i fondi per le popolazioni, vorrei capire per quale motivo nel 2009 si decise che per un territorio come il nostro, così pesantemente colpito dal terremoto, interventi straordinari di quel tipo non erano necessari. Il risultato è una contrattazione sui fondi che snerva qualsiasi ampio respiro di ricostruzione”.

Ci si prepara alle tende. E come se non bastasse sono tornate le scosse, lo sciame ha ricominciato lo scorso sabato 16 febbraio. La terra ha tremato cinque volte in una notte, la scossa più forte alle due, mentre in molti dormivano, 3.7 Richter. Poi altre quattro. In tutto undici in poco meno di 48 ore. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha invitato i cittadini “ad agire secondo coscienza, con la consapevolezza che il Comune è pronto a garantire riparo con strutture adeguate e personale preparato”. E ha spiegato di aver allestito tre tende riscaldate per quanti volessero passare la notte fuori da casa ma senza patire il freddo. L’impressione è che l’emergenza non sia mai davvero finita. Che sia stata solo un annuncio, un po’ come quando dalla portaerei Bush dichiarò vinta la guerra contro Saddam, la realtà successiva avrebbe raccontato attentati e morti per anni.

“In classe in 10 fumano ‘roba’”. A sottolineare come all’Aquila l’emergenza non sia terminata, soprattutto a livello sociale, sono anche gli studi di medicina sul disagio psichico, con frequenti trattamenti sanitari obbligatori e la diffusione degli stupefacenti pesanti e leggeri. “La droga all’Aquila c’è sempre stata, racconta uno studente di uno dei licei della città che chiede di restare anonimo, ma dopo il terremoto la loro diffusione è aumentata vertiginosamente. A scuola gira anche cocaina. Una volta, prosegue,  a un nostro compagno si ruppe una bustina di droga nello zaino. Se vuoi drogarti sai dove andare. Solo nella mia classe – aggiunge dopo un attimo di silenzio – almeno dieci persone fumano “roba” e in tutto siamo poco più di venti alunni”.

Scuole precarie. E proprio nel centro dell’Aquila c’era uno dei licei principali della città, dentro lo stabile di Palazzo Quinzi, oggi completamente inagibile. “Era stato ristrutturato pochi anni prima del terremoto – spiega Liliana Farello, 19 anni, una studentessa universitaria, fino all’anno scorso al liceo Cotugno, che la sera mi accompagna a vedere la sua vecchia scuola – durante il terremoto sono crollate anche le scale: avrebbe potuto ospitare poche centinaia di persone ma dentro eravamo più di mille”. E le vie di fuga: una stradina larga meno di una transenna, via Antinori, stretta tra la scuola e un altro edificio, anch’esso puntellato. Poco distante, davanti la chiesa di Santa Margherita, una fontana perfettamente ristrutturata svetta in mezzo al nulla, tra puntellamenti e travi che sorreggono palazzi vuoti. Su tutto regna un silenzio spettrale che di sera diventa un’assenza di vita opprimente. Interrotta in lontananza dal motore delle camionette dei militari che con il riscaldamento acceso, si proteggono dal freddo. Anche loro sono ancora lì. E gli istituti scolastici adesso sono stati trasferiti nei moduli provvisori, i cosiddetti Musp.

Margherita Sevi Nardecchia, cittadina onnese e insegnante che della scuola elementare De Amicis conosceva anche le pietre, racconta: “viviamo in una situazione di estrema precarietà. Da noi, ad esempio, mancano ancora le mense. Ce ne sta solo una e siamo costretti a fare i turni. Altre classi invece, non mettono proprio piede nella mensa: la bidella si affaccia sull’uscio della classe, riempie le scodelle, e le maestre le portano ai banchi agli alunni”. E anche alla De Amicis, palazzo storico del 1400, erano stati fatti lavori di ristrutturazione poco prima del terremoto. Adesso è puntellata e vuota.

La vita nel Progetto Case. E mentre la ricostruzione è ferma, la vita continua a svolgersi nei Moduli Abitativi Provvisori (i Map, le casette in legno) o negli appartamenti del Progetto CASE, casermoni nati in mezzo al nulla, tirati su in fretta dall’allora governo Berlusconi, che a vederli di notte sembrano più alveari che non abitazioni. “Siamo passati da una casa di quattro piani – spiega Anna Ferrara, 17 anni, di Bazzano – a un appartamento di circa 60 metri quadrati, dove viviamo in quattro. E ancora non conosciamo il destino della nostra casa lesionata dal terremoto: è stata classificata come “C” – con danni alle mura ma non alla struttura portante – ma accanto ha due appartamenti che dovrebbero essere abbattuti, finché non si capirà cosa fare delle case più lesionate, non sapremo come andrà a finire per la nostra “. A poco meno di cento metri dalle finestre del Progetto Case di Bazzano – il primo ad essere inaugurato dall’allora premier Berlusconi – c’è lo scheletro di un enorme cavalcavia di una superstrada in costruzione.

“Qui mancano i servizi – prosegue Anna – non c’è un negozio, gli autobus per andare a scuola passano di rado e per comprare il biglietto alla tabaccheria più vicina è necessario costeggiare a piedi la superstrada, con il rischio di essere investiti. Se poi si rompe qualcosa a casa, i tempi per la manutenzione sono lunghi. Noi di solito chiediamo a Ciro, ex capocantiere del progetto CASE che provvede a tutto, anche se in realtà c’è una cooperativa preposta alla manutenzione”. E le segnalazioni più frequenti riguardano infiltrazioni, tubi ghiacciati, disfunzioni nei riscaldamenti.

E lo stesso accade nelle casette di Onna: “In teoria – spiega Marzia Masiello, cittadina onnese – ci sarebbe la Manutencoop, nella pratica ci siamo organizzati e cerchiamo di aiutarci da soli”. Il dramma delle frazioni. Onna di sera è silenziosa e pesante di nulla: le casette ordinate, poche persone in giro, un centro prefabbricato polifunzionale con una foresteria, poco distante le rovine del paese. A parte le macerie che sono state rimosse, tutto è fermo al 6 aprile 2009. Palazzi sventrati, scale d’ingresso che si interrompono sul fossato delle fondamenta.

“A Onna i lavori per la ricostruzione non sono mai partiti – spiega Guido De Felice, consigliere del direttivo di Onna Onlus – la stima dei finanziamenti necessari per la cittadina è di 76 milioni di euro: 72 per le abitazioni e 4 milioni per le infrastrutture. Ma il dramma dei piccoli centri come Onna, Roio, Tempera e altri – prosegue – sta nella norma che prevede la possibilità di vendere al comune la propria casa, riacquistandola – a spese del comune – altrove in Italia. Una norma che rischia di spopolare le frazioni minori”. “Una disposizione gravissima – spiega ancora l’assessore del comune dell’Aquila, Di Stefano -: si sta finanziando l’allontanamento dal territorio aquilano, una possibilità che gli Emiliani si sono ben guardati dal prevedere”.

E’ crisi occupazionale. E finché non partirà la ricostruzione, resteranno al palo anche le tante maestranze artigiane presenti sul territorio, che sempre di più stanno patendo la crisi. “Le ditte di costruzioni che si sono precipitate all’Aquila dopo il terremoto – spiega Gianfranco Busilacchio, onnese e artigiano con una ditta di impiantistica – per lo più hanno portato le loro maestranze, senza utilizzare manodopera locale. Chi invece ha lavorato a quel poco di ricostruzione che si è mossa, viene pagato con il contagocce, in parallelo con i fondi pubblici erogati. Molte aziende stanno fallendo”. Le nuove generazioni. E a fronte di una ricostruzione ormai impantanata da procedure farraginose e fondi che mancano, il rischio è che le nuove generazioni, quelle che hanno iniziato a vivere L’Aquila ormai terremotata, non ne reclamino più la rinascita. “Dal terremoto sono ormai passati quattro anni – spiega Margherita – i bambini che nel 2009 frequentavano la prima o la seconda elementare, ricorderanno sempre questa città puntellata e distrutta perché sono “nati” in questo contesto. La cosa che temiamo più di tutti è che la nostra generazione a un certo punto si stanchi di combattere per riavere la città com’era prima e che i giovani decidano di andarsene senza lottare: quando nasci in un contesto, alla fine ti abitui a tutto”.

Pubblicato su L’Espressonline il 20.02.2013

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ORA SCAPPANO ANCHE GLI IMMIGRATI

In 32mila, con le valigie in mano, tutti stranieri, fuggiti dall’Italia a causa della crisi e di un Paese sempre più immobile. A scattare la fotografia di un’immigrazione che guarda sempre meno al nostro Paese come a un luogo in cui restare è la Fondazione Leone Moressa che certifica come nel 2011 le cancellazioni dall’anagrafe degli stranieri siano aumentate a fronte di un numero di iscrizioni inferiore rispetto al 2010. E mentre la politica continua a parlare di “Salva Italia” o “Cresci Italia”, nel quotidiano la situazione lavorativa di quella fascia da sempre avvertita come più debole – gli stranieri, appunto – invia preoccupanti segnali di una condizione tale per cui è impossibile restare nel nostro Paese.

Ma nessuno conta gli irregolari
Dall’Italia, spiegano dalla Fondazione, si va via per mancanza di opportunità e spesso la nuova meta non è la patria da cui si era partiti ma un altro Paese, in grado di accogliere e garantire un futuro più dignitoso. E non si tratta solo di opportunità ma anche di qualità del lavoro. E se le cifre ufficiali parlano di 32mila stranieri che hanno lasciato il nostro Paese, alcuni operatori Caritas a mezzabocca fanno capire che gli immigrati in fuga potrebbero essere molti di più, con numeri a più zeri: “in queste stime non sono ricompresi gli stranieri senza permesso di soggiorno, fascia ancor meno tutelata di quanti possono invece permettersi di richiedere la cancellazione dalle anagrafi ufficiali”.

La metà sono europei
Nel dettaglio, i ricercatori hanno rilevato come oltre la meta? degli stranieri che lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove o al proprio paese di origine siano europei. Il 17,7% ha origini asiatiche, mentre il 12,2% è africano.

“Piu? di 19mila cancellazioni – spiegano dalla Fondazione Moressa – sono state richieste da soggetti provenienti da Paesi europei, di cui oltre un terzo rumeno. Tra gli asiatici che lasciano l’Italia, il 30,2% e? costituito da cinesi e il 19,1% da indiani. Tra gli americani invece, sono soprattutto i brasiliani (21,5%) a tentare altre strade fuori dall’Italia. In generale, sembrano lasciare l’Italia quelle popolazioni provenienti da paesi in via di sviluppo, per cui si puo? ipotizzare una propensione al rientro nel paese di origine oltre che allo spostamento verso altri paesi terzi”.

La disoccupazione che non s’arresta
Per capire le motivazioni di tanti abbandoni, una vera e propria fuga, basta riconsiderare i dati relativi alla disoccupazione tra gli stranieri che dal 2008 – quando è scoppiata la crisi internazionale – al 2011 è praticamente raddoppiata, con un incremento di oltre 148 mila unita? (+ 91,8%) – costringendo compromessi lavorativi sempre più al ribasso – mentre quello degli italiani e? aumentato di 267 mila unita?. “Tra il 2008 e il 2011 – sottolineano ancora dalla Fondazione Moressa – il tasso di disoccupazione degli stranieri e? cresciuto di 3,6 punti percentuali, passando dall’8,5% al 12,1%, mentre nello stesso periodo il tasso di disoccupazione degli italiani e? passato dal 6,6% all’8,0%”.

Una condizione di fragilità
“E’ importante sottolineare – puntualizzano i ricercatori commentando il loro studio – che il tasso di disoccupazione e? il rapporto tra il numero di disoccupati e le forze lavoro (che includono occupati e persone in cerca di lavoro), quindi non tiene conto dei diversi tassi di attivita? delle due popolazioni. I dati sembrano, infatti, confermare che anche in periodo di crisi, a causa della maggiore debolezza delle reti familiari e amicali di supporto e del vincolo tra la regolarita? del soggiorno e il possesso di un impiego, gli stranieri hanno minori probabilita? rispetto agli italiani di passare all’inattivita?. Di conseguenza si tratta di una popolazione che presenta una maggiore fragilita? rispetto a quella italiana di fronte alla crisi. Questa fragilita? e la presenza di alternative migliori altrove possono essere indubbiamente i due fattori di spinta all’abbandono dell’Italia”.

Pubblicato su L’Espressonline il 06.02.2013

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ROMA STROZZATA DALL’USURA

Un esercito di vittime strozzate dagli usurai e un giro di affari miliardario. Sono almeno 28mila i commercianti taglieggiati dai cravattari, pari al 35% delle attività economiche del Lazio, con Roma vero e proprio hub dell’usura, per un totale – secondo i dati di Sos Impresa – di almeno tre miliardi di euro l’anno. Un fenomeno, quello degli strozzini, articolato su più livelli, dal libero professionista ai clan locali (leggi: Casamonica), fino ad arrivare alle organizzazioni criminali come la Camorra e la Ndrangheta che nella Città eterna fanno affari da decenni, sempre pronte a “soccorrere” imprenditori in difficoltà, strozzati prima che dai cravattari, dalla stretta del credito da parte delle banche e dalla crisi.
L’erosione della classe media
Secondo i dati presentati dall’associazione Codici, inoltre, il 66% delle segnalazioni ricevute nel 2012 proviene da donne e il 30% da giovani al di sotto dei 45 anni. Mentre sono schizzate vertiginosamente verso l’alto le segnalazioni da parte di persone tra i 46 e i 65 anni, passate dal 24% del 2011 al 58% dell’anno appena trascorso. Ma il dato che dà la tara di una crisi che sta erodendo soprattutto la classe media, è quello che vede gli impiegati salire in un anno dal 36% al 57% nelle segnalazioni come vittime di usura. E il rischio principale che corrono le famiglie italiane è quello del sovraindebitamento, un limes pericoloso, vera e propria anticamera dell’usura.

Tassi d’interesse alle stelle
Secondo uno studio di Libera Roma presentato nel novembre scorso, inoltre, la Capitale detiene il record del tasso di interesse applicato dai clan: anche il 1.500 annuo. Ma – come si vedrà più avanti – ci sono stati casi in cui ci si è spinti fino a valori quattro volte superiori.

Le operazioni antiusura
Tra le più importanti operazioni antiusura, “Usurama”, portata a termine dalla Guardia di Finanza di Roma nel 2011, con sei arresti e oltre 56 persone indagate, che ha coinvolto città come Pescara, Chieti, L’Aquila, Teramo, Latina, Rieti, Viterbo, Siena, Bologna, Piacenza. Con 66 conti correnti bancari sequestrati, 56 immobili e terreni, azioni e quote di almeno dieci società oltre a diverse automobili. Il giro d’affari dell’associazione coinvolta era di oltre 12 milioni di euro e con tassi d’interesse fino al 4.552% annuo, e coinvolgeva numerosi imprenditori e titolari attività economiche in tutta la regione. Tra le accuse, anche quella di riciclaggio, per una cifra pari a cinque milioni di euro, e l’istigazione al suicidio nei confronti di un usurato.

Ed è del 30 novembre scorso l’operazione “Stop Usura” che ha visto coinvolti 13 usurai, comprese due donne, che agivano nel territorio viterbese e nel ternano, in Umbria. Nel marzo 2011, invece, un’altra operazione aveva coinvolto 13 presunti usurai tra Roma, Frosinone e Pescara. Da non dimenticare poi l’operazione “Il gioco è fatto” che nel settembre 2010 ha disarticolato un’organizzazione che puntava addirittura a vendere il palazzo della Questura della Capitale in via di San Vitale, per cui aveva già intascato una caparra di 50mila euro. Truffe ai limiti del possibile con cui erano state vendute anche le abitazioni del presidente della Lazio, Sergio Cragnotti, e del giocatore Cafù. In questa operazione sono state arrestate 11 persone – tra professionisti insospettabili, camorristi e alcuni ex appartenenti alla Banda della Magliana – e indagate 23 persone. Tra le vittime anche esponenti delle forze dell’ordine o personaggi noti come l’attore scomparso, Pietro Taricone. L’indagine ha portato alla luce l’intreccio tra Casamonica – famiglia storica della Capitale, dedita all’usura – la Camorra ed esponenti della Banda della Magliana.

Nomi e cognomi
E i nomi storici degli usurai che quotidianamente strozzano la Capitale sono noti ma sempre sussurrati a mezzabocca: i Casamonica su tutti, gli Spada, i Di Consiglio, i Di Silvio. I Casamonica, di etnia rom ma ormai stanziali, sono egemoni – oltre che nella Capitale – anche nella zona dei Castelli romani e sul litorale ma avrebbero stretto accordi con diverse altre famiglie criminali, allargando così il “bacino” di utenza all’intera regione. I Di Silvio, invece, spesso in contatto con i Casamonica, operano nella periferia di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e la Rustica) e nella zona di Latina (nelle zone di Pantanaccio, Gionchetto e Campo Boario) e sono il braccio armato dei Ciarelli (vennero coinvolti a Latina in due omicidi e un agguato, all’inizio del 2010). Altri clan con cui sono imparentati a vario titolo i Casamonica sono i De Rosa, i Bevilacqua e gli Spinelli. La Camorra campana, inoltre, è molto attiva nel Sud Pontino e nella zona di Sabaudia, Formia e Gaeta. Quella dell’usura è una rete di amicizie e alleanze nell’ottica di una pax mafiosa ben strutturata.

Pubblicato sul L’Espressonline il 04.02.2013

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CARCERI, I NUMERI DELLA VERGOGNA

Oltre 21mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare delle carceri e settemila agenti in meno rispetto all’organico previsto. Sono questi i numeri dell’emergenza penitenziaria In Italia. Sono queste le cifre nude che che hanno portato a situazioni come quella di Busto Arsizio e Piacenza, dove i detenuti hanno a disposizione meno di tre metri quadrati e la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha quindi condannato il nostro Paese per trattamento inumano e degradant. Nella sentenza anche l’invito a porre rimedio immediatamente al sovraffollamento carcerario.

Il bluff del Piano Carceri. Gli spazi nelle carceri sono sempre più ridotti, con padiglioni e strutture nuove che non possono essere aperte per mancanza di personale adibito alla vigilanza. E i detenuti, come denunciato anche nel luglio scorso dall’Associazione Antigone, vengono stipati ovunque, in un contesto di vita carceraria sempre più esasperato, sia per i reclusi che per le guardie chiamate ad assicurare il servizio di vigilanza. Eppure sono anni che i diversi governi che si succedono in Parlamento rilanciano un fantomatico Piano Carceri che, almeno stando ai numeri sulla carta, ad oggi è impossibile da attuare: «Il governo – spiega Fabrizio Fratini, Segretario Nazionale FP Cgil – ha varato una politica di tagli per cui è impossibile avere un Piano Carceri di qualità. Negli anni, in modo propagandistico, sono state annunciate aperture di nuove strutture che per mancanza di personale non si è in grado di far funzionare al di là della costruzione delle mura».

I numeri dell’emergenza. Secondo i dati comunicati dal Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria al 31 agosto di quest’anno, dalle carceri italiane mancano circa settemila agenti. Le situazioni più gravi in Lombardia, con 1061 uomini in meno rispetto agli organici previsti, nel Lazio con 945 poliziotti in meno e in Sicilia, con 870 agenti che mancano all’appello. Ma la situazione non è migliore in Piemonte e Veneto (-829), in Toscana (-743), in Emilia Romagna (-531), in Campania (-486). Un segno “meno” che accomuna tutte le regioni italiane. E di notte può accadere che un solo agente sia costretto a vigilare su diversi padiglioni del carcere con il rischio di richiami disciplinari in caso di problemi.

Le scorte senza uomini. «Mentre il numero dei detenuti è aumentato in modo vertiginoso», spiega Francesco Quinti, responsabile Sicurezza FPCgil, «il personale di polizia patisce il blocco del turn over, con servizi di scorta ridotti all’osso che spesso non rispettano gli organici previsti, non per poca volontà dei colleghi ma per l’effettiva impossibilità a reperire il personale necessario».

Il personale distaccato. Ad aggravare la situazione c’è anche la circostanza per cui almeno il 10 per cento del personale di polizia penitenziaria a disposizione viene distaccato presso i Ministeri (su un totale di circa 37mila agenti). E si tratta di agenti formati per far fronte alle necessità del carcere che vengono invece assegnati a compiti amministrativi: «In questo modo», continua Fratini, «le risorse vengono sprecate due volte: nella fase formativa e nel successivo utilizzo delle loro capacità”. A questi dati, spiegano ancora dalla FP Cgil, “vanno aggiunti anche quelli relativi ai comandi disposti verso altre amministrazioni o enti statali e l’impatto che produrrà inevitabilmente il blocco parziale del turn over (calcolato in circa 3000 unità per i prossimi tre anni) su un’amministrazione che annualmente perde circa 850-900 poliziotti posti in quiescenza o riformati dalla commissione medica ospedaliera perché ritenuti non più idonei al servizio nel corpo. Almeno altri 250 – proseguono – per effetto del medesimo giudizio ai sensi del decreto legislativo 443/92 transitano in altri ruoli amministrativi”. E la pianta organica prevista nel 2001 pare ormai superata e di difficile attuazione.

Giarda: “Difficoltà insormontabili”. La relazione del ministro Piero Giarda, infine, parla chiaro sulle prospettive future: «Le previsioni di bilancio per l’anno 2012 e del bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014 sono destinate a produrre difficoltà insormontabili per una serie di fabbisogni di spesa che, qualora non adeguatamente soddisfatti, rischiano di pregiudicare seriamente la funzionalità del sistema penitenziario, nella prospettiva della permanenza di alti tassi di sovrappopolazione in esecuzione penale detentiva e della necessità, quindi, di procedere all’attivazione di nuove strutture penitenziarie».

Un problema strutturale. I giudici della Corte europea hanno condannato il nostro Paese per due strutture ma scrivono nella sentenza che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è «di natura strutturale»: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di 3 metri quadrati a disposizione. Perchè non continui la strage silenziosa di chi si toglie la vita: nelle prigioni italiane c’è a un suicidio ogni 924 persone, tra chi è libero uno ogni 20 mila abitanti.

Pubblicato su L’Espressonline l’08.01.2013

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NEI CAMPI LAVORANO GLI SCHIAVI

Un esercito di schiavi a giornata che si muove in tutta Italia e si sposta di regione in regione, a seconda delle zone dove servono braccia e mani giovani, abituate a lavorare tanto e a ricevere pochi, pochissimi soldi. E’ il sistema dell’agricoltura nostrana che impiega, tra regolari e irregolari “in grigio” e in nero, almeno 700mila persone di cui – secondo le stime dell’ultimo rapporto Flai Cgil – almeno 400mila in regime di caporalato. E la paga è da fame: 4 euro l’ora, il resto va al caporale.

La ricerca ha interessato 14 Regioni e 65 province, e ha individuato oltre 80 epicentri a rischio, di cui 36 ad alto tasso di sfruttamento lavorativo La retorica dell’ipocrisia. I numeri comunicati dalla Flai-Cgil, però, raccontano anche l’indifferenza di un Paese che da Nord a Sud, senza distinzioni, sfrutta braccia quasi sempre straniere, salvo poi sbandierare in campagna elettorale politiche di contrasto all’ingresso degli immigrati.

Al Nord. E si tratta degli stessi stranieri che nelle terre del Nord Italia raccolgono le primizie in zone come Bolzano (Laives), Milano, la Franciacorta, Nizza/Monferrato, Tortona, Cesena, Bra, le Langhe, Saluzzo, Ferrara, Ravenna, Cesenatico, Padova e il Basso Bresciano, solo per citare le più tristemente note. E si tratta di veri e propri plotoni che si spostano a seconda delle stagioni.

Chi raccoglie cocomeri a Nardò (in Salento) in estate, ad esempio, è facile che si sposti in altre stagioni nei campi della provincia di Milano Al centro, invece, le zone più a rischio sono la Val di Chiana, la Maremma, la zona attorno alla Capitale, la provincia di Latina, il casertano, la zona dell’hinterland di Napoli, il litorale Domitio, l’Agro aversano e la Piana del Sele. Basti pensa che solo a Castelvolturno è presente una comunità di oltre 15mila immigrati, una forza lavoro capace di sostenere un intero sistema produttivo e di muovere un’economia locale (a fronte di una politica che per anni si è scagliata contro la presenza degli stranieri sul territorio). E proprio a Castelvolturno, alcuni anni fa, venne organizzato lo sciopero dei migranti contro i caporali.: gli africani si presentarono alle “kalifou ground” (letteralmente: le “rotonde dove trovare gli schiavi a giornata”), con un cartello al collo e la scritta “oggi non lavoro per meno di 50 euro”.

A Sud. Spostandosi a Sud, invece, le zone critiche sono l’ormai storica piana del Tavoliere, la zona di Nardò, in provincia di Lecce, il tarantino, il brindisino con Mesagne, la provincia di Bari. Senza dimenticare il buco nero di Palazzo San Gervasio, in Basilicata. E poi ancora, in Calabria, la zona attorno a Catanzaro, a Sibari, Crotone, Lametia Terme, Vibo Valentia. La Sicilia, oltre alle zone attorno ai grandi centri, fa contare aree critiche a Paternò, Andrano, Catania, Cassibile, Avola Florida, Biancavilla, Bronte. Paga da fame. Ovunque, senza distinzione tra Padania e resto d’Italia, si lavora e si viene sfruttati anche per pochi euro al giorno, e si sta chini a raccogliere primizie tra le 12 e le 16 ore continuative. E per 4 euro che restano in tasca, al caporale vanno i 5 euro per il trasporto sui campi, 3,5 euro per il panino e 1,5 euro per l’acqua. Gabelle nere su un lavoro schiavizzato.

Le ecomafie. Ma il caporalato in agricoltura è spesso legato al controllo mafioso del territorio e il fatturato delle cosiddette agromafie si aggira – secondo le stime – tra i 12 e i 17 miliardi di euro, pari a quasi il 10% dell’intera economia mafiosa (circa 150 miliardi di euro l’anno). Numeri che danno la tara di quanto ormai il sistema delle ecomafie sia radicato nella produzione agricola nostrana e quanto sia difficile – tra tagli progressivi al personale ispettivo e alle forze dell’ordine – contrastarlo.

Solo 42 arresti per caporalato. Ma il rapporto Flai-Cgil evidenza anche un ultimo lampante dato: la legge contro il caporalato fatica ad entrare a regime. Nei primi undici mesi del 2012, infatti, sono state arrestate con l’accusa di riduzione in schiavitù, tratta e commercio di schiavi, alienazione e acquisto di schiavi 435 persone. Solo 42 arrestate o denunciate per caporalato.

Pubblicato su L’Espressonline il 17.12.2012

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ROMA, IMMIGRATI AL FREDDO

Per quasi dieci giorni senza acqua calda e con il riscaldamento in condizioni precarie, poi la protesta di quelli che il burocratese chiama “ospiti”. Accade nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, nei pressi di Roma, dove – secondo i dati del Garante dei detenuti del Lazio – sono ospitate circa duecento persone, 136 uomini e 58 donne. Bloccate anche per dodici mesi in attesa di identificazione, senza la possibilità di fare alcuna attività come invece accade in carcere, quasi che il trattamento già precario nei penitenziari italiani fosse un traguardo per i migranti rinchiusi nei Cie.

Il bando che manca
. E il problema è di fondo, spiegano dall’ufficio del Garante: non è mai stato pubblicato un bando per appaltare la manutenzione ordinaria del CIE. In pratica, se qualcosa si rompe, i tempi per la riparazione sono lunghi. Insostenibili quando si tratta di “sopravvivere” a dicembre, con tubature rotte, il riscaldamento malfunzionante o finestre sfondate. “A quanto mi hanno riferito alcuni manifestanti – spiega il Garante dei detenuti, Angiolo Marroni – occorrono giorni per provvedere alla riparazione dell’impianto di riscaldamento, di una finestra o addirittura di un rubinetto. Questo perché nell’incarico di gestione del Cie non si è mai predisposto un servizio per la manutenzione ordinaria”. E il problema come spiega Giuseppe D’Agostino, dell’ufficio del Garante, “non nasce oggi: la prefettura che ha la competenza di gestione del Cie, ha affidato alla cooperativa Auxiluim l'”ospitalità” ma non ci si è mai preoccupati di individuare attraverso un regolare bando una ditta che si occupasse della manutenzione”.

Oltre ai rubinetti, ai boiler e al sistema di riscaldamento, le denunce di ritardata manutenzione arrivano – tra le righe – anche tra gli operatori delle forze dell’ordine: basta che si rompa una fotocopiatrice per restare settimane senza poter fare fotocopie. Si tratta di dover compilare, riprodurre e smistare cartelle cliniche, fogli identificativi e tutto quello che concerne la vita “burocratica” di un Centro di identificazione ed Espulsione. Nel limbo. E la realtà dietro le sbarre dei CIE è tale da mettere a dura prova la stabilità mentale di chiunque. I reclusi, infatti, sono costretti a restare in questo non-luogo fino a un tempo massimo di dodici mesi. “Il ministro Cancellieri – spiega ancora D’Agostino – ha ridotto il tempo di permanenza da 18 a 12 mesi. Durante la nostra attività, però, abbiamo visto che il tempo medio di carcerazione è di 7/8 mesi, durante i quali gli “ospiti” non hanno un trattamento come accade in carcere e passano le giornate senza far niente”.

In un contesto simile, il rischio di rivolte è alto. Come è accaduto sabato scorso, quando due magrebini e un nigeriano “con problemi psichici importanti – denunciano dall’ufficio del Garante – hanno divelto lavandini, tubature e suppellettili, inghiottendo anche pezzi di ferro”. Da lì la protesta si è allargata ad altre zone della struttura, con materassi dati alle fiamme e stanze bruciate.

La trafila per l’identificazione. “Se nei primi trenta giorni non si viene identificati – prosegue D’Agostino – il giudice di pace proroga di trenta giorni la durata della permanenza nel Cie. Scaduti questi termini, la proroga è di altri due mesi e alla fine di sei mesi. Dopo i dodici mesi (o prima se non si è identificati da alcun Paese), al migrante viene dato il foglio di via con l’ordine di lasciare l’Italia in cinque giorni. Se questo non accade e il migrante viene sorpreso sul territorio nazionale durante un controllo, rientra nel circolo vizioso dei CIE, con altri dodici mesi di reclusione in questo limbo”.

A pochi passi da Roma. In un contesto simile, una protesta anche isolata ha gioco facile nel divenire una manifestazione generale di quelli che il bruocratese chiama “ospiti”, ospiti in un non-luogo, poco distante dalla vita quotidiana, frenetica e indifferente della Capitale d’Italia. E a cui lo Stato – tra tagli e spending review – non si preoccupa troppo di assicurare neppure la manutenzione ordinaria della struttura in cui li tiene reclusi.

Pubblicato su L’Espressonline il 10.12.2012

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EDILIZIA, I CANTIERI DEGLI SCHIAVI

A Roma gli schiavi esistono ancora. Sono italiani e stranieri. Senza distinzione di provenienza o nazionalità perché il lavoro, quando serve, non fa differenze. Il mercato delle braccia si tiene ogni mattina in prossimità degli “smorzi” più importanti, le ditte che vendono materiale per l’edilizia. Tra la Capitale e l’immediato circondario se ne contano una quarantina: il caporale guarda le braccia, il fisico, le competenze e poi carica tanti lavoratori quanti ne servono nel cantiere. E i cantieri, tra piccole e grandi opere pubbliche e private, a Roma non mancano mai.

Il mercato degli schiavi. Uno dei “banchi” più noti dove ogni mattina si radunano quanti sperano nella chiamata di un caporale, è in via Palmiro Togliatti. La situazione è ben nota a ispettori del lavoro e forze dell’ordine eppure, poco dopo l’alba, la scena è sempre la stessa e si ripete da anni. Altri “banchi” per il mercato delle braccia – secondo una mappatura realizzata dalla Fillea Cgil – sono in via di Tor di Quinto, a Ostia lungo la via del Mare, alla Borghesiana, in zona Monti Tiburtini, lungo via di Decima e nei pressi della Pontina, nel quartiere dell’Arco di Travertino, lungo via dell’Acqua acetosa, via Tiburtina, via di Torrevecchia, tra la Salaria e la Flaminia (quasi all’incrocio con il Raccordo anulare), lungo via Cassia, nella zona Casalotti-Boccea e alla Bufalotta.

Ci sono poi i punti di aggregazione più recenti, come quello in via di Vigna Murata, all’incrocio con l’Ardeatina, proprio ai confini dell’Eur. Qui ogni mattina si contano alcune decine di operai assiepati accanto alla fermata dell’autobus. E se il traffico è troppo intenso può capitare che accanto al semaforo del vicino incrocio stazioni anche una pattuglia della Polizia di Roma Capitale, a pochi passi dagli operai che attendono la chiamata del caporale.

La paga degli schiavi. Secondo gli ultimi dati della Fillea Cgil, a Roma il mercato delle braccia nell’edilizia coinvolge tra le quattromila e le cinquemila persone ogni giorno. Gli operai più fortunati arrivano a guadagnare anche 50 euro in una giornata, in nero o con contratti irregolari che mascherano situazioni di sfruttamento – ma in alcun casi si possono ricevere anche appena 25 euro, come è accaduto, la denuncia è della Fillea Cgil, nel quartiere della Bufalotta di recente costruzione. A farne le spese, operai egiziani e tunisini. A seconda dei casi, il caporale può arrivare a trattenere anche dieci euro per operaio.

Gli ispettori e la partita di calcetto. A raccontare la realtà del caporalato nella Capitale è Daniel Grigoriu, un lavoratore di origine rumena che in Italia ha fatto il manovale, l’aiuto elettricista, l’aiuto idraulico e ha lavorato nei cantieri di Roma, Milano, Torino e Voghera, prima di diventare funzionario della Fillea Cigil di Roma. “A Roma” spiega “gli smorzi, gli operai e i caporali esistono da trent’anni, solo che nessuno li vede. I controlli nei cantieri e nelle aziende” denuncia “in alcuni casi vengono anche annunciati una settimana prima. Ci sono imprenditori che hanno contatti e agganci ovunque”. E per spiegare quanto debole sia la rete della vigilanza, Daniel racconta un’ispezione in un cantiere di Cinecittà: “evidentemente si aspettavano l’ispezione perché avevano preparato ogni cosa per svolgere una partita di calcetto nel campo adiacente. Quando sono arrivati gli ispettori, tutti i lavoratori irregolari stavano giocando a calcio proprio lì accanto: nessuno si accorse di una circostanza così strana”.

Il grigio dei contratti. Il nesso tra imprenditori e caporali è stretto: basta un sms e il caporale sa dove andare a recuperare le braccia che servono. In molti casi si tratta di squadre organizzate con un padroncino, quasi sempre straniero, che gestisce diverse maestranze. Nei cantieri, quando si ha la fortuna di una regolarizzazione, la giungla dei contratti è quanto mai fitta: si va dal part-time “come se si trattasse” ironizza Daniel “di un servizio catering dalle 7 di mattina alle 13”, ai contratti per lavoratori nei servizi di pulizie o, per metalmeccanici, “in modo da non pagare la Cassa edile”. “Molte aziende” aggiunge “obbligano gli operai ad aprire una partita iva, in modo da scaricare sul lavoratore tutte le spese, e non si tratta certo di nuovi imprenditori stranieri. Mentre altri vengono assunti con il cosiddetto ‘distacco internazionale’ (istituito previsto dalla legge Biagi del 2003 per migliorare la flessibilità del lavoro, ma sottoposto a rigidi limiti, ndr): ufficialmente sono assunti da una filiale estera ma nei fatti lavorano a Roma. C’è poi l’escamotage della cassa integrazione” conclude “con operai che continuano a lavorare nel cantiere dell’azienda”.

La legge sul caporalato approvata lo scorso anno non sembra aver prodotto nella Capitale procedimenti penali di alcun tipo. “Da quel che ci risulta” spiega Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil” non ci sono procedimenti in corso. Quello del caporalato resta troppo spesso un tema secondario per le forze dell’ordine che si occupano prevalentemente delle infiltrazioni della criminalità nelle ditte edili, senza rendersi conto che anche il caporalato è un modo per infiltrare i cantieri”.

Latina, il pozzo nero dei braccianti indiani. E se a Roma il caporalato si concentra soprattutto nell’edilizia e nei servizi, a una settantina di chilometri dalla Capitale, nella zona di Aprilia, Latina, San Felice, Terracina, Sabaudia e Fondi, gli schiavi a giornata sono soprattutto indiani e vengono impiegati nei campi. Una comunità di cittadini originari del Punjab che, secondo le stime dei sindacati, si aggira attorno alle quattromila persone. “Quella di Latina” spiega Alessandro Leogrande, giornalista e autore del libro d’inchiesta “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” per i tipi Mondadori “è una zona di lavoro globale come le grandi piane del Sud ma a differenza di zone il Tavoliere o Rosarno è semisconosciuta alle cronache. Nel Sud Pontino i caporali spesso controllano le regolarizzazioni, per cui arrivano a chiedere anche duemila euro, mentre ci sono stati casi di lavoratori pagati 250 euro al mese”. Nel circondario appena fuori le porte di Roma, però, non si registrano condizioni di vita estreme come quelle viste nel foggiano o a Rosarno. “Si tratta” conclude Leogrande “di un sottosalario sfrenato in condizioni di vita però più leggere rispetto allo schiavismo di cui si è avuta notizia altrove. Il tutto in un contesto comunque inquinato dalla criminalità organizzata, come può esserlo quello che gravita attorno a Fondi”.

Pubblicato su L’Espressonline il 04.12.2012

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ROMA NELLE MANI DELLA MAFIA

Roma città aperta. Alle mafie. E’ una rete di ben 46 clan quella che ormai da anni ha stretto la Capitale e l’intera Regione, una presenza silenziosa che acquisisce le imprese attraverso l’usura e ha ormai permeato anche zone come il centro storico della Città Eterna e infiltrato realtà importanti come il mercato ortofrutticolo di Fondi. E le attività dei clan vanno dal riciclaggio al traffico di stupefacenti, dall’usura al mercato della prostituzione e del lavoro nero, fino al controllo della grande distribuzione e degli esercizi commerciali.

Roma capitale della droga.
A fotografare la criminalità organizzata nel Lazio è l’ultimo studio di Libera (basato sui dati della Direzione Centrale Servizi Antidroga), da cui emerge come la regione sia uno degli snodi nevralgici per il commercio di stupefacenti in Italia. Nel 2011, infatti, sono state 2.862 le operazioni antidroga nel Lazio, seconda solo alla Lombardia, con un incremento pari al 20,86% rispetto al 2010, per un totale di kg 7.945 di droga sequestrata (+307,18% in un anno).

La corruzione. Ma nel Lazio non c’è solo la droga. Tra i delitti contro la Pubblica amministrazione segnalati da Libera, infatti, spiccano il peculato (65 reati contro pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio), la corruzione (171) e la concussione (53). In questo quadro Libera ha poi ricordato i sequestri più clamorosi sul fronte del riciclaggio di denaro: il Caffe’ de Paris, il teatro Ghione, il ristorante la Rampa, e l’Antico Caffé Chigi.

La pacifica convivenza. “Va segnalato – sottolineava nell’ottobre dello scorso anno il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia – come la posizione geografica e la presenza di scali aerei e marittimi internazionali favoriscano un elevato e costante flusso di stupefacenti, in cui sempre più spesso intervengono organizzazioni straniere”. Una relazione, quella del prefetto Pecoraro, che permette di conoscere per nome e cognome quei 46 clan citati da Libera che negli anni si sono spartiti la Capitale.
Cosa Nostra. A Roma, ha sottolineato il prefetto, “si rileva la presenza degli Stassi, contigui alla famiglia trapanese degli Accardo, con interessenze in numerosi esercizi di ristorazione. Il litorale romano conferma la sua attrazione anche per altri gruppi criminali di origine siciliana, quali il gruppo Triassi, collegato alla nota famiglia Cuntrera-Caruana, e Picarella (cosca agrigentina di Porto Empedocle) interessati all’affidamento e alla gestione dei lotti di spiaggia libera del litorale di Ostia, nonché a gestire il narcotraffico. A Nord, invece, localizzate a Civitavecchia, nell’ambito dell’operazione «Civita-Memento» sono state riscontrate le attività delle famiglie gelesi dei Rinzivillo ed Emanuello, interessate all’acquisizione di subappalti e fornitura di manodopera per i lavori della centrale di Torrevaldaliga Nord”.

‘Ndrangheta. Elementi della criminalità organizzata calabrese, secondo la relazione del prefetto, sarebbero invece attivi nei seguenti settori: “investimenti immobiliari, alberghiero, ristorazione, commercio di autoveicoli e di preziosi, traffico di sostanze stupefacenti, gioco d’azzardo. Sono presenti nella Capitale personaggi riconducibili alle famiglie mafiose calabresi Piromalli, Molè e Alvaro, che reinvestono copiosi capitali di provenienza illecita in attività commerciali, sbaragliando la normale concorrenza con conseguente alterazione degli equilibri del mercato”. Un meccanismo di investimento mafioso che convoglia sulla capitale i proventi illeciti maturati altrove: “alcuni rappresentanti degli Alvaro-Palamara – prosegue ancora Pecoraro – hanno reinvestito ingenti capitali verosimilmente provenienti da traffici di droga attuati sull’asse Germania-Italia, per conto della cosca di appartenenza, comprando esercizi di ristorazione nella zona di Roma centro, a prezzi di acquisto nettamente inferiori al valore reale di mercato”. E nel giugno del 2011 sono state sequestrate quote di 18 società intestate a Domenico Greco, ritenuto contiguo alla ‘ndrina dei Gallico di Palmi (Reggio Calabria) con ruolo di fiancheggiatore, tra cui l’Antico Caffè Chigi a Roma, una villa di 29 stanze a Formello, due appartamenti a Fiumicino, conti correnti e rapporti finanziari: il tutto per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro. Ma le Ndrine – secondo la relazione del prefetto – sono presenti anche nel circondario di Velletri, nella zona di Nettuno e Anzio, con le famiglie dei Gallace, Novella. Nella zona di Tivoli e Palestrina, invece, è stata registrata la presenza di alcune famiglie legate alla ndrina attiva nella zona di Sinopoli. Ed elementi legati alla Ndrangheta si registrano anche nei comuni di Rignano Flaminio, Castelnuovo di Porto, Morlupo e Campagnano di Roma.

La Camorra. A risentire della presenza camorristica – oltre alla Capitale – è anche l’area del sud Pontino, in particolare le zone di Latina e Aprilia, con diverse indagini che hanno accertato le infiltrazioni e il controllo da parte dei clan nel mercato ortofrutticolo di Fondi. Ma i clan vicini ai casalesi sono stati segnalati anche ad Anzio, Nettuno, Cerveteri, Ladispoli, Santa Marinella e Civitavecchia. E tra gli spacciatori storici della Capitale, Michele Senese, con legami con il clan Moccia di Afragola, il cui arresto all’inizio del 2009 ha lasciato un vuoto di potere tale da aver causato – secondo quanto dichiarato dal prefetto alla Commissione Parlamentare antimafia – una vera e propria guerra per il controllo dello spaccio nella Capitale, con gambizzazioni e omicidi. A Roma, infine, operano anche clan locali storici come i Casamonica – da sempre attivi nel traffico di stupefacenti e nell’usura – oltre alle mafie “straniere” come quella cinese, che convivono e fanno affari quasi sempre in modo pacifico con la criminalità italiana. Una sorta di nuova, mafiosa, pax romana.

Pubblicato su L’Espressonline il 05.11.2012

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L’AQUILA, E’ EMERGENZA DISAGIO

L’Aquila come Kabul, almeno per le conseguenze di quello che viene definito disturbo post-traumatico da stress, sindrome ben nota ai soldati di ritorno dalle zone di guerra. A tre anni dal terremoto, infatti, molti aquilani ancora soffrono attacchi depressivi, squilibri e disturbi anche gravi nella vita quotidiana, in una parola: la disperazione.

Trattamenti Sanitari Obbligatori: 96 in 8 mesi. A lanciare l’allarme, lo psicologo Alessandro Sirolli, presidente della onlus “180amici L’Aquila” ed ex direttore del Centro diurno psichiatrico della Asl che in una lettera aperta denuncia come nei primi otto mesi dell’anno siano stati ben 96 i Trattamenti Sanitari Obbligatori (Tso) autorizzati nel territorio di L’Aquila, Avezzano e Sulmona. Un terzo nel solo capoluogo. Considerando che in cinque anni (dal 2004 all’aprile 2009) erano stati appena otto, risulta particolarmente evidente la situazione di grave criticità che il territorio sta vivendo a tre anni e mezzo dal sisma, con una vera e propria emergenza sociale ignorata. E nella sola giornata del 28 settembre scorso, i Tso registrati sono stati nove.

Secondo gli ultimi dati disponibili, inoltre, ad essere coinvolti sarebbero anche giovanissimi, in un contesto di precarietà abitativa che acuisce e spesso compromette in modo grave la già delicata condizione di quanti vivono situazioni psicologiche a rischio. Gli sfollati all’Aquila – giova ricordarlo – sono ancora trentamila. “Gli studi di clinica psichiatrica dell’università dell’Aquila condotti dal professor Massimo Casacchia hanno dimostrato l’aumento del disagio e dell’uso di farmaci psicotropi soprattutto nella fascia più anziana della popolazione – ha spiegato nei giorni scorsi il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente – Da cosa dipenda questo aumento vertiginoso dei Tso possiamo immaginarlo: il terremoto ha disarticolato i punti di riferimento, mentre le peggiorate condizioni economiche e sanitarie di chi vive in strutture temporanee hanno fatto aumentare la disperazione”.

Precarietà e disoccupazione. Secondo i dati comunicati un mese fa da Inps e Cgil, infatti, quella aquilana è la provincia che in Abruzzo registra il peggior andamento dal punto di vista occupazionale. Al 31 agosto 2012, si contavano 1.200 disoccupati in più rispetto ad otto mesi prima, con circa tremila lavoratori in cassa integrazione e 1.400 in mobilità. E nel 2011, secondo i dati Istat e Union Camere (maggio 2012), il tasso di disoccupazione è stato pari all’8,3%, contro il 7% del 2010 e il 9,9% del 2009, anno del terremoto. Un territorio, quello aquilano, che sembra incapace di rialzarsi, con una ricostruzione lenta e una città svuotata dall’interno, “rinata” in insediamenti esterni, lontani dal centro, con pochi servizi, quasi nessun punto di aggregazione e una viabilità fortemente compromessa.

Il dramma delle frazioni minori. E la situazione è anche peggiore nelle frazioni e nei centri minori come Onna, vero e proprio villaggio a ridosso di quel che resta del paese, dove quest’anno alcune associazioni e imprese (Chicco, Ai.Bi, 4Media e Aicem), insieme a Onna Onlus hanno messo in campo alcune attività nell’unico centro polifunzionale prefabbricato: un laboratorio di giornalismo, per permettere ai giovani di raccontare il proprio territorio e un laboratorio di gioco e disegno presso l’asilo. Ma si tratta di eventi occasionali e il territorio ha ormai perso la scorta mediatica di un tempo.

L’emergenza nei servizi. E mentre cresce l’abuso di alcol e psicofarmaci – come denunciato da medici e dallo stesso sindaco dell’Aquila – a versare in condizioni critiche sono anche le strutture preposte ad accogliere i pazienti con problemi e necessità psichiatriche. “Dal 2009 ad oggi denuncia ancora Sirolli nella lettera – i Servizi Psichiatrici all’Aquila vivono uno stato di sofferenza dovuto alla sistemazione logistica e alla scarsa dotazione di risorse umane. Dopo sette mesi di lavoro in tenda il Centro di Salute Mentale e il Centro Diurno Psichiatrico sono stati collocati in container nel parco dell’ex Ospedale Psichiatrico S.Maria di Collemaggio. A niente sono servite le proteste degli utenti e dei familiari per il dover frequentare servizi assolutamente inadeguati , non accoglienti come dovrebbero essere i Servizi di Salute Mentale, privi di possibilità di tutela della riservatezza durante i colloqui e le visite psichiatriche”.

Segni evidente di una necessaria e non più rinviabile ricostruzione sociale prima ancora che materiale della zona.

Pubblicato su L’Espressonline il 15.10.2012

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PDL, MELONI AIZZA CONTRO ALFANO

Probabilmente lo ignoravate, ma nel Pdl allo sfascio esiste anche una corrente chiamata i ‘rampelliani’, dal nome del parlamentare ex An Fabio Rampelli.

Bene, questi ‘rampelliani’ hanno organizzato martedì sera a Roma un incontro all’ombra del Colosseo con il motto “Ripartire da Zero“. Doveva essere una serata di slancio e di rilancio: presenti il segretario del partito Angelino Alfano, gli ex ministri Meloni, La Russa, Sacconi e Brunetta, oltre a Maurizio Lupi, Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri.

Volti nuovi, insomma.

Se fossero lì a segnare una linea di demarcazione rispetto ai recenti fatti interni al partito, è difficile dirlo. Certo è che sul palco si è consumata la spaccatura tra il segretario Angelino Alfano e Giorgia Meloni. Con il primo favorevole alla candidatura unica dell’ex premier Berlusconi e la seconda a battagliare in nome delle primarie. «Noi siamo per fare le primarie a tutti i livelli», dice Alfano, «già con le elezioni amministrative. Ma nel momento in cui c’è la candidatura del presidente Berlusconi, le primarie si possono serenamente evitare».

Serenamente.

Sul versante opposto, e con toni taglienti, Giorgia Meloni: coda di cavallo e camiciola color cachi fuori dai pantaloni, ha ricordato come l’ufficio di presidenza del partito abbia «votato all’unanimità un documento che parlava di elezioni primarie anche per la premiership, indipendentemente dalle candidature. Se fossi Silvio Berlusconi», ha aggiunto la giovane ex ministra, «pretenderei di candidarmi attraverso una legittimazione dal basso. C’è poi un problema di simmetria: il Partito democratico celebrerà le primarie e noi non possiamo fare la figura di quelli che non accettano il confronto con la base».

Scroscianti gli applausi del pubblico. Tutti per lei. Di questi tempi, ad Alfano non ne va bene una.

Ma la distanza che si misura tra ‘la base’ e un arroccato ‘cerchio’ stretto attorno a Berlusconi- – nonostante i ripetuti appelli all’unità lanciati da Alfano dal palco – riguarda anche il nome da dare al futuro partito.

Quella di ‘Forza Italia’, dice Alfano, è stata solo «una proposta che sarà valutata dagli organi di partito».

Ma in platea anche solo l’idea non piace a nessuno ed è un fiorire i mugugni: invece di cambiar nome, toccherebbe «correggere gli errori commessi negli anni». Quali? La Meloni attacca: «Il Pdl è un partito che non si è strutturato più di tanto sul territorio, che spesso non ha fatto campagne né ha aperto sedi e ha perfino guardato con sospetto chi lo faceva, producendo una classe dirigente ‘portata’ e quindi per alcuni versi autoreferenziale». Ma «un partito che ha raccolto il 38 per cento dei consensi nel 2008 non si può liquidare con un ritorno al passato, si deve rinnovare nell’ottica di un riconoscimento dal basso».

Al segretario Alfano è stato quindi consegnato lo Zerocedario, un compendio di buoni propositi raccolti «tra la gente» – chiamati Nominati Zero, Oligarchia Zero, Partitocrazia Zero, Secessione Zero – per far ingranare di nuovo la marcia giusta al partito. «Farò i compiti per le vacanze, ma non andrò in vacanza». Ha tentato di scherzarci Alfano.

Poco dopo, lontano dal palco, tra un hot dog e una birra – lo stile ricordava una composta Festa dell’Unità – le reazioni hanno ricalcato gli applausi. «Oggi più di ieri», dice Marco Perissa, neopresidente della Giovane Italia, «le leadership hanno bisogno di una legittimazione popolare perché il rapporto con il popolo è incrinato”. E davanti alla possibilità di perdere voti senza il Cavaliere, il vicepresidente di Azione Universitaria, Matteo Petrella non ha dubbi: «Chi ha condotto il partito dovrebbe interrogarsi su quanto è stato fatto in questi anni». Mentre Chiara Colosimo, la più giovane consigliere della Regione Lazio, aggiunge: «Vogliamo ripartire da zero con una classe dirigente da zero chiacchiere e 100 per cento partecipazione. Alcuni personaggi della Seconda Repubblica sono impensabili in questa piattaforma». Brunetta e Gasparri però se n’erano già andati.

Pubblicato su L’Espressonline il 18.07.2012

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IMMIGRATI E MEDIA, IL CASO ITALIA

Di Castel Volturno si ricorda solo la strage, di Rosarno la rivolta. Di cosa siano i ‘kalifoo ground’, cioè le rotonde dove trovare schiavi a giornata, invece, non si sa quasi nulla. Eppure ce ne sono tante nei dintorni di Napoli e Caserta, ma anche a Roma, a Milano, nel Sud Pontino, nel Salento, nel Foggiano, a Palazzo San Gervasio in Basilicata, in ogni angolo nascosto o isolato d’Italia, vicino ai campi o nei pressi degli smorzi.

E le rotonde sono tutte uguali, tutte: la mattina presto si popolano di nugoli di immigrati che aspettano il caporale di turno. Qualche ragazzo, per non perdere il posto, la notte si riduce a dormire con il sacco a pelo nei pressi del ‘kalifoo ground.’

Storie, vicende di vita che a fatica trovano spazio sui giornali locali e ancor meno sulle pagine nazionali, nonostante si tratti di una realtà di sfruttamento capace di alimentare buona parte del Prodotto Interno Lordo italiano (tanto caro alle statistiche ufficiali). E quando queste realtà vengono raccontate – per casi di cronaca spesso eclatanti – si parla semplicemente di ‘clandestini’, senza approfondire le diverse fattispecie di migranti, le loro storie, le loro vite, spesso le loro morti. Mentre poco o nulla si sa su quanti arrivano in Italia con visti turistici e poi spariscono, o delle centinaia di ‘ballerine’ che arrivano dall’Africa o dai Paesi dell’Est con un visto «per motivi di spettacolo» e poi fatte sparite nel budello nero della prostituzione.

A osservarlo dall’esterno, quello dell’informazione italiana che negli ultimi decenni ha dovuto fare i conti con l’immigrazione clandestina appare spesso come un cortocircuito che non riesce a trattare in modo profondo il fenomeno dei flussi migratori, riducendo tutto a una dimensione emergenziale che decontestualizza un problema complesso e delicato.

Per capire come può migliorare sotto questo aspetto l’informazione italiana e come raccontare l’immigrazione, al Festival del Giornalismo di Perugia il panel “Immigrazione e Media: il caso Italia” organizzato dalla redazione del giornale on line Diritto di Critica: riunirà Laura Boldrini (portavoce dell’Alto Commisario per i Rifugiati dell’Onu) Eric Jozef (corrispondente in Italia per Liberation) e Corrado Giustiniani (cronista del Messaggero ed esperto di immigrazione).

Dalla Carta di Roma – voluta dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa all’indomani della strage di Erba come strumento deontologico per guidare i cronisti nel raccontare l’immigrazione – ai fatti che hanno caratterizzato questi ultimi anni a cavallo tra l’epoca Berlusconi e il governo tecnico, l’incontro analizzerà quanto è stato detto e scritto fino ad oggi sull’immigrazione, senza dimenticare le vicende della Vlora fino ad arrivare all’ormai nota “emergenza Lampedusa”, alla sua gestione e all’impronta che negli italiani è rimasta del fenomeno migratorio anche a seguito dei racconti testimoniati dai giornali.

Pubblicato su L’Espressonline il 23.04.2012

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