Il Sole 24 Ore

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PROTEZIONE CIVILE: ENTRO UN ANNO IL BANDO PER FAR VOLARE I CANADAIR

Affidamento diretto del servizio, in attesa, entro un anno, del bando di gara europeo. Sono queste le tappe previste per ripristinare in tempi “brevi” l’operatività dei venti Canadair CL-415 antincendio della Protezione civile nazionale, di stanza a Ciampino e dei relativi equipaggi. Il fallimento delle società Sorem e San di Giuseppe Spadaccini (arrestato per frode fiscale il 21 ottobre scorso), che gestivano piloti e manutenzione, ha lasciato a casa circa 300 dipendenti, tra personale di volo e di terra e ha portato alla revoca preventiva del contratto di appalto da 50 milioni all’anno da parte della Protezione civile.
Senza stipendio da settembre, i piloti hanno però continuato ad assicurare il servizio fino all’inizio di ottobre quando, a causa dei mancati pagamenti delle assicurazioni del personale e delle rate alla società che forniva i pezzi di ricambio per la manutenzione, è stata interrotta ogni attività. In attesa di tempi migliori, 400 milioni in aerei restano oggi parcheggiati in un hangar.
«I Canadair – spiega il comandante Massimo Lucioli, del sindacato Ugl trasporti – costituiscono lo scheletro dell’antincendio nazionale. La situazione è paradossale se si pensa che i nostri equipaggi, costituiti da 40 comandanti tra piloti civili, provenienti dall’aeronautica militare e dalle Frecce Tricolori, hanno spento incendi in tutto il bacino del Mediterraneo e recentemente anche in Russia, dove il ministero dell’Ambiente ci ha decorati con una medaglia che rappresenta un riconoscimento per l’Italia».
Dal Dipartimento della Protezione civile, però, fanno sapere che la situazione potrebbe sbloccarsi già nelle prossime settimane quando sono attese le prime manifestazioni di interesse per l’avviso di affidamento diretto del servizio, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale nei giorni scorsi.
«I requisiti – spiega una fonte al Dipartimento della Protezione civile – sono gli stessi che aveva la Sorem per la gestione della flotta aerea mentre la fornitura di pezzi di ricambio sarà assicurata dalla Protezione civile, al fine di agevolare eventuali acquirenti. Il servizio – proseguono – sarà affidato a terzi per un anno, in modo da poter bandire successivamente una gara comunitaria con tempi in linea con il codice degli appalti».
L’avviso di affidamento, però, non prevede alcuna clausola sociale che obbligherebbe la società affidataria ad assumere in blocco il personale prima dipendente di Sorem e San. Chi si aggiudicherà il servizio, spiegano dal Dipartimento, «dovrà fornire personale abilitato nella gestione e nella manutenzione della flotta Canadair».
«I requisiti specifici richiesti dall’avviso – risponde Lucioli – sono stringenti e prevedono una competenza tale che la scelta dovrà essere necessariamente indirizzata sui dipendenti attualmente in servizio. La decisione di non inserire la clausola sociale, però, non ci mette a riparo da eventuali licenziamenti da parte della società che subentrerà. Il rischio è che venga assunta solo una parte degli addetti e altri invece siano lasciati a casa».
Sul fronte della gestione di eventuali emergenze, infine, dalla Protezione civile fanno sapere di aver messo in campo «risorse alternative e mezzi delle forze armate e della Forestale che assicurano in questo periodo la copertura a livello nazionale».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” del 01.12.2010


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A RISCHIO I FONDI PER I CANILI

Rischia di non essere rinnovata a gennaio 2011 la convenzione da oltre quattro milioni per la gestione dei canili romani, affidati dal 1997 all’Associazione di volontari canile di Porta Portese (Avcpp), una onlus animalista con oltre cento dipendenti. Secondo quanto trapela dal Campidoglio, infatti, nel 2011 il budget per l’Ufficio Tutela degli Animali, competente sui canili, verrà ridotto del 50%, passando da otto a quattro milioni di euro. «L’unica soluzione – fanno sapere fonti dell’amministrazione – è la pubblicazione di un bando ad evidenza europea per la gestione dei canili romani. Il budget, però, dovrà essere ridotto poiché il valore dell’attuale convenzione andrebbe a combaciare con lo stanziamento previsto per il 2011 per l’intero Ufficio competente».
L’Avcpp gestisce il canile della Muratella, il “Rifugio del Poverello” e la “Valle dei cuccioli”, per un totale di circa mille animali (800 solo alla Muratella), mentre l’ex Cinodromo è gestito dall’associazione Impronta che occupa nove lavoratori, gestisce 220 cani e ha una convenzione da 240mila euro annui.
Assegnata dalla Asl RomaD nel lontano 1997 e confermata nel 2001 dall’amministrazione Rutelli, la convenzione con l’Avcpp è stata rinnovata e ritarata di anno in anno, fino a raggiungere il valore attuale di quattro milioni e 20mila euro nel 2007, per 335mila euro mensili. Nel 2008 l’amministrazione Alemanno ha deciso di prorogarla mese per mese, contestando all’associazione costi di gestione troppo alti. I problemi di bilancio del Campidoglio hanno poi comportato una riduzione di circa il 20% dei fondi alle diverse associazioni convenzionate e il budget per l’Avcpp è stato ridotto a 280mila euro mensili. «Fin dal nostro insediamento – spiega Andrea De Priamo, presidente della Commissione Ambiente in Campidoglio – abbiamo chiesto una modalità trasparente per l’affidamento dei servizi per i canili comunali dopo anni di affidamento diretto».
Secondo l’ultimo bilancio, nel 2009 l’Avcpp ha speso tre milioni e 228mila euro in stipendi. «Attualmente – dichiara Simona Novi, presidente di Avcpp – abbiamo 101 persone con contratto a tempo indeterminato e 12 dipendenti a tempo determinato. Su 400 gabbie, ogni giorno impieghiamo 20 persone. A questi si aggiungono educatori, terapisti ed altre figure professionali che devono gestire tutti gli aspetti dei canili, tra cui le adozioni».
Una prima stretta sui costi si è avuta in concomitanza con l’insediamento della nuova amministrazione comunale: nel 2008 l’Avcpp ha deciso di cambiare il fornitore del cibo ed è riuscita a risparmiare 100mila euro in un solo anno. «Dal 2005 al 2008 – si legge in una nota che la Novi ha consegnato al Comune – risulta evidente un consistente aumento dell’acquisto del cibo “medicato” (utile per diverse patologie degli animali, ndr), a fronte di una conseguente graduale diminuzione dell’acquisto di cibo standard. Dal 2009 l’aver scelto di utilizzare il cibo medicato solo nei casi “salva-vita” ha comportato un risparmio di 100mila euro».
La Cgil interna all’associazione propone l’internalizzazione di servizi e lavoratori da parte del Comune, anche perché Novi fa sapere che Avcpp potrebbe non partecipare all’eventuale bando pubblico che, spiega De Priamo «consentirebbe all’amministrazione di migliorare i servizi per gli animali riducendo allo stesso tempo gli immani sprechi degli anni passati». La soluzione prospetatta dal Comune per i 101 dipendenti dell’Avcpp è un’altra: la presa in carico da parte dell’associazione vincitrice del bando di gara.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” il 10.11.2010

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CARCERI: NEL LAZIO STRUTTURE A CORTO DI AGENTI, NE MANCANO 700

Nel Lazio mancano 760 agenti di polizia penitenziaria: su un organico previsto di 4.136 uomini prestano servizio solo in 3.376. Una carenza che impedisce l’utilizzo di strutture nuove come il carcere di Rieti e di uno dei padiglioni del penitenziario di Velletri e che sta avendo pesanti ripercussioni anche sui turni di servizio degli agenti.
«A causa del blocco del turn over – spiega Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) – in quattro anni abbiamo perso circa 6mila agenti a fronte di un numero sempre crescente di detenuti. Nel Lazio questa carenza sfiora le 800 unità. Per il 2010 e il 2011 – prosegue – il governo ha finalmente dato la possibilità di bandire due concorsi per assumere personale e rimpiazzare quanti andranno in pensione. Se le cose non fossero cambiate avremmo potuto assumere solo un agente ogni dieci che lasciavano il servizio. Nonostante le nuove assunzioni, però, non riusciremo a rientrare dei 6mila che attualmente mancano».
La situazione peggiore si registra nel nuovo complesso di Rebibbia e a Regina Coeli, dove, prosegue Capece «per poter aprire la quarta sezione sono stati distaccati uomini che per motivi di famiglia avevano fatto richiesta di trasferimento altrove. Altre situazioni particolarmente serie su questo fronte sono a Civitavecchia, Rieti e Cassino».
Nel panorama nazionale il Lazio è comunque nella media. «Le regioni che devono far fronte con le carenze più pesanti – spiega il segretario generale – sono soprattutto quelle del Nord: Veneto, Piemonte o Lombardia, dove ci sono pochi agenti, per la maggior parte giovani leve appena uscite dai corsi».
C’è poi la questione delle scorte che vale anche per il Lazio. Il mancato rispetto del principio di territorialità, comporta continui spostamenti di detenuti – anche fuori regione – dalle carceri alla sede processuale. «Se si pensa agli sprechi che questo comporta – spiega Capece – la situazione è paradossale. L’entità delle scorte varia in funzione del detenuto che deve essere trasferito: se è un 41-bis è necessario inviare il doppio della scorta normale. Normalmente la scorta minima è comunque di tre persone».
Senza contare la “dispersione” degli agenti nelle sedi istituzionali. Secondo i dati del Sappe solo nel Lazio, nelle sedi del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap) vengono impiegati 833 agenti.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” del 10.11.2010

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NELLE CARCERI LAZIALI 1.700 DETENUTI IN PIU’

Sovraffollate, in alcuni casivecchie e con poco personale. È questa la condizione delle 14 carceri laziali, che complessivamente ospitano 6.396 detenuti(secondoi dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia al 1˚novembre): oltre 1.700 in più della capienza regolamentare (4.661 posti), rispettata solo a Rieti e Civitavecchia. Una situazione che, a soli quattro anni dall’indulto, rischia di scoppiare, in mancanza di soluzioni a breve termine. Eppure in regione ci sono strutture come i penitenziari di Rieti eVelletri (si veda l’articolo a pagina 22) con interi padiglioni che per mancanza di personale restano inutilizzati e potrebbero migliorare di molto la qualità della vita dei carcerati.

Tra i penitenziari della capitale più sovraffollati, Rebibbia nuovo complesso (1.686 detenuti a fronte di una capienza prevista di 1.218 posti), il più grande del Lazio, diretto da Carmelo Cantone, e ReginaCoeli( 1.080detenutiafronte di 724 posti).Aquesto si aggiunge, oltre alle carenze di organico tra gli agenti di polizia penitenziaria (sivedal’articoloapagina23), l’età delle strutture che pregiudica in molti casi il corretto svolgimento delle attività per la riabilitazione previste per i detenuti. «Carceri come quelle di Latina, Regina Coeli o Cassino – spiega Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio – sono vecchie e la mancanza di spazi non consente di svolgere le attività di recupero. In questi penitenziari scontare la pena è ancora più pesante. Spesso – aggiunge Marroni – ci si dimentica dell’ articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere “in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È evidente che questo principio in molti casi non viene rispettato ». Migliore, su questo fronte, la situazione in altre carceri sul territorio. Nel nuovo complesso di Rebibbia i detenuti sono impegnati in programmi di recupero come la collaborazione a un progetto con la società autostrade per il rilevamento delle multe e la gestione di un call center. A Velletri invece vengono svolte attività agricole. E tra i nodi ancora irrisolti spicca la questione dei fondi per il comparto penitenziario: «La riduzione – sottolinea il Garante – ormai ha toccato il 30per cento».

Un’emergenza, quella delle carceri che, secondo Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, membro della Commissione Giustizia «da quando è stata denunciata dal Governo, a livello nazionale non ha prodotto alcun cambiamento. Il Lazio staleggermentemegliorispetto ad altre regioni per quel che riguarda il sovraffollamento: non si registrano picchi come per l’Ucciardone o Poggioreale,masi tratta semplicemente di gradazioni diverse di disperazione». Rispetto a chi vive al di fuori delle carceri, però, in tutta Italia i detenuti si suicidano con una frequenza maggiore. Dall’inizio del 2010, nelle carceri laziali si sono tolte la vita tre persone. «Si suicidano – spiega Marroni – soprattutto i nuovi arrivati e quanti sono reclusi lontano da casa». A incidere sulla tendenza al suicidio, secondo il Garante, tre fattori: il sovraffollamento, la debolezza psichica e il principio della territorialità della pena spesso non rispettato.«Chi arriva perla prima volta –sottolinea Marroni– subisce un impatto emotivo forte, e poiché c’è una forte carenza di educatori e psicologi, spesso cade nella disperazione. Con il sovraffollamento, inoltre, idetenuti sono sparpagliati da un carcere all’altro e la sensazione è di abbandono». Ad essere trasferiti sono soprattutto gli stranieri, per i quali il principio di territorialità non vale. E resta il nodo delle morti in carcere, al centro della cronaca negli ultimi mesi, come quella di Stefano Cucchi e Simone La Penna, quest’ultimo trasferito da Viterbo al centro clinico di Regina Coeli e morto il 25 novembre 2009. «In questo caso io avrei suggerito i domiciliari – prosegue Marroni – dal momento che il ragazzo aveva una famiglia. La Penna venne invece giudicato compatibile con il carcere». Secondo quanto risulta al Garante, era invece «affetto da una forma di anoressia nervosa fin da prima del suo arresto».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” il 10.11.2010

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LA SCUOLA NEL LAZIO: POCHI POSTI PER TANTI INSEGNANTI

La scuola nel Lazio si fonda sui precari. A dirlo è il confronto tra le immissioni in ruolo e il bacino degli iscritti nelle graduatorie permanenti. Secondo i dati di Flc Cgil e Cisl Scuola Lazio, elaborati sui numeri nazionali del Ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca (Miur), infatti, i docenti che quest’anno hanno avuto una cattedra sono stati 1.124, a fronte di 22mila precari. Supplenze, docenze sottopagate nelle scuole private per lo scatto in graduatoria, professori con contratti annuali che adesso si ritrovano ad insegnare con il contagocce. Su Roma e Provincia, in particolare, per l’anno scolastico in corso le immissioni in ruolo hanno riguardato 911 docenti, di cui 452 per il sostegno, mentre restano “vacanti” 905 posti.

Un bilancio a cui va aggiunto il dato dei tagli. Secondo i dati della Cisl Scuola Lazio, inoltre, con la riforma voluta dal ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, sono stati 1.838 gli insegnanti “cancellati”, quest’anno in Regione, che si vanno ad aggiungere ai 3.211 dello scorso anno scolastico. Nella sola scuola primaria, sottolinea Flc-Cgil, perderanno il posto 590 docenti.

«Solo a Roma – spiega Anna Fedeli, segretaria regionale Flc Cgil – circa tremila bambini della prima classe rimarranno senza il tempo pieno richiesto dalle famiglie. C’è una volontà politica – prosegue – di impoverire la scuola pubblica della capacità di garantire pari opportunità educative a tutti i cittadini che va al di là dei tagli ed investe il modello sociale di riferimento». L’anno scorso, aggiunge Vincenzo Alessandro, Segretario regionale della Cisl Scuola Lazio, «nella nostra regione ci sono state 11.185 supplenze annuali del personale docente». «Il tasso di precariato – prosegue Alessandro – è troppo alto e va a detrimento della continuità didattica: i docenti insegnano per un anno in una scuola e l’anno successivo in un’altra».

E tra i precari “declassati” da un contratto annuale alla giungla delle supplenze, c’è Giorgio Crescenza, trent’anni, una laurea in Lettere, un dottorato in Pedagogia e un Master in Counselling nell’ambito psicopedagogico. «Insegno dal 2001 – spiega – il primo incarico l’ho avuto nel 2005 all’Istituto Tecnico Statale “Vincenzo Arangio Ruiz”, dove sono rimasto per due anni, mentre fino all’anno scorso avevo un contratto annuale a Civitavecchia. Adesso – prosegue – sono tornato a fare supplenze temporanee e insegno Lettere alla scuola dell’Ospedale Ematologico del Policlinico Umberto I che dipende dall’Istituto don Giuseppe Morosini, dove il ministro Gelmini ha inaugurato l’anno scolastico il 13 settembre scorso. Con questo sistema – conclude – pur di non perdere il punteggio in graduatoria, molti colleghi non assunti nella scuola pubblica sono costretti ad accettare contratti iniqui nelle scuole parificate».

C’è poi il discorso dei docenti cosiddetti “soprannumerari”. La riforma, infatti, ha ridotto le ore di lezione e ha previsto che una stessa materia possa essere insegnata da più classi di concorso. «I dati sull’esatta entità del sovrannumero – spiega Vincenzo Alessandro – non sono ancora completamente disponibili. Di sicuro possiamo dire che ci sono precari che non insegneranno più: su una materia come marketing, ad esempio, sono confluiti gli insegnamenti di Grafica e di Economia aziendale ed è ovvio che le scuole impegneranno i secondi a scapito dei primi».

Gaetano Trovalusci, 55 anni, in cattedra dal 1985 e da dieci anni professore di Fisica al liceo statale Montessori, è finito nella roulette degli insegnanti in sovrannumero: «Ho scritto al ministero senza ricevere risposta per capire perché con 157 punti di anzianità sono dovuto andare via mentre colleghi della stessa classe di concorso e con solo 40 punti di servizio sono rimasti al loro posto. Per fortuna – prosegue – insegno ancora a Roma ma potevo essere trasferito in provincia, magari a Subiaco. Adesso – conclude – lavoro presso l’Istituto di Istruzione superiore che prima era il liceo Gian Carlo Vallauri, successivamente fuso con il Giovanni Da Verrazzano e che è ancora in attesa di trovare un nome che lo identifichi».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” il 13.10.2009, pagina 27

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BOTTEGHE A RISCHIO ESTINZIONE: IN REGIONE SERVONO ALMENO 7MILA ADDETTI

Orafi, ebanisti, decoratori, stuccatori, ferraioli, tappezzieri, ricamatori, mosaicisti, canestrari. La lista dei mestieri artigianali a rischio di estinzione è lunga. Espulse dai centri storici di Roma e del Lazio per il caro affitti o costrette a chiudere per la mancanza di personale, della capillarità delle antiche botteghe artigiane resta traccia nella toponomastica: via dei giubbonari, degli acquaricciari, dei barbieri, degli orefici, dei cimatori.

Secondo una panoramica realizzata sul primo trimestre 2010 da Confartigianato, nella zona di Roma e provincia – il polo produttivo più consistente per l’artigianato laziale – le imprese artigiane ammontano a 68.727 unità, ovvero il 21,1% del totale delle imprese attive e il 68,2% di quelle artigiane del Lazio. Di queste, 12.460 (il 18,1%) sono riconducibili alle tipologie considerate “artistiche e tradizionali”. «A mettere a rischio la sopravvivenza della maggior parte di queste attività – spiega Mauro Mannocchi, presidente di Confartigianato Imprese Roma – c’è il mancato ricambio generazionale e la conseguente carenza di giovani disposti ad apprendere le arti manuali e gli antichi mestieri. A questi si aggiungono i costi di locazione ormai divenuti insostenibili per le microimprese artigiane e la serializzazione industriale di alcune produzioni prima appannaggio delle singole botteghe. Se guardiamo al panorama nazionale – prosegue Mannocchi – nel comparto artigiano mancano circa 71mila addetti, il 10%  di questo dato può essere riferito al Lazio».

A soffrire la crisi occupazionale, però, non ci sono solo i mestieri artistici tradizionali. Mancano anche carpentieri, meccanici, idraulici, parrucchieri, estetisti, sarti e cappellai. «Dagli anni Settanta in poi – conclude Mannocchi – Roma è divenuta la città del posto fisso e del terziario, una tendenza che ha portato alla progressiva perdita di memoria nei confronti dei mestieri manuali che in alcuni casi sono stati serializzati a livello industriale». «Le nuove tecnologie – aggiunge Crisitiano Mandich, presidente dell’Artigianato artistico romano di Confartigianato –possono dar vita a un nuovo Rinascimento per i nostri mestieri, a patto che vengano usate non in modo indiscriminato e al servizio di un mercato speculativo ma sposino l’artigianato per semplificare alcuni passaggi nella produzione dei manufatti».

Tra i problemi da risolvere, gli alti costi e i tempi lunghi dell’apprendistato. «Manca una legge – spiega Lorenzo Tagliavanti, direttore della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna) di Roma – che sostenga l’apprendistato, favorendo l’avvicinamento delle giovani leve a settori come l’oreficeria, la falegnameria da arredo, la tappezzeria. L’unico settore che per ora gode di ottima salute è l’alimentare poiché si sta diffondendo una cultura del biologico e dei cibi a chilometro zero. Di contro – prosegue Tagliavanti – la manodopera straniera sta progressivamente andando a colmare i vuoti creati dall’assenza di addetti italiani: gli immigrati accettano molto più facilmente di stare a bottega per lunghi periodi e in alcuni casi  sono diventati a loro volta imprenditori».

E tra le cause considerate alla base della mancata attenzione da parte dei giovani all’artigianato, l’assenza di una politica di orientamento e di campagne informative mirate a far riscoprire la bellezza dei mestieri manuali: «è necessario – spiega Franco Cervini, direttore di Cna Lazio – creare una catena del valore e fare rete, inserendo la professione artigiana in un percorso turistico e di informazione che possa valorizzare i mestieri dimenticati».

Tra le proposte avanzate da Confartigianato, la creazione di una cittadella romana dell’artigianato dove riunire un polo di formazione, laboratori e uno spazio espositivo permanente: «tramite un bando – conclude Mannocchi – saranno selezionate le imprese in modo da creare una filiera sul territorio e al contempo un polo di attrazione da inserire anche nel circuito turistico. La Camera di Commercio ha già stanziato tre milioni di euro e altrettanti sono previsti per il 2011 se il progetto andrà in porto. Al Comune – conclude – chiediamo la disponibilità di uno spazio e di creare le condizioni per lo sviluppo».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio il 21.07.2010, pp.20-21

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CRISI DELL’ARTIGIANATO: «OGGI MANCANO I MAESTRI»

«Oreficeria sperimentale». Così Giorgio Macondo (nella foto), 45 anni, artigiano con un laboratorio in via dei Latini, nel quartiere romano di San Lorenzo, descrive la sua attività. «Realizziamo micromosaici in pietra usando le materie prime dei mosaicisti, le nostre sono creazioni giovanili e i clienti hanno l’impressione di indossare un frammneto di un’opera d’arte».

Pietre dello spessore di millimetri, metalli e la sapiente arte artigiana. «Lavoro a San Lorenzo dal 1991 – spiega Macondo – e in tutti questi anni la mia attività, come anche quelle dei miei colleghi, ha dovuto fare i conti con la mancanza di una concreta attenzione da parte delle istituzioni verso il nostro settore e con la carenza di una manodopera specializzata. Non è vero che non ci sono i giovani interessati all’artigianato – prosegue – il problema è che oggi mancano i maestri e nel 2010 bisogna ancora andare “a bottega” per imparare questo mestiere. Gli ultimi maestri se ne sono andati negli anni Ottanta, quando ancora si trovava qualcuno disposto a insegnarti. Ad oggi non possiamo più permetterci di tenere allievi a bottega».

Sulle scuole di formazione, Giorgio Macondo è molto critico. «Ho abbandonato l’istituto d’arte a 15 anni perché, avendo una famiglia di artigiani alle spalle, avevo capito che se volevo continuare a fare la professione, dovevo stare in laboratorio. Dei miei compagni di classe, sono l’unico che fa il mestiere per cui aveva iniziato gli studi». L’artigianato artistico italiano, secondo Macondo, oggi «vive di rendita sulle ceneri del passato, i pochi artigiani rimasti sono costretti a sopravvivere e sono sempre di meno. Le istituzioni – prosegue – danno vita a una serie infinita di progetti di sostegno al settore che non si traducono in aiuti concreti e negli anni ho visto molte botteghe storiche di San Lorenzo chiudere nel silenzio più totale. Di questo quartiere si parla in relazione ai giovani, allamovida, ma mai per gli artigiani che vi lavorano».

E le prospettive per il futuro non sembrano rosee: o si chiude o si trasferisce l’attività all’estero. «Molti colleghi – prosegue – hanno scelto di andare via dall’Italia perché se sei italiano e dimostri di possedere una professionalità artigiana come la nostra che siamo per definizione “rifinitori”, all’estero vieni valorizzato e portato su un palmo di mano. Qui non accade nulla di tutto questo: manca una rete capace di sostenere nel concreto il settore e da una decina d’anni le persone si sono distaccate dall’artigianato, nessuno sa più riconoscere una materia prima né sa distinguerla da materiali più diffusi ma meno nobili. Per quanto mi riguarda – conclude Macondo – anni fa ho ricevuto una proposta per andare a fare l’orafo in Australia ma non ho intenzione di andarmene: sono italiano e voglio continuare a lavorare qui. Mi chiedo solo a quale prezzo».

EF

(pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio il 21.07.2010)

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RISARCIMENTI PER LE STRAGI PERSI TRA LE NORME

A trent’anni dal disastro di Ustica, i parenti delle vittime di quella e di altre stragi non hanno trovato né verità giudiziaria né tantomeno la definitiva quadra sul fronte degli indennizzi. E se alcuni parenti dei passeggeri morti il 27 giugno 198o sul volo IH-87o hanno di recente ottenuto una sentenza favorevole di risarcimento da parte dello Stato, sul fronte dei benefici previsti dalla legge 206 del 2004 a favore delle vittime del terrorismo i problemi da risolvere sono ancora molti.

«La legge – spiega Roberto Della Rocca, vicepresidente dell`Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) – ha parificato sotto il profilo pensionistico tutte le categorie professionali, che hanno, invece, di norma, parametri previdenziali di riferimento molto diversi. Gli enti hanno quindi dovuto affrontare difficoltà causate da sistemi automatici di calcolo della prestazione pensionistica che non contemplavano tale parificazione».

Gli aventi diritto ai benefici (la tabella a lato non comprende 133 vittime tra militari e for- ze dell`ordine, u magistrati, 81 vittime della strage di Ustica e 24 morti della Uno bianca) sono poco più di un migliaio.

Se sul versante della speciale elargizione (l’indennizzo per la morte del familiare) e degli assegni vitalizi non si riscontrano particolari criticità, enti come Inps e Inpdap lamentano invece la necessità di un intervento legislativo per molti dei punti relativi ai benefici pensionistici. In una lettera dell’11 giugno scorso inviata a Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione per le vittime della strage di Bologna, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, ha parlato di un «iter legislativo attualmente in corso» e funzionale a chiarire le criticità della legge 206, senza tuttavia evidenziare su quali punti si stia lavorando.

Tra i nodi da sciogliere, ci sono le indennità pensionistiche previste peri coniugi e i figli degli invalidi subentrati dopo l’attentato terroristico, i quali, come spiega Della Rocca, «secondo l’interpretazione degli enti, non hanno diritto ai benefici.

Eppure, l’articolo 3 della legge 206 non pone limiti temporali, né parla di un “prima” o di un “dopo” l`attentato». Ci sono poi quattro casi in tutta Italia di persone con invalidità superiore all`8o% che al momento dell’attentato erano bambini: non hanno ancora visto, per questioni di interpretazione della legge, alcun beneficio pensionistico di categoria.

Ritardi si registrano poi per la ricostruzione delle pensioni da parte degli enti competenti. In particolare, per quel che riguarda la doppia annualità, prevista dall’articolo 5 della legge, secondo il quale ai familiari aventi diritto alla pensione di reversibilità o indiretta riferita ai caduti e a quanti sono sopravvissuti a un attentato terroristico con invalidità non inferiore al 25%, spettano 26 mensilità del trattamento pensionistico della vittima. Nella relazione dell’Aiviter presentata a fine maggio, si legge: «non abbiamo conferma se non per rarissimi casi, di avvenuta liquidazione dell’indennità».

Resta poi la tagliola, mai accettata dalle associazioni, delle modalità indicate dal recente Dpr 181/2009 per rivalutare agli invalidi l’eventualeaggravamento fisico e del riconoscimento del danno biologico e morale. «Sono necessarie tre diverse valutazioni – aggiunge Della Rocca – e in diversi casi, a fronte di medesime patologie di pari gravità, abbiamo riscontrato responsi diversi. Il ministero della Difesa dovrebbe approntare quanto prima una circolare attuativa a cui le commissioni mediche militari si dovranno attenere».

Tra i casi esemplificativi c’è quello dei familiari di Andrea Campagna, poliziotto trucidato nel 1979 a Milano dai Pac, i proletari armati per il comunismo. In base a una circolare Inpdap del 20o8 relativa all’articolo 2 della legge 206, «il trattamento di fine servizio deve essere calcolato sulla base della retribuzione contributiva utile, ossia quella corrisposta nell’ultimo giorno di servizio nel caso dell’indennità di buonuscita o quella corrisposta negli ultimi dodici mesi di servizio nel caso dell’indennità premio di servizio, maggiorata del 7,50 per cento». «A conti fatti sottolinea Maurizio, fratello di Andrea – restano 1.198 euro. La legge non prevede, infatti, alcun adeguamento alla situazione attuale».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 28.06.2010, pagina 14

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IMMIGRATI, IL LAVORO È FAI DA TE

Il lavoro per gli straneri nella provincia di Roma è fai da te. Secondo un monitoraggio condotto a livello nazionale dall’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali (Iprs), infatti, nel territorio romano solo lo 0,6% degli immigrati regolari trova lavoro attraverso i Centri per l’Impiego, mentre la maggioranza degli stranieri, il 76,1%, sfrutta il passaparola e la comunità di appartenenza. In crescita, sebbene con una percentuale ancora contenuta (3,5%), le agenzie interinali. Ci sono poi le parrocchie e le associazioni – da sole hanno trovato lavoro al 6,4% degli intervistati – le inserzioni su giornali o siti web (5,3%) e la trattativa “diretta” senza intermediari (4,3%). Vanno male anche i sindacati: appena lo 0,7% degli stranieri presenti nella provincia di Roma trova lavoro attraverso le associazioni dei lavoratori.

«Per i cittadini immigrati – ha spiegato Dario Manna, consulente del Dipartimento III della provincia di Roma che gestisce i centri per l’impiego – il vero collocamento lo fa ancora la comunità di appartenenza e i nostri Centri scontano un gap sotto il profilo della comunicazione esterna, delle politiche mirate agli immigrati e della semplificazione burocratica. Tutti aspetti sicuramente migliorabili. A livello provinciale – prosegue Manna – sono stati però avviati i Centri Servizi Immigrazione che fanno da raccordo con i Centri per l’impiego e si stanno progressivamente facendo conoscere. A questi si aggiungono due importanti bandi europei, Inti ed Aeneas, rivolti proprio all’inclusione sociale e lavorativa dei cittadini stranieri, che hanno riscosso un discreto successo e probabilmente saranno rifinanziati».

Un punto di vista solo in parte condiviso dal direttore dell’Iprs, Raffaele Bracalenti, che sottolinea come, con l’avvento delle agenzie interinali, sia cambiata la funzione stessa dei Centri per l’Impiego:  «oltre all’attività di collocamento che comunque conosce percentuali basse a livello nazionale, i Centri dovrebbero fare orientamento, formazione, riconoscere le competenze dei cittadini stranieri e monitorare il mercato del lavoro, tutte attività che non riescono a decollare perché non viene ridisegnata l’offerta in base alla richiesta e al territorio.  A livello nazionale – aggiunge – molti dei centri dell’Impiego interpellati, hanno risposto che sul fronte dei servizi non vengono fatte discriminazioni tra italiani e stranieri: non si tratta di una discriminazione – conclude Bracalenti – ma dell’adeguamento a precise esigenze».

Relativamente basso anche il voto che, su una scala da 0 a 5, gli immigrati hanno dato ai Centri per l’Impiego del territorio romano: 2,7. Mentre sul versante formativo, appena l’1,7% degli intervistati ha preso parte ai corsi di formazione previsti dal decreto Flussi, il 14% ha frequentato iter per l’inserimento occupazionale e solo il 6,3% ha preso partecipato a corsi per migliorare le proprie condizioni di lavoro.

Dalla panoramica fatta dall’Iprs, infine, risulta che la maggior parte dei cittadini stranieri presenti sul territorio romano sono per la maggior parte impiegati nei servizi, nel commercio e nel terziario. Un dato però salta subito all’occhio: il 57% di quanti hanno perso il lavoro a causa della crisi economica sono stati  costretti ad accettare un impiego irregolare.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio il 22.06.2010, pagina 22

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PERMESSO DI SOGGIORNO A PUNTI E L’ITALIANO PER STRANIERI: ROMA SI AFFIDA A VOLONTARI E SCUOLE SERALI

Di giorno colf, operai o badanti, di sera alunni dei corsi di lingua italiana. A Roma, per gli stranieri imparare l’italiano è un investimento a cui in molti non rinunciano. L’offerta, però, è ancora limitata rispetto alle richieste. Secondo i dati della “Rete Scuolemigranti” – il coordinamento delle scuole di italiano per l’integrazione linguistica e sociale dei migranti – a Roma sono circa 14mila i posti disponibili per gli stranieri, suddivisi tra le sedi delle associazioni del volontariato e gli undici Centri territoriali permanenti (Ctp), istituti scolastici pubblici dove chi è in regola può frequentare corsi serali di italiano e conseguire il titolo di studio.

Nel volontariato, tra le 14 associazioni presenti sul territorio romano, spiccano la Caritas, la comunità di Sant’Egidio e il centro Astalli e sono 20 le sedi dove è possibile imparare la lingua italiana. «La domanda – racconta Augusto Venanzetti, coordinatore della Rete scuole migranti – è almeno doppia rispetto ai posti disponibili e si tratta di richieste spontanee, non dettate da obblighi di legge. La questura rilascia ogni anno circa centomila titoli di soggiorno: con l’introduzione del permesso di soggiorno a punti, almeno 80mila persone potrebbero dover frequentare corsi di italiano per restare nel nostro Paese. La sproporzione tra domanda e offerta – conclude – è evidente».

Tra i centri più frequentati ci sono i Ctp di via dell’Esquilino e di via Cortina, dove gli istituti “Mandela” e “Di Liegro” hanno avuto nell’anno scolastico 2008-2009 rispettivamente 2.379 e 1.027 iscritti. Nel volontariato, invece, la comunità di Sant’Egidio ha il più alto numero di studenti. «Tra i problemi da considerare nel permesso di soggiorno a punti – avverte Daniela Pompei, responsabile dell’area Immigrazione della comunità di Sant’Egidio che ha una media di 2.200 iscritti ogni anno –, c’è la difficoltà di apprendimento di una nuova lingua per quanti provengono da idiomi del tutto diversi. L’esempio sono i cittadini del Bangladesh, che si trovano in svantaggio rispetto agli altri».

Oliviero Forti, responsabile dell’area Immigrazione per la Caritas italiana, sottolinea come l’apprendimento della lingua sia «un processo spontaneo già in atto». «Che lo Stato si prenda l’onere di garantire a tutti il corretto apprendimento dell’italiano – rimarca Forti – è un fatto auspicabile ma la lettura di un cammino di integrazione non può passare attraverso i punti. Si tratta di un appesantimento poco utile in un contesto di procedure già complesse che riguardano la possibilità di restare in Italia».

Chiara Peri, Responsabile della Gestione qualità del settore Formazione dell’Associazione Centro Astalli, aggiunge: «siamo preoccupati per un sistema che ancora non esiste e dovrebbe far fronte ai nuovi obblighi. Su Roma, ad esempio, abbiamo lunghe liste d’attesa di persone che chiedono di imparare la lingua a cui non riusciamo a far fronte». C’è infine la questione degli esami: «sono previsti dal pacchetto Sicurezza – conclude Peri – ma è tutto fermo, nessuno sa che tipo di idoneità dovrà essere certificata».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 22.02.2010, pag. 14

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MAFIA. A LATINA TURISMO NEL MIRINO – INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA CORTE D’APPELLO DI ROMA, GIORGIO SANTACROCE

Latina testa di ponte per una guerra di conquista. Il paragone con Casal di Principe è forte, ma il capoluogo pontino è una città sull’orlo di una guerra di mafia. Lo dicono gli ultimi tre agguati avvenuti in meno di ventiquattr’ore nel gennaio scorso e le intimidazioni quasi quotidiane che da mesi avvengono ai danni dei commercianti della zona. «Da oggi si paga» recitava un biglietto indirizzato ai titolari di due bar in via Sezze, a Latina, lasciato nel giorno dell’Epifania accanto a una bottiglia molotov fuori dai locali. Pochi giorni dopo, tra il 25 e il 26 gennaio scorso, la città ha contato due morti e un ferito grave. Giustiziati con un colpo alla nuca o con una raffica in pieno addome. A Latina si spara per le strade.«Nel territorio di Aprilia, di Latina e del sud Pontino – spiega Giorgio Santacroce, presidente della Corte d’Appello di Roma – ci sono infiltrazioni di famiglie della Ndrangheta, della camorra e di Cosa Nostra ed è un fenomeno che esiste almeno da 15 anni: la mafia acquisisce attività soprattutto nel settore turistico attraverso “teste di paglia” incensurate». Sotto osservazione anche il circondario di Tivoli, spiega Santacroce, «con i comuni di Castelmadama, Guidonia-Montecelio, Rignano Flaminio, Morlupo, Castelnuovo di Porto e Campagnano romano, che continuano ad essere luogo privilegiato di incontri tra personaggi della malavita nostrana ed esponenti stranieri che si occupano di traffico internazionale di stupefacenti».

Tra i comuni saliti agli onori delle cronache nazionali per le infiltrazioni mafiose c’è Fondi, il cui scioglimento è stato inutilmente chiesto in diverse occasioni dall’ex prefetto di Latina, Bruno Frattasi, e dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. «È la prima volta – spiega Enzo Ciconte, presidente dell’Osservatorio sulla Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, ex consulente della Commissione parlamentare antimafia e docente di Storia della criminalità organizzata presso l’ateneo romano di Roma Tre – che il prefetto e un ministro della Repubblica chiedono lo scioglimento per mafia di un comune e il Consiglio dei Ministri rifiuta di intervenire. È il segno evidente che a Fondi ci sono interessi più forti sia del Prefetto sia del Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Frattasi – continua Ciconte – è stato poi promosso per essere rimosso e si tratta della logica conseguenza del mancato scioglimento del comune di Fondi».

Estorsioni, usura e riciclo di denaro sporco i canali con cui la criminalità organizzata sta lentamente conquistando il Lazio: «Nella nostra regione – conclude Ciconte – si deve combattere l’idea che parlare di mafia sporchi la buona reputazione del territorio. Si tratta di un problema che non si può più nascondere e che non si può combattere senza un’adeguata informazione».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio del 10.02.2009, pagg. 14-15

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MAFIA: NEL LAZIO L’USURA SOFFOCA UN NEGOZIANTE SU TRE

Il centro storico di Roma alla ‘Ndrangheta e le periferie con i centri commerciali e gli ipermercati alla Camorra. Nel Pontino, gli affari si concludono insieme. È questa la spartizione che le mafie, secondo quanto si legge nel rapporto di Confesercenti, “SoS impresa 2009”, hanno deciso per Roma e per il Lazio.

Proprio la ‘Ndrangheta sarebbe la nuova mafia egemone sulla capitale e la sua provincia. Lo testimonia anche la cattura, il primo febbraio scorso, di Domenico Bellocco, boss emergente dell’omonima ‘ndrina calabrese, fermato in un ristorante romano mentre guardava la partita Juventus-Lazio.

Nel gennaio dello scorso anno, sempre nella capitale, era stato invece arrestato Candeloro Parrello, inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi e considerato dagli investigatori il referente della ‘Ndrangheta per i cartelli colombiani dei produttori di droga. Nella capitale possedeva ville e auto di lusso e nel 2008 la questura gli aveva sequestrato beni mobili e immobili per un valore di oltre 30 milioni di euro, accertando investimenti che andavano dalla ristorazione ad un centro diagnostico, oltre a diverse attività imprenditoriali che comprendevano anche negozi di materiale hi-tech e centri estetici.

Nella sola capitale, inoltre, si troverebbe una nutrita rappresentanza di almeno 20 ‘ndrine, alcune delle quali gestivano, secondo gli inquirenti, il ristorante di piazza di Spagna “La rampa” e il noto “Caffè de Paris” di via Veneto, posti sotto sequestro tra il 2008 e il 2009. «A Roma – spiega Luigi De Ficchy, Procuratore della Repubblica a Tivoli e fino a un anno e mezzo fa sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia – la Ndrangheta c’è almeno dagli anni Settanta, quando diversi capiclan scapparono dalla guerra di mafia in atto in Calabria. Nella Capitale, oltre alle attività commerciali, le cosche controllano soprattutto il traffico di droga e fino al 1984 hanno fatto affari anche con la Banda della Magliana».

Traffico di droga, estorsioni ma soprattutto imprenditoria sono il business della criminalità organizzata nel Lazio.

Tra i territori laziali più colpiti dalla piovra mafiosa, Confesercenti individua Roma e provincia, Anzio, Civitavecchia, Minturno, Sperlonga, Fondi, Formia, Gaeta, Nettuno, Pontinia e Terracina. Nella zona di Viterbo, ad esempio, secondo quanto comunica l’Osservatorio sulla Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, oltre al clan camorristico dei Sarno, ci sarebbero quattro ‘ndrine, mentre in tutta la regione se ne contano 25, seguite da circa 17 clan camorristici e 14 famiglie di Cosa Nostra. Con 42 sequestri di beni mafiosi nel 2009, scrive Confesercenti, il Lazio si pone al quarto posto dopo Campania, Sicilia e Calabria.

A farla da padrone nel Lazio resta comunque l’usura. «Roma è la città di scambio nei rapporti usurai – spiega Fausto Bernardini, presidente di SoS Impresa Lazio – dai paesi limitrofi gli usurai vengono nella capitale per concludere i pagamenti. Ad essere infettate da questo reato sono anche le zone del litorale romano, con Pomezia e Ardea, insieme al sud Pontino. Cassino – aggiunge Bernardini – è il punto di contatto tra clan camorristici e i loro emissari che praticano lo strozzinaggio nel Lazio. L’usura mafiosa – conclude – a differenza di quella tradizionale non vuole lucrare ma acquisire le imprese in difficoltà e fino ad oggi le denunce restano pochissime».

Nel 2009, si legge nel “Rapporto di Sos impresa”, sono state 19 le operazioni antiusura nel Lazio che hanno portato in carcere 98 persone e hanno visto 28 indagati, mentre secondo le stime sarebbero almeno 28mila i commercianti vittime di usura, pari al 34,8% del totale. Luigi Ciatti, presidente dell’Ambulatorio antiusura di Roma avverte però che «qualsiasi stima è opinabile dal momento che si tratta di un fenomeno per sua natura sommerso. L’unica cosa che si può dire – conclude Ciatti – è che questo reato è in crescita».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio del 10.02.2009, pagg.14-15

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GLI INDIANI INVISIBILI NEI CAMPI DI LATINA

Guadagnano una manciata di euro e rappresentano l’antidoto alla crisi economica per numerose imprese della provincia di Latina. Migliaia di lavoratori indiani che per lo Stato italiano non esistono. Lavorano per otto o dieci ore al giorno, d’inverno e d’estate, e guadagnano una miseria: tra i 2,50 e i 3,50 euro l’ora. Secondo le stime della Cgil, nel Lazio gli indiani sono circa 40mila, di questi oltre il 10% si trova nella provincia di Latina e la maggior parte sono impiegati in agricoltura.

«Molti di noi non sono in regola», racconta un ragazzo indiano mentre mi guida attraverso il dedalo di strade provinciali e viuzze che da Latina si dipanano nell’agro pontino. Chiede di restare anonimo e spiega: «Quasi tutti nella nostra comunità sono venuti in Italia come stagionali, scaduto il contratto hanno accettato di lavorare in nero pur di guadagnare qualcosa. Ai datori di lavoro – continua – non conviene metterli in regola, è molto più comodo chiamarli giorno per giorno e pagarli pochi euro». Costeggiamo in macchina i campi: Borgo Vodice, San Vito, Sabaudia, Bella Farnia. Ma l’asse dei lavoratori indiani arriva fino a Pomezia.

Quando lo incontriamo, Sing (nome di fantasia) sta raccogliendo carote. Ha 26 anni, è in Italia da due e non ha il permesso di soggiorno. «Lavoro fino alle quattro del pomeriggio – racconta – mi danno tre euro ogni ora ma non è una paga fissa, dipende dai giorni. A casa siamo in sei, viviamo in un piccolo appartamento nella zona di Bella Farnia. Ogni mattina – mi spiega – ci alziamo verso le sei e alle sette e mezza siamo già nei campi». Dell’affitto si occupa uno di loro che cura i contatti con il padrone di casa, un italiano.

Il reclutamento dei braccianti rispetto a quanto avviene nei grandi centri urbani, qui è diverso: non si vedono i nugoli di persone che aspettano ai lati delle strade, il caporale è quasi sempre un indiano che a seconda delle richieste delle aziende decide chi chiamare per la giornata di lavoro successiva. «Il caporale – interviene il ragazzo che mi accompagna – può prendere tra i 2,50 e i cinque euro a persona, dipende se l’operaio ha lavorato solo mezza giornata o per otto ore». «Spesso non tutti vengono chiamati – interviene Sing – e allora chi resta a casa prepara la cena per chi è andato nei campi e si vive con i soldi di chi lavora». La domenica poi ci si ritrova tutti nel tempio. In zona ce ne sono due, a San Vito e a Sabaudia. «Il problema per i ragazzi come Sing – spiega il mio accompagnatore – è la concorrenza di quanti sono appena arrivati. Chi sta qui da molto tempo – continua – viene pagato anche 3,50 euro l’ora mentre i nuovi vanno nei campi anche per paghe inferiori ai 2,50 euro l’ora. In questo modo i datori di lavoro risparmiano e molti di noi restano a casa». È una guerra tra poveri.

C’è poi il nodo del disbrigo delle pratiche relative al rilascio del nulla osta per la prima assunzione. Il condizionale è d’obbligo ma stando a quanto racconta la mia guida, sono state raccolte testimonianze su casi di pagamenti non proprio regolari e funzionali a sveltire le pratiche per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri: «Diversi di noi – spiega la mia guida –hanno raccontato di aver dovuto pagare per fare in modo che la loro pratica venisse portata avanti. Il problema – conclude – è che non siamo in grado di provare nulla e c’è paura a denunciare». E il segretario provinciale di Flai-Cgil Latina, Eugenio Siracusa, aggiunge: «Non abbiamo prove per confermare questa notizia ma abbiamo ricevuto anche noi diverse segnalazioni su pagamenti chiesti allo Sportello Unico in relazione alle pratiche. Ci auguriamo che la notizia non sia vera».

Dalla Prefettura, però, smentiscono: rispetto ai fatti in questione, non è stato notificato formalmente nulla. «Il problema dello sfruttamento – aggiunge Luca Battistini, segretario regionale di Flai Cgil – è in tutto il Lazio. Sull’agroindustria – conclude – abbiamo proposto di aprire in Regione un tavolo sulla legalità ma fino ad oggi non se ne è fatto ancora nulla».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio del 27.01.2010

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LE ROSARNO NASCOSTE NELLE VIE DELLE CITTÀ

Non è ancora l’alba quando una trentina di lavoratori stranieri, quasi tutti slavi, intirizziti dal freddo e in attesa, compaiono vicino ad uno “smorzo” – così vengono chiamati i depositi di materiale edile – all’incrocio tra via Vigna Murata e via Ardeatina, ai margini del residenziale quartiere dell’Eur, a Roma. «Se non ti caricano sul pulmino prima delle otto è quasi sicuro che non lavori, perché a quell’ora tutti i cantieri sono già avviati». La fermata dell’Atac, distante meno di dieci metri, mette a riposo le coscienze di quanti, ogni mattina, passano proprio accanto a quel gruppetto, fingendo di non sapere che nessuno di loro aspetta l’autobus. Tutti in nero e nessuno a libro paga, verranno caricati da un caporale su un pulmino e portati in uno dei cantieri edili della città o in un campo agricolo fuori Roma. «Noi – racconta uno di loro – veniamo qui ogni mattina e a volte capita anche di fare piccoli lavori nelle case degli italiani». Montare un’antenna, ridipingere casa. E la paga? «Dipende da cosa decide chi ci viene a prendere».

Storie di sfruttamento, una malattia insidiosa e perversa che non debilita solo il corpo. Ferisce lo spirito, il cuore, la mente. E che nella sua forma più acuta, anche se non molto diffusa, si chiama caporalato. Miete vittime dal nord al sud. Milano ne è affetta da tempo e l’edilizia è il soggetto più malato. «Sono pochi i cantieri dove tutto il personale è in regola – spiega Ferdinando Lioi, segretario sindacato edili di Milano della Uil –. Come si sfrutta la prostituzione, allo stesso modo si sfruttano le braccia». E di sfruttamento si tratta, «la paga, quando arriva, si aggira sui quattro/cinque euro all’ora, ma i caporali, dalle imprese, ne prendono dodici/tredici». Nella provincia di Milano un manager del lavoro nero può gestire circa due-trecento extracomunitari. L’incasso, che lascia poco spazio agli scrupoli, si aggira tra i 12 e i 13mila euro al giorno. Le spese riguardano i mezzi utilizzati per trasportare le braccia sul posto di lavoro e il carburante. «Il caporalato è un’impresa senza rischio d’impresa – aggiunge Lioi –, neanche il disturbo di qualche bega sindacale. I lavoratori migliori, infatti, sono gli irregolari, senza diritti, senza difesa». Il Naga, storica associazione di volontariato milanese, li assiste in campo sanitario e legale.

Josè (il nome è di fantasia) ha 26 anni, viene dal Salvador e ha una frattura alla mano. È in Italia da un anno e mezzo e fa il muratore. «Lavoro otto ore al giorno dal lunedì al venerdì – dice in un buon italiano –, il sabato mezza giornata. Però, sempre più spesso, faccio fatica ad essere pagato. A volte, dopo il lavoro, mi dicono che non possono pagarmi il prezzo concordato a causa della crisi. Altre volte che non possono pagarmi per nulla. E allora non vado più a lavorare». Persone inesistenti e senza voce, almeno nel campo dei diritti. Ma allora perché lasciare famiglia e paese d’origine? «A San Salvador – racconta sottovoce – se hai tra i quindici e i trent’anni sei in pericolo. O entri in una baby gang o muori. Hanno ucciso due miei amici e io, dopo aver ricevuto una minaccia, sono scappato. Ho pensato di avere diritto a una opportunità nella vita».

Difficile trovare traccia della speranza, però, sui volti delle persone in attesa di una visita medica o anche di un sostegno psicologico. «Gli extracomunitari che arrivano in Italia sono giovani e sani – sottolineano le volontarie del Naga –. Si ammalano qui: lo sfruttamento, le condizioni di vita, la lontananza dalla famiglia, logorano corpo e spirito». Non solo irregolari, però, nella morsa degli sfruttatori. Anzi. «L’area prevalente del caporalato è quella del grigio – spiega Marco Di Girolamo segretario generale Fillea Cgil Lombardia –, rappresenta l’80% del totale e coinvolge in ugual misura italiani e immigrati regolari. Cioè persone assunte regolarmente che in busta paga risultano occupate per 70-80 ore al mese, ma che in realtà ne lavorano 200-250». Il giro di denaro è tale che alimenta una vera e propria organizzazione. Anche tra i caporali, infatti, esiste una gerarchia. «C’è una struttura piramidale che gestisce il traffico. Si articola come illeciti “uffici di collocamento”, che hanno spesso i bar come luoghi di reclutamento. I caporali di livello più basso stanno in cantiere per vigilare mentre altri, evidentemente più in alto nella scala gerarchica, gestiscono il traffico umano». Se nel 2000 erano soprattutto bergamaschi e bresciani, oggi, spiega Di Girolamo «sono spesso calabresi, a causa della forte penetrazione della ndrangheta, ma anche, nelle posizioni più basse, egiziani, tunisini, marocchini. Operano attraverso imprese ed entrano nei grandi cantieri grazie ai subappalti. Aziende con patrimoni ridicoli, dove il responsabile legale risulta essere un tossicodipendente».

«Nella capitale – racconta Francesco Carchedi, responsabile della Ricerca di Parsec – gli ambiti in cui opera il caporalato sono soprattutto quello dell’edilizia, con i cantieri, e dell’agricoltura con un bracciantato che da Roma viene portato fuori città. C’è poi tutto il settore delle cucine di alberghi e ristoranti dove i lavoratori irregolari vengono utilizzati con pochissimi controlli». «Di recente – aggiunge Vladimiro Perretta, direttore del dipartimento Prevenzione della Asl Roma G – abbiamo scoperto che alcuni lavoratori vengono reclutati anche nei settori dei trasporti e della logistica, soprattutto ad opera di privati, che in questo modo risparmiano sui costi di un eventuale incarico regolare».

Secondo una mappatura realizzata da Fillea-Cgil Lazio, a Roma esistono una quarantina di “smorzi”. Il più grande si trova sulla strada Palmiro Togliatti. «Qui – dice Daniel Gregoriu, di Fillea Cgil Lazio – la mattina ci sono anche 200 persone che aspettano: rumeni, moldavi, marocchini, albanesi e anche qualche italiano. Guadagnano tra i 30 e i 50 euro a giornata».

Altri “smorzi” – solo per citare i più frequentati – sono a Tor di Quinto, alla Borghesiana, nei pressi della Pista d’oro sulla Tiburtina e dell’ippodromo di Capannelle o alla Cecchignola. «I caporali – spiega il segretario generale di Fillea-Cgil Lazio, Roberto Cellini – gestiscono ormai una vera e propria rete di contatti e, a seconda delle necessità, chiamano le maestranze che servono». Mentre Alessandro Leogrande, autore del libro edito da Mondadori “Uomini e caporali”, sottolinea come esistano «piccolissime imprese di rumeni con partita Iva che in realtà sono caporali mascherati e reclutano gli operai per conto terzi. Il caporalato – continua Leogrande – ha anche comportato la fine del rapporto maestro-allievo che permetteva un tempo di tramandare il mestiere».

Diversi lavoratori stranieri fuggiti da Rosarno, infine, sono venuti a Roma, come spiega Le Quyen Ngo-Din, responsabile dell’area immigrazione della Caritas romana: «si tratta di persone con il permesso di soggiorno valido che hanno confermato le precarie condizioni di lavoro subite a Rosarno. Il fatto che anche lavoratori regolari fossero costretti in un regime di irregolarità, la dice lunga sulla reale situazione di moltissimi stranieri in Italia».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 18.01.09, pagina 11

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MALATI DI AIDS: CON GLI ANTIRETROVIRALI DIMINUISCONO I SUICIDI

Gli antiretrovirali hanno contribuito a ridurre notevolmente la percentuale dei suicidi nei malati di Aids. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista statunitense “American Journal of Psychiatry” e condotto dall`università di Berna, secondo cui negli ultimi vent`anni in Svizzera il tasso di suicidi di persone affette dal virus dell`immunodeficienza umana (HIV) all`origine dell`AIDS si è più che dimezzato.

Gli antiretrovirali – Ad aver migliorato il tenore di vita dei malati, gli antiretrovirali. Secondo lo studio, su un campione di 15mila pazienti sieropositivi, infatti, nell`arco di vent`anni (1988-2008) circa 150 di loro si sono tolti la vita. E il tasso di suicidi si è ridotto proprio dal 1996, anno in cui sono state immesse sul mercato le terapie antiretrovirali altamente aggressiva di tipo HAART (“Higly Active Anti-Retroviral Therapy”), che ha un impatto importante sullo sviluppo dell`Aids, pur non potendola curare.

I dati – Secondo i dati pubblicati nello studio condotto da Olivia Keiser, dell`Istituto di medicina sociale e preventiva bernese, il tasso di suicidi fra gli uomini è risultato inferiore quasi dell`80% rispetto a quanto registrato nel decennio precedente, pur mantenendosi sempre più elevato rispetto a quanto rilevato per le donne che invece hanno fatto registrare un calo di poco superiore al 50 per cento. Prima dell`introduzione degli antiretrovirali, in particolare, gli uomini infetti da HIV si suicidavano ben 14 volte più sovente degli altri svizzeri, ora “solo” 3,5 volte di più. Per le donne il dato è passato dalle 12 alle sei volte di più.

I motivi – Alla base della decisione di togliersi la vita, secondo lo studio, resta l`esclusione sociale e forme diverse di depressione, dovuta soprattutto alla malattia sviluppata. Prima del 1996, invece, a questi motivi si aggiungeva anche l`impossibilità di sfuggire le sofferenze causate dalla malattia. A mancare, però, denuncia la stessa Keiser, è un concreto sostegno psicologico ai malati che troppo spesso si ritrovano ancora oggi soli davanti al progredire della sindrome.

EF

Pubblicato su Salute24 il 18.12.09

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DA SWINE FLU A SWINE FLOP: «LA PANDEMIA PIÙ LEGGERA DELLA STORIA, FORSE»

Era stata presentata come l`undicesima piaga d`Egitto ma più passa il tempo più ci si rende conto che la Nuova influenza non è altro che “una normale influenza”, come recita anche lo spot del Ministero del Welfare. A confermare questa tesi è anche uno studio pubblicato sulla rivista americana PloS Medicine in cui si sostiene che “se l`andamento dell`infezione continuerà come è stato finora, si potrà dire che si è trattato di un`epidemia di media intensità”. Mentre per l`epidemiologo Marc Lipsitch, dell`università di Harvard, tra i curatori dello studio su PloS Medicine, “siamo con tutta probabilità di fronte alla più leggera pandemia della storia”.Le previsioni smentite – Si è trattato dunque di un allarme ingiustificato? Certamente no, dal momento che questa forma aggressiva di influenza ha causato il maggior numero di vittime tra le cosidette “categorie a rischio”, quelle persone che presentavano patologie pregresse, aggravate in modo fatale dal virus A/H1N1. È innegabile però che la campagna informativa portata avanti da diverse organizzazioni mondiali e nazionali negli scorsi mesi aveva fatto previsioni smentite dagli effettivi casi di Nuova influenza registrati. La scorsa estate, ci si aspettava tra le trentamila e le novantamila vittime mentre, secondo i calcoli dello stesso Lipsitch, ad oggi le persone che hanno perso la vita a causa della Nuova influenza superano appena le diecimila unità e solo nello scenario più grave si potrebbe arrivare a sessantamila. Tra questi, purtroppo, numerosi bambini. “Resta di per sé una tragedia”, commentano gli esperti Centro europeo per il monitoraggio delle malattie (Ecdc), che riconoscono però la bassa mortalità registrata a livello mondiale.

In Italia – Anche nel nostro Paese, dopo il picco toccato nel mese scorso, il numero dei casi di Nuova influenza è diminuito. Secondo i dati del ministero del Welfare, aggiornati al 9 dicembre scorso, le morti per virus A/H1N1 in Italia sono state fin ora 137, con un tasso inferiore rispetto alla mortalità causata dall`influenza stagionale. In costante riduzione in tutto anche gli accessi agli ospedali e i ricoveri. Secondo i dati riportati dalla rete Influnet, rileva il ministero, la mortalità è pari allo 0,0033% sul totale dei casi segnalati al sistema di sorveglianza, contro lo 0,2% riscontrato nella normale influenza stagionale. La regione più colpita è la Campania, con 30 decessi, seguita dal Lazio con 14 vittime.

Il vaccino – La vaccinazione resta però fondamentale sia per preservare le categorie a rischio dal contagio sia per evitare ulteriori mutazioni ed ondate pandemiche. Le dosi somministrate finora sono state oltre 611mila e sono cominciati i primi richiami (oltre 1.600), sugli oltre 5 milioni di dosi di vaccino distribuite in tutto il Paese.

EF

Pubblicato su Salute24 l’11.12.2009

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AL VIA IL PROCESSO ETERNIT: OGNI ANNO L’AMIANTO FA 4.000 MORTI

Fibrosi polmonare, lesioni pleuriche e peritoneali, carcinoma bronchiale, mesotelioma pleurico. Sono questi i nomi scientifici della cosiddetta “morte bianca”, causata dalle fibre d’amianto che, una volta nei polmoni, uccidono anche a distanza di trenta o quarant’anni chi le ha respirate. Trecento volte più sottili di un capello, le fibre si sprigionano per il deterioramento delle lastre del minerale, utilizzate dai primi del 1900 per foderare le navi, costruire tetti di palazzi, uffici, scuole e per rivestire tubazioni. E proprio oggi si svolgerà l’udienza contro i vertici della Eternit, fabbrica che per ottant’anni ha prodotto manufatti in amianto e ha fatto registrare un numero elevatissimo di decessi tra gli operai.Le vittime in Italia e nel mondo – Nel libro-inchiesta “Amianto”, pubblicato nell’ottobre scorso dalla casa editrice di Legambiente (collana Verdenero), la giornalista Stefania Divertito riporta i dati delle morti per le conseguenze dell’amianto nel nostro Paese: 4.000 vittime ogni anno – quasi una ogni cinque minuti – per mesoteliomi e asbestosi e 1.200 casi di cancro ogni anno. Dal dopoguerra fino alla messa al bando nel 1992, in Italia sono state usate più di 20 milioni di tonnellate di amianto mentre ne sono state prodotte almeno 3,75 milioni. Nel mondo, invece, per patologie legate alla lavorazione dell’amianto muoiono ogni anno almeno 100mila persone, una stima che gli scienziati considerano per difetto dal momento che non in tutti i Paesi la sua estrazione è stata messa al bando.

La strage silenziosa – Una vera e propria strage silenziosa, quella causata dalle malattie legate all’amianto, i cui sintomi iniziali – un “semplice” dolore alla spalla – sono spesso sottovalutati e vengono curati solo quando il cancro è allo stadio avanzato.

Il processo Eternit – Oggi, infine, l’udienza per il processo Eternit, la fabbrica che a Casale Monferrato ha prodotto lastre di amianto dal 1906 fino al 1986 senza rispettare – secondo quanto sostiene l’accusa – gli standard minimi di sicurezza per preservare gli operai dalle polveri. Impressionanti i numeri relativi al procedimento: 2.886 le parti offese, di cui solo 665 ancora vive. Nella sola Casale Monferrato, l’amianto ha ucciso negli anni oltre 1.600 persone, 384 a Bagnoli, 118 Cavagnolo (in provincia di Torino) e due a Rubiera. Tra le vittime non solo operai ma anche semplici cittadini che hanno respirato le polveri prodotte dalla fabbrica.

EF

Pubblicato su Salute24 il 10.12.2009

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«ALTRO CHE INFLUENZA, LA VERA PANDEMIA SI CHIAMA AIDS»

“La vera epidemia non è l’influenza A ma il contagio da Hiv”. Così Maurizio Costanzo aprendo l`incontro per la Giornata Mondiale dell’Aids 2009 promosso da Nps Onlus, il Network persone sieropositive. “È necessario – ha proseguito Costanzo – non abbassare la guardia dell’informazione che adesso parla in maniera imbarazzante dell’influenza e non più dell’Aids”. Secondo i dati dell’Onu, contenuti nel rapporto UnAids09 l’Aids resta un`emergenza globale. Le persone affette da Hiv nel mondo sono passate in sette anni (2001-2008) da 29 a 33,4 milioni (di cui 2,1 sono bambini al di sotto dei 15 anni), di queste attualmente 850 mila in Europa e 170 mila circa in Italia.

Le nuove infezioni – Oltre 2,7 milioni, invece, le nuove infezioni nel mondo (430 mila bambini) registrate nel 2008, in calo rispetto al 2001 quando un primo “censimento” ne fece rilevare 3,2 milioni. In Italia, lo scorso anno, si sono registrate quattromila nuove infezioni, al ritmo di 11 nuovi contagi al giorno.

Sommersi o salvati? – La vecchia “storia” per cui si ammalano di Aids solo i tossicodipendenti e gli omosessuali è ormai un inutile quanto pericoloso pregiudizio. La maggior parte dei malati, infatti, ha tra i 30 e i 34 anni ed è eterosessuale. Eppure, proprio i pregiudizi sono alla base di diagnosi spesso tardive e quindi poco efficaci. “Tutti i casi che non vengono individuati subito – chiarisce Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di epidemiologia dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) – divengono potenziale bacino di contagio”. A questo si aggiunge una copertura mediatica carente, appiattita sulle informazioni acquisite in questi anni che hanno “normalizzato” la percezione della malattia. “È necessario inoltre – ha sottolineato Alessandro Battistella, direttore scientifico di Nps Italia Onlus, uno degli Enti organizzatori – che in Italia si inizi a parlare concretamente e in modo capillare del preservativo. Nei Paesi nordici se ne insegna l’uso fin dalle scuole medie, in Italia sarebbe impossibile ma comunque dobbiamo diffondere questa buona abitudine”.

Le vittime – Quella dei morti è una vera e propria strage, rimasta sostanzialmente invariata dal 2001 nove anni fa nel mondo, in un solo anno morirono 1,9 milioni di persone, mentre nel 2008 a causa dell’Aids hanno perso la vita due milioni di persone. Nel nostro Paese la strage compiuta dalla malattia fa impallidire le statistiche della Nuova influenza: l’anno scorso ci sono state 200 vittime.

I dati regionali in Italia – Nel 2007, l’incidenza dei casi di Aids è stata maggiore in Lombardia e Ligura (3,4 ogni 100mila abitanti), seguite da Emilia Romagna e Toscana (2,9), insieme a Lazio e Marche (1,9). L’incidenza, invece, è stata minore nelle regioni meridionali e in particolare in Calabria (0,3), anche se la Basilicata ha segnato un 2,2 per cento. Tassi minori anche per quanto riguarda il contagio di Hiv: quello più basso è stato registrato in Puglia, con 2,6 casi ogni 100mila abitanti, mentre è stato più alto in Emilia Romagna (9,5) e nel Lazio (8,7).

Gli stranieri – In aumento anche la percentuale di cittadini stranieri con diagnosi di Hiv, passata dall’11% del 1992 al 32% del 2008. Anche in questo caso, è necessario sottolineare come la maggior parte dei casi sia “sommerso” e, ha spiegato la senatrice del Partito democratico, Fiorenza Bassoli, “le leggi relative al reato di clandestinità non aiutano a dare fiducia a quanti potrebbero aver contratto la malattia ma non si sottopongono al test per paura di essere individuati ed espulsi”.

EF

Pubblicato su Salute24 il 2.12.2009

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NUOVA INFLUENZA: «MUTAZIONE LIMITATA, IL VIRUS È SOTTO CONTROLLO»

Non ci sarà  una nuova ondata pandemica perché la mutazione del virus dell’influenza A, l’AH1N1,  è stata sporadica e, soprattutto, è compatibile solo con le basse vie aeree, il che ne scongiura un’alta diffusione. È quanto sostiene Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto superiore di Sanità (Iss).

La mutazione del virus
– «La mutazione  è stata per ora riscontrata in un numero molto limitato di casi – ha spiegato – ed è affine ai recettori delle basse vie aeree. Interessa quindi i polmoni e non i recettori del naso, particolare che dovrebbe scongiurare un’alta diffusione del virus».

Vaccino e antivirali – Invariata anche l’azione di prevenzione dei farmaci messi in campo. Secondo Rezza, infatti, «è intatta l’efficacia del vaccino e degli antivirali disponibili e resta fondamentale vaccinarsi» per scongiurare ulteriori mutazioni del virus con l’approssimarsi dell’inverno.

La diffusione – Secondo l’epidemiologo, inoltre, «nel nostro Paese è stato presumibilmente raggiunto il picco della malattia ma questo non significa che la pandemia sia terminata».

I dati confermano come sia necessario tenere ancora la guardia alta: «Durante la scorsa settimana – spiega Rezza – sono stati registrati centomila nuovi casi al giorno, adesso bisogna capire come andrà l’inverno». Il picco pandemico è confermato anche dalla diffusione regionale del virus. «E’ stata raggiunta una certa eterogeneità e regioni che prima avevano fatto registrare un numero più alto di casi, adesso vedono diminuire i malati mentre altre inizialmente meno colpite dal virus, stanno vedendo aumentare i casi». Sul rischio di un «riarrangiamento» dell’A/H1N1 con il virus dell’influenza stagionale, infine, Rezza conclude: «E’ presto per dirlo, certo la compresenza nell’ambiente di due virus aumenta le probabilità che questi si leghino ma guardando alla situazione attuale, non lo ritengo probabile».

EF

Pubblicato su Salute24 il 23.11.2009

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NUOVA INFLUENZA: IN CAMPANIA IL TRIPLO DEI CASI

In Campania ci sono stati oltre 70mila casi di nuovi contagi durante la scorsa settimana, a fronte dei circa 240mila in Italia, e questo spiega la più alta mortalità registrata in questi giorni rispetto al resto del Paese». A fare il quadro della situazione legata alla diffusione della Nuova influenza è Gianni Rezza, epidemiologo dell`Istituto Superiore di Sanità che spiega come «in Campania sia stato registrato un tasso di nuovi contagi pari a 12 nuovi malati ogni mille abitanti, rispetto alla media nazionale che è del quattro per mille». «Per ora – prosegue Rezza – si sta cercando di capire se il maggior numero di contagi possa dipendere anche da una diversa fase più avanzata di maturazione dell`infezione. Una situazione di alta diffusione della Nuova influenza, comunque, la si è vista in altre città densamente popolate come New York».

Rischi mortalità – Il virus A/H1N1, sebbene si diffonda molto velocemente, si conferma comunque come poco letale rispetto al numero dei malati e la media dei decessi in Italia è dello 0,1 per mille. «I casi di polmonite virale primaria – prosegue Rezza – in persone senza fattori di rischio apparenti, sono stati molto limitati e la stragrande maggioranza dei casi guariscono senza la necessità del ricovero in ospedale. In Campania – aggiunge – quasi tutti i casi di morte si sono verificati in persone che avevano patologie pregresse, aggravate dall`azione del virus della Nuova influenza».

Effetti collaterali vaccino – Un discorso a parte, invece, è quello relativo al vaccino. «Tutti i farmaci – spiega Rezza – possono avere effetti collaterali ma in questo caso non si tratta di un vaccino `sperimentale`. Il farmaco è stato testato prima della messa in commercio ed è necessario, non appena sarà disponibile, vaccinare subito le categorie a rischio e gli operatori sanitari». E come raccomandazione finale Rezza torna a sottolineare come «non ci si debba recare in ospedale alla prima febbre ma contattare il proprio medico di famiglia che deciderà sul ricovero in ospedale. Diversamente – conclude Rezza – si rischia sia di stressare eccessivamente il Sistema sanitario nazionale sia di diffondere ulteriormente il virus».

EF

Pubblicato su Salute24 – Il Sole 24 Ore il 04.11.09

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NUOVA INFLUENZA: «PIU’ CONTAGI DI QUELLI REGISTRATI»

«Sappiamo che i casi di Nuova influenza sono molti di più rispetto a quelli registrati e inseriti nelle statistiche degli enti internazionali di monitoraggio come l`Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) o il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc)». A dirlo è Giovanni Rezza, capo del Dipartimento malattie infettive dell`Istituto Superiore di Sanità (Iss) che spiega come «il maggior numero di casi registrati, ad esempio, in Germania è dovuto al fatto che i laboratori ne hanno censiti di più».

Controlli a campione – La questione, quindi, è puramente tecnica. «Le indagini sul numero di contagi – sottolinea Rezza – vengono fatte a campione per non stressare le strutture sanitarie e tutto dipende da quanti test vengono ordinati ai laboratori. Ad oggi sappiamo infatti che sta circolando solo questo tipo di influenza e quindi trattiamo tutti i casi in un unico modo. Anche in Australia – conclude Rezza – dove adesso è inverno, è stato individuato solo il virus H1N1». E la prassi spiegata da Rezza è confermata anche dalle tabelle dell`Ecdc, aggiornate a sabato scorso, secondo cui solo 11 Paesi europei – tra cui l`Italia – raccomandano analisi di laboratorio per ogni caso sospetto di Nuova influenza.

La questione delle statistiche – Un ago, quello delle statistiche, capace di muovere attraverso i media ampie fette di opinione pubblica, di condizionare l`operato dei governi e su cui, accanto al numero dei nuovi contagi e delle vittime, non compare mai il dato relativo a quante persone sono guarite e in quanto tempo, mentre vittime e nuovi casi sono monitorati e comunicati alla stampa ogni 24 ore: «Tutti quelli che non sono morti -conclude Rezza – nella stragrande maggioranza dei casi sono guariti». Un dato che ridimensiona fortemente la virulenza di questa pandemia. Secondo i dati diffusi dall`Ecdc e aggiornati alle 17 di sabato 5 settembre, infatti, sui 48.269 casi registrati in Europa, i morti sono stati 120, molti – ed è il caso dell`uomo di 51 anni deceduto al Cotugno di Napoli – dovuti ad un aggravamento complessivo di un quadro clinico già compromesso, causato proprio dalla Nuova influenza. Seguendo il ragionamento di Rezza, dunque, dall`aprile scorso almeno 48mila persone, contagiate dalla Nuova influenza, sarebbero già guarite.

EF

Pubblicato su Salute24 Dossier Nuova influenza del Sole24Ore on line

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NUOVA INFLUENZA: CORSI AI DOCENTI PER RICONOSCERE IL VIRUS

«L’assenza nelle scuole italiane del medico scolastico potrebbe essere un problema per la corretta individuazione dei casi sospetti di Nuova influenza». A dirlo è Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), secondo cui «in mancanza di un dottore che possa valutare i bambini sintomatici, è necessario avviare corsi di formazione e informazione per docenti e alunni».

«La questione – assicura Mele – sarà sottoposta quanto prima al ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, a cui abbiamo chiesto un incontro per discutere le metodologie su come affrontare il problema della Nuova influenza nelle scuole». E se nei giorni scorsi l’ipotesi di un rinvio dell’inizio delle lezioni aveva fatto discutere, Mele precisa che «una pandemia come quella del virus H1N1, che in sei settimane ha viaggiato molto più velocemente delle precedenti, costringe a diversificare anche i metodi di sorveglianza. La chiusura delle scuole o il rinvio delle lezioni – spiega – rientrano nella rosa delle ipotesi che si possono prendere in considerazione per evitare il contagio. Di certo – conclude – bisogna essere flessibili nel fare prevenzione, valutando i singoli casi proprio come ha consigliato l’Unione europea alcune settimane fa». Non una chiusura indiscriminata degli istituti, quindi, ma un’azione mirata di lotta al virus.

Tra i comportamenti più importanti per evitare il contagio all’interno di una scuola, comunque, c’è il corretto lavaggio delle mani che, per prevenire la pandemia, si rivela un’operazione tutt’altro che banale e particolarmente articolata, della durata complessiva di un minuto. «Come medici pediatri – sottolinea Mele – siamo disposti a tenere corsi in cui spieghiamo agli alunni e ai docenti come lavarsi le mani, per quanto tempo e con quali movimenti». Sarebbe inoltre consigliabile, secondo Mele, «evitare che i bambini si abbraccino, che si riuniscano in gran numero in uno stesso luogo, che non usino la mano per coprirsi la bocca quando starnutiscono ma un fazzoletto o il braccio». Mentre sull’ipotesi di istituire forme di isolamento per gli alunni sintomatici, Mele non si pronuncia: «sono decisioni che spettano al ministro Gelmini».

EF

Pubblicato su Salute24 il 02.09.2009

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NUOVA INFLUENZA, ARRIVA IL GIOCO CHE ELIMINA IL VIRUS

Un gioco in internet sulla Nuova influenza per divertire e informare che ha già fatto registrare oltre 40mila utenti in un giorno. E` quanto e` stato creato da un team di scienziati olandesi del dipartimento di virologia dell`universita` di Erasmus, a Rotterdam, che hanno messo on line “The great flu“, la grande influenza. Con un clic sull`indirizzo http://www.thegreatflu.com si diventa leader del World Pandemic Control, una sorta di Organizzazione mondiale della Sanita` virtuale, chiamata a trovare la metodologia migliore per arginare l`espandersi della pandemia contenendo i costi di gestione.

Il primo passo del gioco prevede la scelta di uno dei cinque virus a disposizione, ognuno con una sua pericolosita` che determina poi la difficolta` del gioco. Seguono i dati sulle persone infettate, sulle vittime e sulla diffusione della malattia nel momento in cui e` stata individuata. Ogni mossa decisa dal leader del World Pandemic Control, pero`, avra` un costo. Il budget iniziale per il finanziamento di misure per contenere la pandemia e` di due miliardi di euro. Con questi soldi si dovra` operare in tutto il mondo, diviso in venti macroregioni, ognuna con una precisa situazione pandemica che viene di volta in volta aggiornata dal gioco.

Ad ogni azione del giocatore, inoltre, corrisponde una diversa campagna di stampa internazionale, con aggiornamenti giornalistici che compaiono sulla destra dello schermo e permettono di avere una visione d`insieme della situazione. A questi si aggiungono alcuni video che si aprono cliccando sui report medici inviati dal gioco e in cui i virologi di Rotterdam spiegano i particolari del contagio e i progressi della ricerca scientifica.

Per bloccare la pandemia si possono, ad esempio, creare team di scienziati, chiudere scuole, aereoporti e negozi oppure incentivare la produzione industriale e ordinare dosi di vaccino. Il tutto con un occhio al budget a disposizione, pena la catastrofe mondiale e diverse decine di milioni di morti.

EF

Pubblicato su Salute24 il 20.08.2009

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NUOVA INFLUENZA: VACCINO IN PREPARAZIONE MA L’OMS RESTA CAUTO

Della Nuova influenza si sa ancora poco e ancor meno del vaccino. Nonostante industrie e governi vadano ripetendo che sarà pronto per settembre, infatti, il portavoce dell`Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Gregory Hartl, ha chiarito che non è ancora possibile pronunciarsi “sulla capacità di produzione dei vaccini e non ci saranno buone indicazioni in merito prima di settembre. I test clinici – ha concluso – sono in corso”.

I tempi della sperimentazione – La sperimentazione, dunque, non dà ancora certezze e solo quando ci sarà un vaccino si potrà concretamente testare la capacità produttiva delle industrie farmaceutiche. Per ora le stime dell`Oms parlano di 94 milioni di dosi a settimana ma “molti fattori sono in gioco”, ha ricordato Hartl. In particolare, ha chiarito il portavoce, “non sappiamo se sarà necessaria una sola o due dosi”, un dato che potrebbe dimezzare la quantità di farmaco a disposizione e le persone immunizzate.

Composizione del vaccino – Mancano inoltre i dati definitivi “sulle quantità di agente attivo necessario e la percentuale di adiuvante”, cioè quelle sostanze che amplificano la risposta immunitaria e sono presenti nei vaccini. Non potendo contenere l`agente patogeno come tale, infatti, i vaccini vengono formati attraverso un antigene, cioè una molecola simile al virus che si combatte ma che da sola non stimola una risposta immunitaria efficiente, e un adiuvante, di solito l`idrossido di alluminio.

Un monito ai governi – Quello dell`Oms suona dunque come un monito a quanti, tra governi e istituzioni sovranazionali, continuano a dare il farmaco contro il virus H1N1 pronto per settembre. Se lo augurano tutti ma non c`è alcuna certezza.

EF

Pubblicato su Salute24 il 19.08.2009

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NUOVA INFLUENZA: «IMPOSSIBILE EVITARE LA DIFFUSIONE DEL VIRUS»

L`Europa adesso può tentare di mitigare la diffusione della nuova influenza ma non certo contenerla, bisogna lavorare ad un vaccino. La previsione proviene da Paola Testori Coggi, direttore generale aggiunto per la Sanità alla Commissione europea: “In un primo momento il numero dei malati era gestibile”, ha spiegato, e sono state messe in campo, da parte di tutti gli Stati membri, delle strategie di “contenimento e di isolamento” del virus, giunti ad una fase avanzata del contagio, invece, “per l`elevato numero dei malati” adesso l`azione dei diversi sistemi sanitari è di “mitigazione: si limita la diffusione dell`influenza ma non si può evitarla”.

E la velocità del contagio è evidente se si vanno ad analizzare i numeri. Guardando all’Italia, ad esempio, all`inizio del giugno scorso i contagiati erano 37, oggi invece, secondo le stime ricevute dall`Unione europea, i casi sarebbero almeno 258. Secondo l`Organizzazione mondiale per la Sanità (Oms), la diffusione della pandemia è tale da rendere inutile il conteggio del singolo caso. “Nel 2009 – si legge in un comunicato dell`Oms – la pandemia si è diffusa a livello internazionale con una velocità senza precedenti. In passato, le pandemie di virus influenzali avevano bisogno di almeno sei mesi per diffondersi così ampiamente, mentre al virus H1N1 sono bastate sei settimane”. Niente tabelle quindi, verranno inviati aggiornamenti solo sui Paesi più colpiti. A far contare il maggior numero di casi è il Regno Unito: sul totale europeo (compresa Norvegia e Svizzera) di 15.776 casi, ne sono stati registrati almeno 10.649 e ci sono state almeno 29 vittime. Seguono la Spagna, con 1.222 contagiati e quattro vittime e la Germania, con 834 casi.

Ad oggi, quindi, l`unico vero rimedio per far fronte al diffondersi della nuova influenza è il vaccino: “Ci stanno lavorando quattro società, basandosi su ceppi influenzali identificati nel maggio scorso e autorizzati a livello mondiale” , ha spiegato la Testori Coggi. “Pensiamo – ha continuato – che entro settembre si possa arrivare al vaccino e stiamo discutendo con gli Stati membri le strategie migliori per mettere in campo un`azione comune di vaccinazione”. L`Europa, ha aggiunto il direttore, “sta preparando anche un contratto unico per la fornitura del vaccino contro la nuova influenza, per quei Paesi più piccoli che non ce la fanno a sottoscrivere accordi con le grandi industrie farmaceutiche”.

Ma la vera incognita è rappresentata dalle caratteristiche dell`ondata influenzale che potrebbe presentarsi in autunno: “Se, nella migliore delle ipotesi, il contagio rimane a questi livelli – ha concluso la Testori Coggi – è evidente che 15mila malati su scala europea sono relativamente pochi”.
EF

Pubblicato su Salute24 il 18.07.09

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“UN FARMACO AL GIORNO”: SALE A 25 MLD ANNUI LA SPESA DEGLI ITALIANI

Italia paese ad alto tasso farmaceutico. A dirlo è il rapporto Osmed 2008, realizzato dall`Istituto superiore di Sanità in collaborazione con l`Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Rapporto Osmed 2008 – Secondo i dati diffusi dallo studio, ogni italiano assume in media una dose e mezza di farmaco al giorno, con un consumo cresciuto del 60% rispetto a nove anni fa. Un mercato a cui contribuiscono in modo sostanziale anche i medici. Se si pensa infatti che nel 2000 erano state prescritte 580 dosi di farmaco ogni 1000 abitanti, oggi il loro numero è salito a 924. E se da un lato è vero che il progressivo invecchiamento delle persone porta al persistere di malattie croniche, dall`altro bisogna sottolineare che l`assunzione abituale di farmaci sta divenendo un atteggiamento di particolare evidenza socio-culturale.

1,8 miliardi di confezioni – Attraverso le farmacie pubbliche e private, nel 2008 sono state acquistate complessivamente 1,8 miliardi di confezioni di medicine (circa 30 per ogni abitante) e tutte le categorie terapeutiche, ad eccezione dei farmaci dedicati al sistema nervoso, hanno fatto registrare un incremento delle dosi prescritte. Nel complesso, il consumo di medicinali su base territoriale è aumentato del 4,9 per cento rispetto al 2008.

I più venduti – Al primo posto tra i farmaci più acquistati ci sono quelli cardiovascolari (+5,2% rispetto al 2007), con oltre cinque miliardi di euro di spesa, coperta per il 93% dal Sistema sanitario nazionale. Seguono i farmaci gastrointestinali (2miliardi e 903 milioni di spesa, coperti per il 62% dal SSN), quelli per il sistema nervoso centrale (2 miliardi e 577milioni, pagati per il 51% dal SSN) e i medicinali per il sistema respiratorio.

Nel complesso, infine, la spesa farmaceutica italiana nel 2008 è stata di 24,4 miliardi di euro, di cui il 75% rimborsata dal Servizio sanitario nazionale.

EF

Pubblicato su Salute24 il 10.07.09

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FAMINDUSTRIA: TENSOSTRUTTURA ALL’AQUILA PER CORSI E INCONTRI

Una tenso-struttura da 500 metri quadrati, capace di ospitare fino a 350 tra studenti e professori e di resistere alle rigità del clima aquilano. E` questo il `dono` che Farmindustria ha fatto all`università degli studi dell`Aquila per venire incontro alle esigenze della popolazione terremotata. Fino a pochi mesi fa, infatti, gli studenti si ritrovavano in tende di fortuna, allestite dalla Protezione Civile subito fuori dai locali danneggiati dal sisma: quattro cattedre ai margini dell` “aula” e un gruppo di sedie, lo stretto necessario per svolgere almeno la routine della sessione estiva.

La tensostruttura, allestita per accogliere i lavori dell`assemblea nazionale di Farmindustria, ha impianti di riscaldamento e condizionamento ed è in grado di resistere a possibili carichi di neve.

Ma dal presidente di Farmindustria, Sergio Dompé, è venuto anche un appello al Governo affinché non vengano tagliati i fondi alla ricerca. La situazione nel comparto farmaceutico, secondo Dompè, è seria: “Si registra il rallentamento degli investimenti in produzione e ricerca, passati dal +6% nel periodo 2003/2007 al +2% nel 2008. L`occupazione negli ultimi due anni in Italia ha subito un calo del 7% contro una riduzione dell`1% nella media europea”. E proprio le imprese biotech attive nel settore della salute, secondo Dompè, “sono tra le più colpite dalla stretta creditizia determinata dalla crisi internazionale. Aziende con investimenti elevati su farmaci innovativi – ha concluso – che non hanno però completato il loro iter di sviluppo e non producono ancora fatturato”.

EF

Pubblicato su Salute24 del 10.07.2009

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ALCOOL: ALLARME IN EUROPA, CRESCE IL BINGE-DRINKING

“L`alcolismo si sta diffondendo soprattutto nel Sud e nell`Est dell`Europa, dove il `bench-drinking` tra i giovani è sempre di più una drammatica realtà”. È questa una delle anticipazioni del rapporto sull`acolismo che la presidenza svedese dell`Unione europea e il ministro alla Salute, Maria Larsson, presenterà il prossimo settembre a Stoccolma, insieme a una campagna  di sensibilizzazione la cui efficacia sarà valutata direttamente da un gruppo di giovani europei.

Binge drinking – Per binge drinking si intende la volontà di bere fino a stordirsi. “È necessario rendere i nostri ragazzi coscienti dei pericoli dell`acolismo fin da piccoli – ha sottolineato la cipriota Androula Vassiliou, Commissario europeo alla Salute – altrimenti cambiarne le abitudini nell`età adulta diventa difficile. Per diffondere la nostra campagna – ha concluso – useremo tutti i canali possibili, inclusi Facebook e Youtube”.

Forum europeo sull`alcolismo – Per combattere l`alcolismo, inoltre, tre anni fa è stato creato un apposito Forum europeo che continua a monitorare il fenomeno. Vi partecipano organizzazioni giovanili, industriali del settore, diversi esperti di marketing ed alcuni pubblicitari.

Alcolismo e inattività fisica – “L`Europa, ha concluso la Androula, deve lavorare su più fronti. In particolare a favore della lotta all`alcolismo, al tabagismo, alla dipendenza dalle droghe e all`inattività fisica”, tutte malattie dei nuovi giovani europei.
In Italia – Sul fronte italiano, intanto, la Cassazione ha obbligato i baristi a richiedere i documenti ai ragazzi che vogliono acquistare alcolici. Diversamente si rischia un procedimento penale. Non ci si può quindi più fidare della sola parola di chi si affaccia al bancone, a confermarlo è la sentenza ai danni di un barista di Rovereto che aveva servito una birra a un sedicenne.

EF

Pubblicato su Salute24 del 01.07.09
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NEL 2015 TRE MILIONI DI CONTI CORRENTI DI CITTADINI STRANIERI
Migranti imprenditori e correntisti. Aumenta il numero dei cittadini extracomunitari che usufruiscono di servizi finanziari: in Italia nel 2007 gli immigrati clienti di una banca erano un milione e 410mila, nel 2015 ci saranno più di tre milioni di conti correnti aperti da extracomunitari. È quanto emerge dal rapporto della Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti (Cospe), nell’ambito del progetto «Investing in people » che ha preso in considerazione sei regioni italiane (Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Lazio e Puglia), coinvolgendo 22 istituti di credito.
Che l’integrazione passi anche per i canali finanziari, lo dicono i numeri riferiti a quella che si potrebbe definire la stanzialità economica dei migranti: Veneto e Lombardia, ad esempio, sono in testa per numero di stranieri che acquistano casa (e relativi mutui). Il Lazio si pone al primo posto per il volume medio di rimesse inviate, con picchi per la capitale da dove ” parte” il 27% del totale nazionale. Il 61% degli intervistati è titolare di un conte corrente, e si sale al 66% se si considerano solo i titolari di un permesso di soggiorno ( il 39% con Poste italiane). Sul fronte dell’imprenditorialità, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna sono sul podio per numero di imprese con titolari di origine non comunitaria, rispettivamente con 44.581, 25.373, e 24.730 aziende al dicembre 2008. Ed è proprio sul credito d’impresa che il rapporto fa registrare diverse difficoltà. Se i mutui per l’acquisto di una casa vengono concessi in modo relativamente facile (la garanzia è l’immobile stesso),il discorso cambia per i prestiti funzionali all’avvio di un’attività: su 56 imprenditori stranieri intervistati, 23 non hanno richiesto un prestito e hanno cercato vie alternative per far partire l’impresa.
«I migranti sottoscrivono prestiti personali che poi utilizzano per sostenere l’impresa – sottolinea Udo Enwereuzor del Cospe – senza però poterli portare a garanzia per successive richieste di finanziamento e ottenendo spesso cifre inferiori al necessario. La difficoltà di accesso al credito spinge i cittadini non comunitari a cercare forme di credito alternative e spesso pericolose».
EF
Pubblicato sul Sole 24 Ore del 06.07.09
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FARMACI BIOTECNOLOGICI: CURE A MISURE DI PAZIENTE MA COSTI ANCORA ELEVATI

Sono conosciuti come farmaci‭ “‬biologici”‭ ‬ma la dicitura esatta dovrebbe essere‭ “‬biotecnologici”. ‭R‬appresentano la frontiera più avanzata nello sviluppo di terapie personalizzate contro patologie croniche gravi come l’artrite reumatoide e‭ ‬l’insufficienza renale o nella lotta ai tumori, ma non tutti sanno cosa sono e come funzionano.

Come funzionano‭ ‬-‭ ‬Sul mercato da una decina d’anni,‭ ‬i farmaci biotecnologici vengono studiati a tavolino dai ricercatori e tarati in base alle esigenze del paziente.‭ ‬Non più un‭ ‬composto generico ma un‭ ‬farmaco‭ “‬a target”,‭ ‬che mira a colpire una determinata molecola ed opera solo in una precisa zona dell`organismo.‭ ‬È evidente che i vantaggi rispetto alle cure tradizionali sono notevoli,‭ ‬come spiega il professor Carlomaurizio Montecucco,‭ ‬presidente della Società Italiana di Reumatologia(‬SIR‭) ‬e docente di Reumatologia presso l‭’‬Università di Pavia:‭ “‬Quella dei farmaci biotecnologici è una rivoluzione copernicana nella storia della farmacologia.‭ ‬Si tratta di anticorpi o proteine umane,‭ ‬dette recettori,‭ ‬che bloccano un’unica molecola e non coinvolgono l’intero organismo,‭ ‬come invece accadeva fino a una decina di anni fa con i farmaci tradizionali.‭ ‬Il farmaco‭ ‬risulta quindi meno aggressivo,‭ ‬meno tossico di quelli sintetici, e più facile da sopportare per il paziente”.‭ ‬Proprio l’Università di Pavia,‭ ‬in collaborazione con un’azienda biotecnologica,‭ ‬sta lavorando a un‭ ‬nuovo composto che agisce non solo sulla molecola ma anche sull’articolazione da trattare.

Il costo‭ ‬-‭ Non si tratta di farmaci economici. Dal laboratorio all`uso terapeutico sull`uomo, si passa attraverso linee di ricerca, tecnologie e trial di verifica che incidono sul costo finale. La spesa media per ogni singolo paziente varia dai‭ ‬10mila agli oltre‭ ‬20mila euro.‭ “‬È‭ ‬accaduto‭ ‬che in alcune Regioni i pazienti si siano sentiti dire che la terapia doveva essere interrotta per mancanza di fondi‭ ‬– continua Montecucco‭ –.‬ I budget per questo tipo di cure dovrebbero essere decisi non a posteriori ma eseguendo puntali controlli durante l’anno per assicurarsi di non sprecare denaro”.

La‭ ‬spesa sanitaria in Italia‭ ‬e la ricerca‭ ‬-‭ ‬Secondo le stime fornite da Roche Italia,‭ ‬su dati del Ministero della Salute e dell’Osfar Bocconi,‭ ‬sui‭ ‬105‭ ‬miliardi di euro‭ ‬impegnati dal Governo‭ ‬nel‭ ‬2008‭ ‬per la spesa sanitaria,‭ ‬solo lo‭ ‬0,6%‭ ‬ha riguardato farmaci-target oncologici,‭ ‬pari a‭ ‬600‭ ‬milioni di euro.‭ “‬La ricerca di nuovi farmaci‭ ‬contro i tumori è fondamentale‭ ‬– spiega Cristina De Min,‭ ‬direttore del comparto Medico di Roche Italia‭ ‬– e costituisce‭ ‬il‭ ‬25%‭ ‬di tutti i‭ ‬nostri‭ ‬progetti di ricerca e il‭ ‬50%‭ ‬di quelli di sviluppo clinico in corso”.‭ ‬Mentre‭ ‬Giovanni Sperti,‭ ‬direttore Medico di Amgen Dompè sottolinea come‭ “‬nel futuro i farmaci biotecnologici dovranno essere creati anche per malattie meno rare,‭ ‬in modo da aumentarne la diffusione e abbattere i costi.‭ ‬A questo‭ – ‬conclude‭ – ‬è necessario affiancare‭ ‬da subito‭ ‬uno screening più efficace dei pazienti,‭ ‬in modo da‭ ‬non trattarli con farmaci che non hanno effetto”.

Le associazioni‭ ‬-‭ I biofarmaci, spiegano gli esperti, sono indispensabili quando il paziente non trova giovamento nelle terapie tradizionali o non può ricorrervi. Alcune Regioni in affanno sui conti hanno tagliato su queste voci di spesa, ma i pazienti fanno quadrato. “‬Curare un malato allo Stato costa molto ma tenerlo ricoverato costa ancora di più”, commenta Maria Maccarone,‭ ‬presidente ‬‭ ‬dell’Associazione per la difesa degli Psoriasiaci‭ ‬(Adipso‭)‬.‭ “‬Il vantaggio dei farmaci biotecnologici sta nel fatto che permettono al paziente di vivere in modo attivo nella società – aggiunge la rappresentante dei malati -‭ ‬senza pesare su ospedali e cliniche”.‭ ‬Un dato sottolineato anche da Antonella Celano,‭ ‬presidente dell’Associazione Nazionale Malati Reumatici‭ (‬Anmar‭)‬:‭ “‬Ci sono stati diversi casi di pazienti che proprio grazie a questo tipo di farmaci hanno abbandonato la sedia a rotelle e sono tornati alla vita attiva:‭ ‬il vantaggio per la società e per il bilancio dello Stato è evidente”.

Le controindicazioni‭ –‬ Come per i farmaci di sintesi vanno tenuti sotto controllo interazioni ed effetti collaterali: “I rischi maggiori sono legati a possibili intolleranze o allergie che scattano come reazione alla proteina umana – chiarisce Montecucco -.‭ ‬C’è poi da considerare che alcuni farmaci bloccano la molecola responsabile dell’infiammazione e possono portare ad una generale e più alta predisposizione alle infezioni.‭ ‬Conseguenze queste che esistono però per tutti i farmaci e sono facilmente prevedibili attraverso esami mirati”.

EF

Pubblicato sul sito di Salute24 il 02.07.09

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«CONTRO LE MAFIE IMPRESE IN CONSORZIO». INTERVISTA AL MAGISTRATO LUIGI DE FICCHY

«Consorziarsi e fare sistema contro le mafie». Ad indicare la via alle imprese del Basso Lazio per reagire alla criminalità organizzata è Luigi De Ficchy, Procuratore della Repubblica a Tivoli, fino all’anno scorso sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia (Dna). «Quella che stiamo vivendo a Latina è una vera e propria emergenza che ha radici negli anni Ottanta – spiega il magistrato – quando i mafiosi venivano mandati al confino nelle località del Nord e del Centro Italia. Nel Basso Lazio – continua – hanno trovato terreno vergine dove insediarsi e crescere, a danno delle amministrazioni e degli imprenditori». E che la situazione sia grave, lo conferma la lunga serie di attentati ai danni di imprese ed esercizi commerciali nella provincia di Latina, almeno dieci nell’ultimo mese.

A farla da padrone nelle tecniche di infiltrazione mafiosa nelle aziende è l’usura. «La crisi economica e la stretta del credito da parte delle banche – spiega De Ficchy – spingono gli imprenditori a rivolgersi agli usurai, spesso appartenenti a gruppi nomadi e a clan camorristici della vicina Campania». Tra gli strumenti più utilizzati per riciclare i capitali illeciti e praticare l’usura, società finanziarie in apparenza legali: «per la maggior parte sono gestite dalla camorra – spiega il Procuratore – e gli imprenditori della zona ne sono a conoscenza. La stessa attività di recupero crediti, se così la vogliamo chiamare, ha i modi tipici dell’estorsione mafiosa».

Ma a preoccupare è soprattutto il numero sempre limitato di denunce da parte degli imprenditori. «L’omertà in questo territorio è di vecchia data – racconta il Procuratore – Alla fine degli anni Novanta, Federico Berlioz, un collaboratore di giustizia, ci parlò dei metodi usati per farsi restituire le somme prestate a usura. Ebbene, una volta concluse le indagini e smantellata l’organizzazione criminale, commercianti e imprenditori negarono di aver mai subito violenze di alcun tipo dagli imputati». Per De Ficchy si tratta di una pericolosa mutazione genetica della società civile che sta pericolosamente ricalcando il modello omertoso visto al Sud. «La situazione di Latina e del Basso Lazio non è ancora quella della Campania – spiega il magistrato – le imprese possono ancora reagire ma per riuscirvi è necessario fare sistema e consorziarsi contro le mafie, proprio come sta accadendo al Sud. In questa loro azione – conclude – dovrebbero essere sostenute dai comuni con sportelli di ascolto e politiche di sostegno alle imprese che decidono di uscire dall’usura». Le amministrazioni però spesso latitano. «E se si tratta di amministrazioni infiltrate dalla mafia, commercianti e imprenditori si trovano costretti a scendere a compromessi per ottenere le licenze e le autorizzazioni. Con ricadute negative sulle denunce».

La vicenda simbolo della lotta alle infiltrazioni mafiose nella provincia di Latina è il comune di Fondi: «Dal Governo non arrivano segnali sullo scioglimento dell’amministrazione ed è una situazione intollerabile per la cittadinanza che ha il diritto di sapere se la giunta è contaminata dalla mafia. È ora di smetterla di trattare la criminalità organizzata come se avesse un colore politico».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore Lazio il 24.06.09

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ECONOMIA POST-TERREMOTO, ANCORA IN «ZONA ROSSA»

All’Aquila è tutto fermo. Artigiani, industriali e commercianti raccontano un’unica realtà: quasi totale assenza di mercato e le piccole e medie aziende che arrancano, in attesa degli aiuti promessi dallo Stato. «L’unico comparto che per ora è ripartito, anche se non nella totalità delle sue imprese, è quello dell’economia indiretta – spiega Carlo Imperatore, vicepresidente di Confindustria L’Aquila – e si tratta soprattutto di grandi gruppi farmaceutici e metalmeccanici, che possono contare su un mercato esterno e su strutture alternative a quelle sul territorio. Il danno complessivo per l’industria aquilana, tra mancati guadagni e lesioni alle strutture – conclude Imperatore – è stimabile in almeno 80 milioni di euro». Eppure anche nel comparto relativo all’economia indiretta, alcune aziende (ad esempio l’Alenia, vedi articolo accanto) hanno chiuso le sedi e hanno dirottato i loro dipendenti altrove. Ad oggi, secondo i dati di Confindustria L’Aquila, sarebbe attivo appena il 60% delle imprese.

Sul fronte del mercato interno, invece, la situazione è paralizzata. Dai grandi gruppi industriali si passa alle piccole e medie aziende, attive nel ramo del commercio, dei servizi, dell’edilizia o dell’agroalimentare. «Delle circa duemila imprese presenti nell’area del cratere del sisma – spiega Luigi Lombardo, presidente di Confartigianato L’Aquila – solo 350 sono attive (150 nel comune dell’Aquila), quasi tutte nel ramo dell’edilizia, ed occupano circa 700 dipendenti. A due mesi dal terremoto – conclude – le persone che hanno perso il lavoro sono 3300 e per ora nessuno ha ricevuto i pagamenti per la cassa integrazione a zero ore o per quella la straordinaria». Anche l’agroalimentare è al palo. «Nell’aquilano – spiega Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato Imprese – ci sarebbero centinaia di aziende capaci di assicurare le forniture alla Protezione Civile ma non vengono coinvolte nel ciclo dell’emergenza e subiscono, di contro, la concorrenza di ditte esterne chiamate a collaborare. Se non si fa ripartire la filiera in tutti i suoi punti sul territorio – conclude – il mercato interno sarà destinato a morire».

La situazione di maggior gravità, però si registra nella cosiddetta “zona rossa”, quella del centro storico dell’Aquila, ad oggi completamente inagibile. Prima del sisma contava circa 700 esercizi commerciali e un migliaio di studi professionali tra architetti, commercialisti e avvocati. Tutte queste attività sono ferme. Secondo l’analisi del Centro Regionale di studi e ricerche economico-sociali (Cresa) istituito dalle Camere di Commercio dell’Abruzzo, il volume d’affari medio annuo sviluppato dai soli esercizi commerciali della “zona rossa”, prima del sisma oscillava tra i 230 e i 250 milioni di euro. Se poi si aggiungono anche gli studi di servizi professionali (avvocati, commercialisti, ecc), la perdita sale di altri 50-70 milioni di euro, pari al loro fatturato medio annuo complessivo. Ma sono stime per difetto, dal momento che è necessario tener conto anche del danno al patrimonio informativo di tali attività che ha fatto registrare, in alcuni casi, la perdita totale degli archivi.

Nello stesso studio, il Cresa ha messo anche in evidenza come il ciclo economico aquilano, a causa della crisi economica, già nel primo trimestre del 2009 facesse registrare un calo dell’11,9% nella produzione, -16% nel fatturato e -2,7% nell’occupazione, rispetto allo stesso periodo del 2008. In calo erano anche gli ordinativi, sia interni che esteri, con un -14,6% e – 24,3 per cento. Ad aprile, il terremoto.

Va infine considerato l’azzeramento dell’indotto proveniente dagli studenti universitari. Secondo i dati del monitoraggio Cresa, il flusso finanziario movimentato dai non aquilani (tra i 13 e i 15mila, su 27mila iscritti) oscillava tra i 120 e i 140 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i circa 60 milioni di euro attivati dagli studenti in sede, per un totale di circa 200 milioni di euro.

E se la ricostruzione sembra complessa e dai tempi lunghi, alcune aziende hanno già iniziato ad attrezzarsi: «È bastato parlare di creazione di una zona franca – conclude Francesco Zaccagno, vicepresidente di Confartigianato L’Aquila – che in soli due mesi si sono iscritte presso la Camera di Commercio 357 nuove aziende, provenienti da tutta Italia, di cui 67 solo all’Aquila».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 22.06.09

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EMERGENZA-TBC: «1,7 MILIONI DI VITTIME, MA I FONDI NON BASTANO»

Un`epidemia più letale della Sars, dell`Aviaria e della nuova influenza. E` la tubercolosi (Tbc): ogni anno sono almeno un milione e 700mila le persone uccise dalla Tbc e 9 milioni i nuovi contagiati. A fornire i dati è il rapporto “Tubercolosi: omissione di soccorso”, presentato oggi e realizzato grazie alla collaborazione tra Medici Senza Frontiere e la Commissione straordinaria per la tutela dei Diritti Umani del Senato.

Le nuove “rotte” della Tbc Secondo lo studio, non ci sono Paesi immuni dal contagio di Tbc, una malattia che si sta diffondendo grazie ai movimenti migratori, soprattutto dall`India, dalla Cina e dall`Europa dell`Est. Sempre più individui contagiati da Tbc, inoltre, non rispondono alle cure. In Ucraina e in Moldavia, ad esempio, un ammalato su cinque è resistente ai farmaci. Mentre a Milano, negli ultimi mesi, sono stati registrati 500 casi di tbc e di questi, sette non hanno risposto alle cure. L`Africa, apparentemente immune nei grafici dal contagio, in realtà paga la mancanza di strutture e di tecnologie sul territorio, un gap che non permette la corretta individuazione degli ammalati e la somministrazione delle cure.

Gli ostacoli alla ricercaMancano i fondi, è scarsa la ricerca ed è assente la copertura informativa sulla malattia: “Si parla spesso della Sars o dell`influenza aviaria – ha dichiarato Pietro Marcenaro, presidente della Commissione sui diritti umani del Senato – ma non vengono quasi mai ricordati i quasi due milioni di morti che ogni hanno miete la tubercolosi”. Mentre Gianfranco De Maio, di Medici senza Frontiere, ricorda che “è necessario lavorare sui piani sanitari dei Paesi meno sviluppati, per far sì che si organizzi in loco il contrasto alla Tbc”.

Per la Tbc 7,2% dei fondi A livello mondiale, infine, vengono dedicati alla lotta alla diffusione della Tbc appena 455 milioni di dollari, equivalente al 5% di quanto viene speso per contrastare l`Hiv. In Italia, invece, “dai dati in possesso di Msf si legge nel rapporto -, nel corso del 2007 sono stati allocati per la Tbc e per le altre malattie rare, ma non sempre realmente spesi, 31.131.000 euro, cioè solo lo 7,2% dei fondi destinati ala ricerca”.

EF

Pubblicato su Salute24 il 16.06.09

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RIFUGIATI VOLONTARI ALL’AQUILA

Benoit è partito per l’Aquila poche ore dopo il terremoto, mentre ancora si scavava tra le macerie. Yasdan, Abbas e Yassuf, invece, hanno preso servizio nella tendopoli di Centicolella un mese dopo, l’8 maggio. Tra i volontari coordinati da Legambiente c’erano anche loro, quattro ragazzi provenienti dall’Afghanistan e dal Togo che in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico o la protezione sussidiaria.
«Quando le persone che assistevamo si rendevano conto che eravamo volontari – racconta Yassuf, un afgano di 28 anni, di mestiere liutaio e in Italia dal 2007 – ci chiedevano cosa fossimo venuti a fare all’Aquila. Erano sorpresi che ragazzi stranieri fossero partiti in loro soccorso. Una signora – continua – mi ha salutato dicendomi che la nostra presenza gli dava coraggio perché anche noi, come loro, avevamo perso tutto ma avevamo saputo ricominciare». L’Aquila, nelle parole di Yassuf, sembra molto simile all’Afghanistan: «Nella provincia di Kundi, dove vivevo prima di raggiungere l’Italia – racconta – c’erano terremoti ogni giorno: erano le bombe che facevano tremare la terra e le case anche a grande distanza. Per questo – conclude Yassuf – mi sono sentito molto vicino alle popolazioni colpite dal terremoto e ho cercato di dare il meglio di me per aiutarli».
Alla mensa di Centicolella c’erano anche Yazdan e Abbas, due ragazzi afgani di 19 e 24 anni. «All’inizio temevo di poter offendere le persone che incontravo con le mie domande – spiega Yazdan – Alla fine però il nostro è stato uno reciproco scambio di esperienze: io raccontavo loro della vita sotto le bombe e loro si sfogavano con me per quanto avevano perso». E anche Abbas, impiegato presso una società di informatica, sottolinea come la loro presenza all’Aquila abbia sorpreso diversi volontari che non si aspettavano di vedere ragazzi stranieri impegnati nei soccorsi.
Benoit ha 23 anni e viene dal Togo. Ha prestato servizio a L’Aquila: un mese e mezzo. Adesso lavora nella Protezione Civile di Legambiente: «Nelle prime ore dopo il terremoto ho aiutato i volontari a montare le tende – racconta – mentre nei giorni successivi ho servito la colazione, il pranzo e la cena nella mensa del campo di Centicolella». La sveglia era alle 6 di mattina e il servizio terminava solo a tarda sera. C’erano da lavare i piatti, riordinare la sala, accogliere le persone e gestire tutto lo smaltimento dei rifiuti. E poi ricorda: «In un paese vicino ad Onna, una signora mi ha preso le mani e mi ha chiesto per quale motivo, oggi, quasi nessuno si rende conto che sulla Terra non dovrebbero esistere differenze di pelle o etnia. Proprio come è accaduto all’Aquila».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore quotidiano (pag.12) del 15.06.09

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CARCERI, MANCANO 400 AGENTI

Altri 365 detenuti e nelle carceri del Lazio gli effetti dell’indulto votato tre anni fa dal Governo Prodi saranno solo un ricordo. Se infatti a livello nazionale la soglia delle 60.710 presenze nei penitenziari del luglio 2006 è stata abbondantemente superata, le carceri laziali fanno contare 5.579 detenuti, a fronte di un dato preindulto (giugno 2006) pari a 5.944 ospiti. Tre anni fa, ad esempio, nel carcere di Rebibbia (nuovo complesso) erano reclusi 1.621 detenuti, mentre al 1 giugno di quest’anno se ne contano 1.517, a fronte di una capienza regolamentare di 1.291 posti. Critica anche la situazione nel penitenziario di Frosinone: nel 2006 aveva in carico 448 carcerati, oggi ne fa contare 466 (capienza regolamentare di 375 posti).

Al sovraffollamento si somma anche la cronica mancanza di agenti, personale amministrativo ed operatori. «I turni dei secondini – spiega Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio – dovrebbero essere da sei ore e suddivisi su quattro turni complessivi. Oggi – conclude – gli agenti sono costretti a prestare servizio per otto ore e su tre turni, pur di coprire le falle del sistema». E nel Lazio le guardie carcerarie dovrebbero essere 4.100 mentre ce ne sono 3.700. Proprio la carenza del personale, inoltre, è alla base di una disputa relativa al carcere di Rieti, una struttura nuova che potrebbe ospitare almeno 250 detenuti ma non è ancora entrata nella disponibilità dell’Amministrazione penitenziaria: «Ufficialmente il carcere non è stato ancora aperto perché bisogna ultimare i collaudi – continua Marroni – ma la verità è che nessuno sa dove reperire il personale necessario a farlo funzionare». Una posizione fortemente criticata dal Provveditore per l’Amministrazione penitenziaria del Lazio, Angelo Zaccagnino: «Quella della carenza del personale è una motivazione del tutto falsa. Quando il ministero delle Infrastrutture ci darà in gestione la struttura, arriverà anche il relativo personale. Entro l’anno – conclude – il carcere dovrebbe comunque essere operativo». Anche a Rieti, però, la situazione rischia di esplodere: nel 2006 i detenuti erano 53, oggi sono 47, a fronte di una capienza regolamentare di 37 posti.

Nel Lazio, al 1 giugno 2009, ben 1.305 detenuti risultano in attesa di giudizio, 968 hanno fatto appello alla sentenza, mentre 468 hanno ricorso in Cassazione. Su 5.579 detenuti, infine, solo 2.281 sono in carcere con sentenza definitiva.

Un capitolo a parte meritano gli stranieri, 1.986 sul totale della popolazione carceraria. Il vincolo di territorialità, infatti, prevede che un detenuto non venga allontanato dalla zona dove eventualmente svolga attività lavorativa o segua corsi di formazione, obbligo che decade più facilmente con i carcerati stranieri: «Grazie alla possibilità di spostare i detenuti in base ai criteri previsti dalla territorialità – sottolinea Zaccagnino – ad oggi la situazione delle carceri laziali non è ottimale ma è relativamente stabile». Ma replica il Garante per i Detenuti: «Le strutture sono quasi al collasso – spiega Marroni – si tratta di un’emergenza non più rinviabile».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio il 10.06.2009

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LAVORATORI DISABILI: LA CRISI E I PREGIUDIZI RIDUCONO LE POSSIBILITA’

Inserimento lavorativo e crisi economica. Due fattori che, quando si coalizzano, descrivono una situazione critica soprattutto per chi è portatore di handicap. A fronte della legge 68 del 1999 che regola le quote di assunzioni di disabili in aziende pubbliche e private, infatti, oggi si preferisce pagare una sanzione amministrativa piuttosto che far lavorare chi – secondo radicati pregiudizi – potrebbe rallentare la catena produttiva.

I numeri – Se, ad esempio, si considera la totalità delle persone maggiorenni affette dalla sindrome di Down, circa 23mila in Italia, di queste solo il 10% lavora e appena l`8% è inserito in un periodo di tirocinio. A fornire i dati è una ricerca a campione, effettuata nel 2008 dal Coordinamento delle Associazioni delle persone con sindrome di Down. «L`articolo 14 del decreto attuativo della Legge Biagi (276/2003) – spiega Alessandra Lo Baido, presidente della cooperativa Percorsi zebrati Onlus – prevede la possibilità per le aziende di esternalizzare presso le cooperative sociali i lavoratori affetti da disabilità gravi. La maggior parte degli imprenditori, però, non conosce questa normativa che non viene di conseguenza messa in pratica». E gli esempi positivi ci sono. A Macomer, in provincia di Nuoro, ad esempio, una ditta ha esternalizzato l`intero ciclo di selezione, confezionamento e spedizione di gambaletti ed ogni passaggio è stato curato da dipendenti affetti da sindrome di Down. Il progetto ha funzionato talmente bene che la collaborazione con la cooperativa ha avuto un seguito. «Ad oggi le aziende virtuose – sottolinea la Lo Baido – sono ancora troppo poche. E l`assurdo sta nel fatto che chi paga la multa per non aver rispettato la legge – conclude – finanzia proprio il Fondo per l`inserimento lavorativo dei disabili».

La crisi economica – In un panorama già critico, infine, la crisi economica rischia di dare il colpo di grazia alle possibilità di impiego di persone affette da disabilità grave. «La legge 68 prevede che in caso di regime di cassa integrazione o di mobilità, i percorsi di inserimento lavorativo portati avanti in azienda siano sospesi – spiega Alessandra Buzzelli, responsabile nazionale dell`Osservatorio sul mondo del lavoro dell`Associazione italiana persone down (Aipd) – e ad oggi molti dei tirocini funzionali a una successiva assunzione non assicurano uno sbocco occupazionale».

EF

Pubblicato su Salute24 l’08.06.09

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GIORNATA DEL SOLLIEVO: QUATTRO REGIONI PILOTA, MA IL SUD RESTA INDIETRO

Malattie croniche o allo stadio terminale, con un comune denominatore: il dolore acuto del paziente. Secondo i dati comunicati dal ministero del Welfare, in particolare, la principale causa di sofferenza nel nostro Paese è il cancro e coinvolge circa 260mila persone ogni anno. Per venire incontro alle sofferenze dei malati terminali da anni in Italia si stanno moltiplicando centri specializzati nella terapia del dolore ed è proprio a questo settore della medicina che è dedicata l`ottava Giornata nazionale del sollievo, in programma per domenica prossima, 31 maggio.

Quattro le regioni-pilota che sperimenteranno una rete di strutture per le cure palliative: Lazio, Emilia Romagna, Veneto e Sicilia. A questo si aggiunge il numero verde messo a disposizione dalla Fondazione Gigi Ghirotti (800.30.15.10), per avere informazioni sui centri e le terapie del dolore: in un anno le chiamate ricevute dal centralino sono state oltre seimila.

Secondo i dati forniti dall’Aifa, in particolare, la regione che spende di più in farmaci per la terapia del dolore è la Toscana, con 2.426 euro ogni mille abitanti, a fronte di una media nazionale poco superiore ai 1.200 euro. Seguono il Friuli (1.914,23 euro ogni 1000 abitanti) e la Liguria (1.864,87 euro ogni 1.000 abitanti).

Fanalino di coda, invece, sono le regioni del Sud Italia: con una spesa media di 690,74 euro ogni mille abitanti, chiude infatti la classifica la Campania, preceduta da Calabria (663,82 euro ogni 1.000 abitanti) e Sicilia (834, 75 euro ogni 1.000 abitanti). Il primato dei centri, invece, spetta alla Lombardia, con 440 posti letto ogni diecimila abitanti e 38 strutture dedicate alla terapia del dolore (dati 2006, Ministero della Salute), a seguire Emilia Romagna (14 strutture) e il Lazio (11 strutture).

Tra le ultime novità messe in campo dal Governo in materia di terapia del dolore, infine, una procedura semplificata per la prescrizione dei farmaci di fascia A (gratuiti) e un fondo da 100 milioni di euro per superare le carenze assistenziali sul territorio nazionale.

EF

Pubblicato su Salute24 il 29.05.09

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MIGRANTI: «LA MAGGIOR PARTE SI AMMALA IN ITALIA»

È un pregiudizio radicato: i migranti sono portatori di nuove malattie. Gli stranieri che si rivolgono agli ospedali italiani, in realtà, contraggono le malattie una volta giunti nel nostro Paese a causa delle precarie condizioni igieniche e sociali in cui – soprattutto gli irregolari – si trovano a vivere. «Chi arriva a Lampedusa – spiega Alessandra Tramontano, Responsabile Medico per l`Italia di Medici Senza Frontiere – nella maggior parte dei casi non è malato. La motivazione è semplice: per affrontare un viaggio simile è necessario essere in ottime condizioni di salute. Tutti si ammalano a causa dei lavori usuranti a cui sono costretti quando, una volta clandestini, restano in Italia».

Le malattie – Si tratta soprattutto di dermatiti, tra cui la scabbia, dovute alla promiscuità in ambienti sovraffollati, di disabilità provocate da fratture ossee non curate e causate da incidenti sul lavoro o, ancora, di malattie infettive come la tubercolosi. «La tbc in particolare – spiega Tramontano – è strettamente legata alle precarie condizioni igienico-sanitarie ed era molto diffusa nell`Italia di sessant`anni fa».

Cure per tutti – Ad oggi, spiega Oliviero Forti, responsabile dell`Ufficio Immigrazione della Caritas italiana, «il pericolo è che le norme contenute nel disegno di legge (ddl) sulla sicurezza spingano gli irregolari a non curarsi. La semplice possibilità per i medici di scegliere se denunciare o meno chi è privo di permesso di soggiorno, potrebbe spingere gli stranieri malati a non rivolgersi agli ospedali. Che questo sia un pericolo per la collettività è evidente e solo una politica di inclusione sociale può davvero assicurare sicurezza. Ad oggi – aggiunge Forti – ci sono ancora 700mila badanti clandestine di cui invece nessuno sembra si stia occupando».

No alla denuncia – Un deciso rifiuto sulla possibilità di denunciare i clandestini viene, infine, da parte dell`Associazione dei Medici Cattolici Italiani (Amci): «L`azione di contrasto all`immigrazione clandestina non si può fare negli ospedali – spiega Vincenzo Saraceni, presidente dell`Amci – e i nostro medici non denunceranno gli irregolari. Che la situazione sia seria – conclude – lo si evince dal calo di stranieri che si è registrato nei pronto soccorso italiani».

EF

Pubblicato su Salute24 il 28.04.09

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RACKET. CETO MEDIO A RISCHIO USURA

Oltre 250 chiamate a gennaio e più di 300 nel solo mese di marzo di quest’anno. Le famiglie romane e laziali, strozzate dai debiti e dalla crisi economica, chiedono aiuto ai numeri antiusura per non finire in mano ai cravattari. I licenziamenti, le ondate di cassa integrazione e il blocco del credito da parte delle banche, stanno piegando la capacità di far fronte a rate, mutui e spese quotidiane della classe media, la stessa che fino a pochi anni fa poteva contare su entrate sicure e su un potere d’acquisto stabile.

Luigi Ciatti, presidente dell’associazione Ambulatorio Antiusura di Roma spiega: «Il 56% dei soggetti che si rivolgono a noi sono famiglie, un dato opposto rispetto a quanto accadeva appena un anno e mezzo fa. Si tratta di soggetti sovraindebitati, con difficoltà di accesso al credito, a un passo dall’usura». E l’associazione Codici che, in collaborazione con la Provincia di Roma gestisce il numero verde Antiusura (800.93.93.96), sottolinea come in questi primi mesi del 2009 ci sia stato «un incremento delle richieste di aiuto da parte di nuovi soggetti quali single e studenti. Molti ragazzi – fa notare Monia Napolitano, dell’associazione Codici – non riescono più a pagarsi gli studi, nonostante abbiano una famiglia che li mantiene e si indebitano, rischiando poi di finire in mano agli usurai». A Roma, come spiega Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle Associazioni italiane Antiracket e Antiusura «è diffuso un indebitamento patologico dei dipendenti pubblici, che spesso rappresentano uno dei due stipendi di una famiglia. Chi ha bisogno di piccole cifre – continua Grasso – invece di passare dalle banche si rivolge alle finanziarie che concedono le somme in giornata. Magari ne consultano più di una e alla fine si ritrovano strozzati dai debiti e cadono nel vortice dell’usura. Tutto dipende da un bisogno, insito nella classe media italiana, di mantenere un determinato tenore di vita nonostante la crisi. Le rate fanno il resto».

«Ogni giorno – spiega Ciatti – al nostro Ambulatorio abbiamo almeno 5 appuntamenti, e ci sono anche famiglie con un reddito anche superiore ai 2400 euro». Nel solo 2008, conclude Ciatti, «la cifra che abbiamo erogato in base al Fondo di Prevenzione dell’usura, ha sfiorato il milione di euro. Ad oggi però – conclude – le disponibilità per il 2009 sono già in esaurimento e questo dovrebbe essere un segnale di allarme per le istituzioni che ben descrive l’evoluzione del fenomeno».

La situazione è però critica anche per le imprese. Secondo i dati dell’ultimo rapporto di Sos Imprese, a più alto rischio usura sono le aziende di Roma, Latina e Frosinone. Un terzo dei commercianti attivi nel Lazio, pari a 26 mila titolari di negozi (+10% rispetto alla media nazionale, il 32,4%) ha avuto negli ultimi anni rapporti con il mercato del credito ‘a nero’. Ma l’usura si estende anche ad artigiani e professionisti. Si stima che il giro di denaro mosso dall’usura nella nostra regione, relativo al solo settore commerciale, valga almeno 2,3 miliardi di euro.

Pubblicato sul Sole 24 Ore Lazio del 06.05.2009

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SECONDA ACCOGLIENZA PER 6.600 MIGRANTI

Non c’è solo Lampedusa. Sono 6.589 i migranti accolti nei centri di accoglienza (CdA) e per richiedenti asilo (Cara) del nostro Paese. In tutto, secondo i dati del Ministero dell’Interno aggiornati al 30 aprile, 41 strutture. Una rete di ex-Cpt, alberghi e comunità, gestita in convenzione con lo Stato da almeno 24 enti, tra comuni, Croce Rossa, Misericordie, cooperative e Onlus. «In media, per ogni ospite delle nostre strutture spendiamo 42 euro al giorno», spiega Orazio Micalizzi, vicepresidente del consorzio Conneting People che riunisce diverse cooperative e gestisce un Cda a Brindisi (temporaneamente adibito in parte a Cie, con 173 ospiti) e un Cara a Gorizia (138 ospiti). Si tratta di fornire vestiario, assicurare il vitto e l’assistenza medica a quanti sono in attesa di ottenere le garanzie previste per chi proviene da zone di guerra o ha subìto persecuzioni nel Paese d’origine. «Nei limiti del possibile – continua Micalizzi – cerchiamo di assistere i migranti anche nel percorso del riconoscimento. Il vero problema – conclude – sono però i pagamenti. Soprattutto in questo periodo, probabilmente per far fronte alle spese di apertura di nuovi centri di accoglienza, i rimborsi hanno subìto un rallentamento».

E i numeri danno conto dello sforzo sostenuto dagli enti gestori: alcune strutture ospitano poche decine di persone mentre altre, più complesse, ne accolgono oltre 1300. Ed è il caso di Bari, dove coesistono entrambe le realtà del Cda e del Cara. Si tratta, in molti casi, di strutture riconvertite sull’onda dell’emergenza. Si va da poli logistici della protezione Civile, come il Cara di Castelnuovo di Porto in Provincia di Roma, ad ex-campi di aviazione militari, ed è il caso del Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Ma ci sono anche alberghi e comunità. A queste strutture si aggiungono i Centri di Identificazione ed Espulsione – attualmente 13 – dove, secondo i dati del Viminale, si trovano oltre 1567 migranti.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 04.05.09

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INSEGNANTI DI SOSTEGNO. A ROMA MANCANO 500 «SPECIALIZZATI»

Sono 8.826 in tutta la regione, oltre 6mila nella capitale, e non subiranno le conseguenze dei tagli alla scuola: è l’esercito degli insegnanti di sostegno del Lazio che saranno chiamati nel prossimo anno scolastico 2009/2010 ad accompagnare il percorso formativo degli alunni disabili nei diversi vari gradi di istruzione. Secondo i numeri di Uil Scuola Lazio, su dati dell’Ufficio scolastico regionale, il ridimensionamento dell’organico che nella regione coinvolgerà 2.276 insegnanti non influirà sul “sostegno”. «Il problema più immediato per la categoria- spiega Giovanni Febroni, segretario regionale Uil scuola – riguarda la formazione. Dopo la sospensione delle scuole universitarie di specializzazione, unico canale riconosciuto, non è più possibile specializzarsi per seguire i ragazzi portatori di handicap». E nel Lazio, continua Febroni «almeno il 20% dei docenti di sostegno è senza qualifica». Un dato, quello dei non-qualificati, sottolineato anche da Domenico Rossi, segretario generale di Flc-Cgil Roma e Lazio, secondo cui nella capitale mancherebbero all’appello «tra i 500 e i 600 docenti specializzati. E quando il personale formato per assistere i diversamente abili andrà in pensione- continua Rossi- la situazione diventerà insostenibile». Alla mancanza di personale si fa fronte chiamando docenti senza formazione specifica, tramite graduatoria. Ognuno di loro può seguire uno o massimo due ragazzi, a seconda della gravità della patologie e del percorso educativo di ciascun alunno. Per asili nido e scuole dell’infanzia, di competenza comunale, il discorso è diverso. Il dipartimento Politiche educative del Campidoglio, infatti, prevede per i 1.227 educatori alcune ore obbligatorie relative all’assistenza ai bambini disabili che nella capitale sono 1.104. «Il nostro impegno – spiega l’assessore alla Scuola del Comune di Roma, Laura Marsilio – è di continuare a puntare sulla formazione, per dare agli operatori gli strumenti necessari per svolgere un buon lavoro didattico ». Se si osservano i numeri relativi all’occupazione a livello regionale, inoltre, risulta evidente come il sostegno possa essere un bacino di posti di lavoro, a fronte di un’adeguata formazione. «Gli alunni con disabilità racconta Anna Natali, insegnante di sostegno dal 1997 non rallentano la vita della classe. Un alunno con un ritardo mentale grave non è più difficile da gestire di uno con problemi di droga». E da questo punto di vista, secondo Uil-Scuola, le zone più critiche sono Tor Bella Monaca, l’Infernetto e alcune zone di Ostia, dove oltre alla disabilità, ci si trova davanti a drammatiche situazioni di svantaggio sociale. Marilena Nese, del Coordinamento italiano insegnanti di sostegno, da quattro anni insegnante in una scuola media di Torre Angela, sottolinea «la necessità di fornire alle scuole strutture adeguate che, accanto alla formazione specifica dei docenti, possano aiutare a sviluppare un progetto educativo di vita per ogni alunno. Spesso, purtroppo, mancano». E si tratta di software per l’apprendimento, video-ingranditori, sintetizzatori vocali.

EF

Pubblicato su Il Sole 24 Ore Lazio del 29.04.09

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A MONTALTO NUCLEARE DA 4 MILIARDI

Dopo il rilancio del Governo il comune viterbese potrebbe ospitare una delle nuove centrali. Investimenti per un reattore di terza generazione su modello francese.

Un investimento da quattro miliardi di euro. Tanto potrebbe costare la costruzione di una centrale nucleare di terza generazione a Montalto di Castro. Ovviamente si tratta di ipotesi ma il nome della cittadina laziale è già stato fatto in più di un’occasione. A fornire le referenze e la possibile candidatura del comune viterbese ad ospitare un reattore, sono i precedenti e la natura geomorfologica del territorio. Dal Governo fanno però sapere che i criteri per la localizzazione dei siti saranno definiti solo dopo l’approvazione del disegno di legge “Sviluppo” prevista «in primavera» – ha assicurato il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola – e la creazione di un’apposita Agenzia per la Sicurezza Nucleare.
Secondo quanto è emerso nei giorni successivi alla firma dell’accordo tra Italia e Francia per lo sviluppo del nucleare, il modello di centrale che verrebbe adottato nel nostro Paese per un primo “lotto” di quattro centrali è l’Epr (European Pressurizzed water Reactor), identico a quello che Enel sta costruendo insieme ad Edf in Francia, a Flamanville. Si tratta di una centrale di terza generazione che, secondo i dati comunicati dall’Enel, avrà una potenza di 1.600 Megawatt e costerà complessivamente almeno 4 miliardi di euro.
Attualmente alla costruzione del reattore di Flamanville lavorano oltre 1300 addetti. E se al termine del’iter legislativo si dovesse scegliere ancora una volta Montalto di Castro tra i quattro siti per costruire uno degli impianti previsti dall’accordo Berlusconi-Sarkozy, quanto visto per Flamanville potrebbe replicarsi nel Lazio. Proprio Montalto di Castro, infatti, può già vantare un reattore mai completato e l’impianto termoelettrico più potente del Paese. Nel 1981 il suo territorio venne scelto per la costruzione di quello che doveva diventare il più moderno impianto nucleare italiano, con due reattori da 1000 megawatt ciascuno.
L’appalto per costruzione delle strutture civili venne vinto dal consorzio Costruzioni Centrali Nucleari (Ccn). Il disegno dell’edificio principale era dell’americana Gibbs&Hill, mentre le strutture minori erano di progettazione Ansaldo. Come è noto, nel 1987, un anno dopo il disastro di Chernobyl, un referendum fece uscire l’Italia dai Paesi produttori di energia dall’atomo. La centrale di Montalto di Castro venne abbandonata e i cantieri smobilitati, proprio quando circa l’80% delle opere civili erano state completate.
Chiuso il capitolo nucleare, a Montalto di Castro si decise di costruire, proprio accanto a ciò che restava del reattore, una centrale termoelettrica. I lavori partirono nel 1990 e portarono in pochi anni venne mesa in funzione l’”Alessandro Volta”, il più grande impianto termoelettrico italiano. Con una capacità energetica di 3600 Megawatt, oggi dà lavoro complessivamente a circa 260 persone, compreso l’indotto.
Tra le candidature possibili per la costruzione di un nuovo reattore, quindi, Montalto di Castro sembra avere le referenze migliori. Ci sono poi i siti di Latina, dove era stato costruito un reattore di tipo Gas cooled reactor (Gcr), cioè raffreddato a gas e, tra Lazio e Campania, Garigliano, dove esisteva una centrale di tipo Boiling water reactor (Bwr), ad acqua bollente.
Le difficoltà però sembrano, ancora un volta, di natura politica. All’indomani della firma dell’accordo Italia-Francia, infatti, il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, si è detto favorevole a sviluppare la produzione di energia da fonti rinnovabili ma non a riprendere la costruzione di centrali nucleari nel territorio regionale. E proprio a Montalto di Castro, il 26 febbraio scorso, il Governatore ha inaugurato il cantiere per il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, con una potenza di 24 Megawatt.
Un sistema che, secondo l’Assessore regionale all’Ambiente, Filippo Zaratti, «rappresenta la risposta del Lazio agli accordi italo-francesi voluti dal Governo per la ripresa del nucleare». Secondo l’assessore l’impianto fotovoltaico di Montalto dovrebbe essere operativo entro il novembre prossimo e dovrebbe portare alla produzione di 600 Megawatt a livello regionale entro il 2010.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio del 11.03.09

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TRENTAMILA COINVOLTI OGNI ANNO. CONTRO LA “TRATTA” UNA BANCA DATI CON PROCURE E DDA

È un mercato che non conosce crisi quello del traffico di esseri umani e in Italia si stima possa coinvolgere tra le 25 e le 3omila persone. In prevalenza donne e minori da avviare alla prostituzione, al lavoro nero, all`accattonaggio o utilizzati come corrieri della droga. Sebbene numeri sul fenomeno -per definizione sommerso – non siano facilmente rilevabili, attraverso i dati raccolti dal Dipartimento per le pari opportunità (Dpo) è possibile avere una stima di quanti hanno deciso di affidarsi ai programmi di protezione previsti dall`articolo i8 del Testo unico sull`immigrazione:

13.517 persone dal 2000 al 2007. Di queste ben 938 avevano meno di 18 anni. Nel 2007, invece, sono stati 859 i casi di sfruttamento sessuale e 76 quelli di sfruttamento lavorativo.

Un fenomeno, quello del lavoro paraschiavistico, in crescita, come conferma uno studio che sta realizzando il Dpo, anti cipato al Sole-24 Ore del Lune- dì: nel 2008 sono stati registrati„ circa 400 casi di articolo i8 per lavoro forzato. È della scorsa settimana l`operazione che ha portato a diversi arresti in Puglia per la scoperta di un gruppo criminale dedito al favoreggiamento dell`immigrazione clandestina di cittadini extracomunitari dalle coste libiche a quelle italiane e al successivo sfruttamento delle vittime. Ma una delle maggiori difficoltà nel perseguire il reato di tratta finalizzata al lavoro paraschiavistico deriva dalla necessità di accertare nella vittima «uno stato di soggezione continuativa» (articolo 6oo Codice penale).

«Dai pomodori del Tavoliere delle Puglie alle mele delTrentino, passando per i campi di Castelvolturno (Caserta), Livorno, Crotone, Vittoria (Ragusa) o Rossano Calabro – spiega Francesco Carchedi, docente della facoltà di Sociologia;

dell`università la Sapienza e consulente del Dpo ì trafficanti di esseri umani forniscono perso- nale a molte realtà. Difficile però dimostrare-lo sfruttamento continuato delle vittime».

Della stessa opinione anche David Mancini, sostituto procuratore a Teramo, che da anni si occupa del fenomeno: «I datori di lavoro dichiarano che i braccianti sono liberi di lasciare i campi, mentre alle prostitute viene corrisposta una percentuale dei compensi che le spinge spesso a non denunciare situazioni di grave sfruttamento. In questo modo – spiega Mancini potendo venire meno la continuatività dello stato di soggezione, non si può applicare l`articolo 600 del Codice penale che prevede una pena da 8 a 20 anni. A seconda dei casi, quindi, l`accusa è di maltrattamenti (articolo 572 Codice penale), lesioni personali (articolo 58z), violenza privata (articolo 61o), favoreggiamento della permanenza del migrante clandestino (articolo 12 Testo unico) o impiego di lavoratori senza permesso di soggiorno (articolo 22Tu oppure ar- ticolo i8 “legge Biagi”), con pene molto inferiori se non addirittura semplici sanzioni amministrative».

Si spiega così anche il numero minore dei relativi di programmi di recupero. Il disegno di legge 2784, inoltre, già approvato in Senato e contenente l`articolo 603-bis che prevede il reato di «grave sfruttamento dell`attività lavorativa», giace nei cassetti della commissione Giustizia della Camera.

Presso il Dipartimento per le pari opportunità è invia di costituzione l`Osservatorio sulla tratta (istituito nel marzo del 2007), come spiega Isabella Rauti, a capo del Dipartimento del ministero per le Pari opportunità:

«Avrà il compito di organizzare una banca dati nazionale ed è allo studio un protocollo di intesa tra il Dipartimento e le Procure della Repubblica delle Direzioni distrettuali Antimafia, le forze dell`ordine e le Ong, per la formazione congiunta di operatori di diversa provenienza al fine di rafforzare le sinergie messe in campo».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 09.03.09

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FRENO AGLI ECOINCENTIVI, UN DANNO DA 120 MILIONI

Ecosostenibilità a rischio. Mentre l’Europa, dopo un anno di difficili negoziati, ha riconfermato il pacchetto sul clima (riduzione del 20% delle emissioni di anidride carbonica, incremento del 20% di consumi da fonti rinnovabili e miglioramento dell’efficienza energetica del 20% entro il 2020), dal novembre scorso in Italia l’articolo 29 del decreto legge 185/2008 (vedi scheda) subordina lo sconto fiscale a favore delle ecoristrutturazioni al parere dell’Agenzia delle Entrate. Una decisione che, se confermata, potrebbe mettere a dura prova la buona volontà di quanti vorranno avere una casa rispettosa dell’ambiente. Installare pannelli solari, serramenti a norma o far isolare le mura dell’appartamento per evitare la dispersione termica, sarebbe meno conveniente, compromettendo un mercato che, a livello nazionale, vale oltre 2,7 miliardi di euro e a cui il Lazio contribuisce per il 15% (412,5 milioni di euro).
Il decreto sarà convertito in legge entro il 28 gennaio prossimo, ma se il testo dell’articolo 29 resterà invariato, sarà necessario presentare domanda di rimborso all’Agenzia delle Entrate che dovrà rispondere entro 30 giorni. In caso di mancata risposta o pronunciamento negativo, l’attuale aliquota del 55% scenderà automaticamente al 36 per cento.
Secondo la Commissione studi economici dell’Unione nazionale costruttori di serramenti e leghe (Uncsaal), l’anticipazione dell’ipotesi di modifica avrebbe già prodotto effetti negativi: per i mesi di dicembre 2008 e gennaio 2009, sarebbe di 600 milioni di euro il danno potenziale complessivo nel comparto edilizio e di 216 milioni quello specifico nel settore dei serramenti. Un mercato che nel Lazio potrebbe far segnare rispettivamente 90 milioni di euro di danno potenziale nell’edilizia e 32,4 nei serramenti entro la fine del mese. «Proprio in funzione del maggior numero di commesse creato dalla possibilità di rientrare del 55% dei costi – dichiara Pietro Gimelli, direttore dell’Uncsaal – molte imprese hanno ridisegnato la linea di produzione. Si tratta di un settore – conclude – che nel Lazio dà lavoro a quasi tremila dipendenti».
Ma non è tutto. La certezza di una detrazione di imposta pari al 55% delle spese sostenute, infatti, obbligava il cliente a richiedere la ricevuta per ogni lavoro di ristrutturazione. «Adesso – aggiunge Gimelli – si rischia che al momento del pagamento venga chiesto uno sconto e ci si accordi in nero, con evidenti ricadute per le entrate fiscali dello Stato». Sul medio periodo, invece, conclude Gimelli, «l’Italia sarà multata dall’Unione Europea per l’inevitabile aumento delle emissioni di anidride carbonica: per non rischiare di perdere soldi i privati preferiranno il risparmio alla ristrutturazione».
Critici del decreto legge anche due tra i maggiori imprenditori di serramenti laziali. «Se il ministro Tremonti non modificherà l’articolo 29 – dichiara Gustavo La Marca, titolare di LgItalia – tutto il settore rischia la paralisi. Alla crisi economica mondiale si aggiungerebbe questo provvedimento – continua – e nel Lazio potremmo perdere il 30-40% dei posti di lavoro per mancate commesse». E si tratterebbe, nella migliore delle ipotesi, di 900 dipendenti. «Se la situazione rimarrà questa – aggiunge Massimo Agnelli, direttore commerciale di Korus infissi – la nostra azienda si troverà costretta a non rinnovare almeno il 10% dei contratti a tempo determinato».
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del Lazio del 07.01.09

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LAVORATORI STRANIERI REGOLARI: QUALE FUTURO IN TEMPO DI CRISI ECONOMICA?

Contribuiscono per il 9% al prodotto interno lordo nazionale, sono quasi tre milioni e ci si chiede se saranno loro, i lavoratori immigrati regolari, i primi a pagare le conseguenze della crisi economica internazionale.
Secondo l’ultimo rapporto Caritas/Migrantes, in particolare, già nel primo trimestre 2008 la quota di popolazione straniera occupata in Italia è scesa dal 67% al 65,7%, con una forbice compresa tra i 2 e i 4 punti percentuali in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
«La crisi internazionale avrà pesanti effetti sull’occupazione, in tutto il mondo – spiega Carlo Bonomi, presidente del gruppo Terziario innovativo di Assolombarda –. E durante i cicli di depressione i primi a essere colpiti sono gli anelli deboli della catena, nel nostro Paese gli immigrati, in primis gli irregolari perché socialmente più deboli. A rischio sarà anche l’integrazione, per via dei prevedibili tagli alle spese sociali».
Mancano ancora stime precise delle conseguenze occupazionali della crisi sui lavoratori, in particolare stranieri, ma è opinione comune tra gli industriali che eventuali licenziamenti dipenderanno dalla specializzazione che i dipendenti potranno offrire alle imprese. «Gli stranieri giunti in Italia dieci anni fa, quando l’industria aveva bisogno di manodopera – sottolinea Nicola De Bartolomeo, presidente di Confindustria Puglia – hanno ormai sviluppato competenze specifiche in fasi lavorative delicate, lasciate scoperte dagli operai italiani. Se un’azienda dovrà licenziare non sceglierà certo di mandare a casa questo tipo di impiegati». Un dato sottolineato anche da Gianpaolo Pedron, vicedirettore di Confindustria Veneto: «L’incidenza dei lavoratori stranieri nell’industria della regione è del 10% sul totale degli occupati. In caso di licenziamenti verrebbero penalizzati i lavoratori generici, più facilmente reperibili sul mercato. Questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri». Si tratta quindi dell’ultima generazione di immigrati regolari, giunti in Italia da pochi anni e non ancora inseriti nel mercato del lavoro.
Secondo Maurizio Stirpe, presidente di Confindustria Lazio, inoltre, a resistere alla crisi sarà soprattutto il comparto dei servizi che richiede una minor specializzazione e assorbe la maggior parte della manodopera straniera: «Si tratta di un settore indispensabile per cui la domanda di lavoro difficilmente può ridursi. Nel Lazio i lavoratori immigrati sono il 5% degli occupati e quasi tutti impiegati nel terziario per cui, ad oggi, non si prevede un alto numero di licenziamenti».
Ma gli immigrati sono decisivi anche in un altro comparto, quello agricolo. «Senza i lavoratori stranieri l’intero sistema di produzione si fermerebbe» spiega Fabrizio Bellini, presidente di Confagricoltura Latina. «A fare da scudo alla crisi – continua – sarà il ciclo produttivo dei campi che assicura stabilità alle aziende». Mentre Antonio Ippolito, direttore di Confagricoltura Campania, aggiunge: «Il problema licenziamenti per ora non esiste, anzi, spesso c’è carenza di manodopera. Eventuali difficoltà potrebbero invece derivare dal mancato rinnovo della fiscalizzazione degli oneri sociali». E la situazione per i lavoratori immigrati sembra non essere drammatica anche nelle campagne padane. «Il 90% del nostro personale è straniero – spiega Francesco Bettoni, presidente di Confagricoltura Lombardia – molti di loro da anni si sono perfettamente integrati nel sistema produttivo, conquistandosi la fiducia degli imprenditori. Le aziende agricole non prevedono drastici licenziamenti poiché all’orizzonte non c’è una diminuzione dei consumi».
La situazione occupazionale non sembra particolarmente nera neanche nel settore artigiano dove invece manca la manodopera specializzata. «Le quote di lavoratori stranieri assegnate alle imprese sono state fino ad oggi insufficienti a coprire la domanda di posti di lavoro», spiega Riccardo Giovani, direttore delle relazioni sindacali di Confartigianato. Secondo uno studio della stessa Confartigianato, infatti, nel 2007 restavano scoperti oltre 71mila posti di lavoro. «Sul fronte dell’integrazione – aggiunge Giovani – le nostre associazioni provinciali organizzano corsi di specializzazione e di italiano rivolti proprio ai lavoratori immigrati che vogliono impegnarsi nel settore artigiano».
Non crede a una crisi generalizzata dell’occupazione straniera neanche Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland, secondo cui «negli anni gli stranieri si sono resi essenziali al sistema produttivo italiano».
EF
Pubblicato su Job 24 e su Il Sole 24 Ore del 22.12.08

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STAMPA ESTERA: LA SQUADRA DEI 400

«Credendo di corrispondere al desiderio di moltissimi fra i corrispondenti di giornali esteri in Roma, La preghiamo di intervenire ad una riunione che avrà luogo sabato alle 9.30 della mattina, al Caffè Faraglia, piazza Venezia (sala in fondo), per intendersi sulla fondazione di una “Associazione fra i corrispondenti di giornali esteri in Italia”». Era il 14 febbraio del 1912 ed un gruppo di giornalisti stranieri chiamava a raccolta i colleghi: a Roma nasceva la Stampa Estera italiana.
Se ai primi del Novecento l’Associazione riuniva appena 14 corrispondenti, oggi ce ne sono 505, di cui 404 a Roma e 103 nella sede di Milano, provenienti da oltre 50 Paesi del mondo. La rappresentanza più numerosa è italiana, con 90 giornalisti, seguono gli Stati Uniti con 47, la Germania con 42, la Francia e la Gran Bretagna con 25. Mentre per quanto riguarda le testate presenti è la Germania con 75 a fare l’andatura, seguono gli Stati Uniti con 62, la Gran Bretagna con 45 e la Francia con 36, ma non mancano periodici e quotidiani anche di Paesi come Taiwan, Lituania o Capo Verde. «Il ruolo operativo della sede della Stampa Estera, prima in via della Mercede e oggi in via dell’Umiltà, è cambiato negli anni – racconta Tobias Piller, presidente dell’Associazione e corrispondente del Frankfurter Allgemeine Zeitung – un tempo c’era bisogno di una redazione in cui trovare le telescriventi, oggi con internet si lavora da casa e la sede, pur restando un ufficio completo di ogni strumentazione, è divenuto un luogo di confronto con le istituzioni». Lo Stato italiano, infine, fin dai tempi del fascismo, mette a disposizione dell’Associazione le strutture e il personale interno.
La Stampa Estera ha anche un altro pregio: è lo specchio del nostro Paese nel mondo. E purtroppo la percezione dell’Italia fuori dai confini nazionali non è delle migliori. «L’instabilità politica italiana – racconta Ahmed Rafat, ex-corrispondente di El Tiempo e vicedirettore di Aki-Adnkronos – non viene compresa dai lettori stranieri», particolarità sottolineata anche da Rachel Donadio, del New York Times, secondo cui «il proliferare di piccoli partiti all’interno di una stessa coalizione è sconosciuto all’estero e da sempre una delle maggiori difficoltà dei corrispondenti consiste nello spiegare ai propri lettori come un sistema politico che solo di recente è divenuto bipolare, abbia potuto sopravvivere negli anni». In questo senso, l’epoca della Democrazia Cristiana ha costituito uno scoglio linguistico quasi insuperabile: «Le dinamiche del Pentapartito erano sconosciute agli svedesi – racconta Kristina Kappelin, del Dagens Industri – in Svezia c’è una maggiore linearità politica», mentre Ahmed Rafat aggiunge che anche in Spagna «un governo della ‘non-sfiducia’ era un’entità del tutto inedita». Ma ad apparire anomalo è soprattutto il sistema mediatico nostrano. «Spesso sembra che il Parlamento italiano si sia trasferito in televisione dove si esprimono molte opinioni ma pochi fatti – spiega il giornalista di Le Monde, Philip Ridet – e senza un fatto concreto non si può proporre un articolo al proprio giornale». Gli onorevoli italiani, aggiunge Donadio, «si preoccupano troppo di cosa dire davanti alle telecamere, tralasciando le problematiche concrete della politica. Ad esempio perché non si viene a capo della sconfitta subita dalla sinistra alle scorse elezioni?». I telegiornali, conclude la Kappelin, «riportano ogni singolo mal di pancia dei partiti, in Svezia questo non accade, la politica è molto meno spettacolare e anche più trasparente».
Un discorso a parte merita l’elezione di Silvio Berlusconi: «nel 1994 – spiega Richard Owen, del The Times – non fu facile spiegare ai lettori inglesi come avesse fatto un personaggio così potente a divenire presidente del Consiglio dei Ministri. Oggi – continua – tanta parte dell’immagine dell’Italia all’estero dipende proprio da Silvio Berlusconi».
La recente campagna elettorale per l’elezione del sindaco della Capitale, infine, non è stata vista di buon occhio: «Il censimento dei nomadi e alcuni temi inerenti la sicurezza – spiega Guy Dinmore, del Financial Times – hanno trasmesso un’immagine negativa della Capitale in Inghilterra. C’è diffidenza verso la città.». Mentre David Willey, della BBC, smorza le polemiche: «Roma è molto più sicura di Londra o Parigi». E poi c’è il tasto dolente dei servizi: «La città ha tratto grande beneficio dal Giubileo – dichiara Heuze Richard, di Le Figaro – ma deve snellire la burocrazia e migliorare i trasporti, altrimenti rischia di divenire la capitale del Terzo Mondo europeo». Ma è Rachel Donadio a sottolineare un dato conclusivo fondamentale: «Se prima Roma era un punto di partenza per gli emigranti, oggi è un punto di arrivo. Il problema semmai sono gli italiani che non riescono ancora ad accettare lo straniero».
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del Lazio il 19.11.08

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PIU’ LAUREATI PER LA «SECURITY»

La security aziendale apre le porte ai neolaureati. Nata negli anni Settanta per far fronte ad attentati di matrice terroristica contro strutture o manager delle aziende, questa corporate è stata da sempre appannaggio di un’élite ristretta, proveniente prevalentemente dalle forze dell’ordine.
Oggi la situazione è ben diversa. A spiegare come si sia evoluta la professione è Giuseppe Femìa, presidente dell’Associazione italiana professionisti della Security aziendale (Aipsa) e manager della Corporate security di Vodafone: «Dagli anni di piombo a oggi c’è stato un incremento delle competenze richieste a quanti si occupano di security. Non basta più assicurare l’integrità del personale e dei beni materiali ma è necessario far fronte ai rischi che possono coinvolgere anche i brevetti, le informazioni, l’immagine dell’azienda e i dati sensibili dei clienti». Basti pensare che Vodafone gestisce un bacino di oltre 30 milioni di utenti.
«Dal modello detto castel based, arroccato entro i confini dell’azienda – continua Femìa – si è passati a una security business oriented che ha aperto numerose possibilità di impiego a figure ben diverse da quelle assunte vent’anni fa: esperti di economia, finanza bancaria, informatica, giurisprudenza e sociologia». In sintesi: persone capaci di gestire il risk management e il crisis management. Dove il primo individua l’insieme di tecniche e azioni funzionali alla riduzione dei rischi per le aziende, e il secondo si occupa di prevenzione, gestione e recupero di situazioni dannose di qualsiasi genere.
Le competenze richieste ovviamente differiscono a seconda delle società. Mentre Vodafone punta su esperti in informatica con indirizzo prevenzione di frodi, Gucci richiede soprattutto laureati in giurisprudenza con indirizzo criminologico. Diverso è il caso di un’azienda come Eni, in cui operano «figure con skill internazionali – dicono da Eni – che sappiano valutare scenari geopolitici e siano capaci di intrattenere relazioni con l’estero».
Un settore caleidoscopico dunque che spazia dal diritto all’economia e alla finanza, come conferma Damiano Toselli, corporate manager della security di Telecom: «Oggi solo il 5-10% del personale che si occupa di sicurezza proviene dalle forze dell’ordine, la restante parte ha invece frequentato master o corsi di specializzazione come, ad esempio, quello dell’università Cattolica di Milano, per cui Telecom ha istituito una borsa di studio». E i numeri della security confermano le possibilità d’impiego: si va da un gruppo di 20 esperti per Gucci, ai circa cento di Vodafone, per arrivare agli oltre 150 di Telecom, se si calcola anche il comparto estero.
A regolare le competenze del manager aziendale di security, la norma Uni 10459 redatta nel 1995 dall’università Bocconi insieme ad Aipsa, Uni, Abi, Aipros, Confindustria e Confcommercio, che definisce le «funzioni e il profilo del professionista della security aziendale».
La tendenza delle imprese, inoltre, è di affiancarsi al lavoro delle università per formare figure professionali competenti sia nel business che nel managment, come spiega il professor Ernesto Savona, del Centro interuniversitario sulla criminalità transazionale (Transcrime) e coordinatore del biennio specialistico in Criminologia presso la facoltà di Sociologia dell’università Cattolica: «Ogni anno i contenuti dei corsi vengono aggiornati di concerto con le aziende che offrono poi la possibilità di effettuare anche esperienze di stage». Tra i partner Gucci, Telecom, Unicredit, Ibm, Gp Morgan, Pirelli, Finmeccanica ed Eni.
La formazione interna, tuttavia, esiste ed è ancora un passaggio obbligato sia per quanti vogliono aggiornarsi sia per quanti entrano per la prima volta in contatto con le tematiche della sicurezza, come confermano da Gucci: «La formazione e l’aggiornamento del personale di security sono permanenti e avvengono sia attraverso corsi specialistici esterni che interni, riguardanti soprattutto l’ambito tecnico e quello giuridico e procedurale».
Dall’Europa, infine, giunge un ulteriore input che potrebbe avere risvolti positivi per quanti mirano a entrare nel mercato della sicurezza aziendale. Nel giugno scorso è stata infatti approvata dalla Commissione Giustizia e Affari interni dell’Unione europea la direttiva che mira a individuare le infrastrutture critiche (reti elettriche, telefoniche, ferroviarie, navali, sanitarie,eccetera) presenti nei diversi Paesi dell’Unione, con l’obiettivo di migliorare la protezione di quei servizi essenziali per i cittadini e garantirne la corretta funzionalità a livello europeo.
EF
Pubblicato su Job 24 e su Il Sole 24 Ore del 03.11.08

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UNIVERSITA’: TASSE STABILI PER IL PUBBLICO, RINCARI NELLE STRUTTURE PRIVATE

Università e portafoglio per una volta sembrano andare d’accordo. Tra l’anno accademico 2007/2008 e quello che sta per iniziare, infatti, non si registrano variazioni di rilievo nei contributi studenteschi di quasi tutti gli atenei romani. Almeno in quelli pubblici. In attesa dei temuti rincari, l’anno prossimo, per i tagli previsti dal Governo.
La Sapienza, dove le facoltà sono divise in tre gruppi, ha fatto registrare una vera e propria rivoluzione nel sistema contributivo studentesco nel periodo 2006/2007: le fasce di reddito che determinavano l’importo delle tasse universitarie sono passate da 12 a 27 e la soglia oltre la quale scatta l’importo più alto è stata elevata da 66mila a 90mila euro, con un corrispondente adeguamento contributivo da 1.372 euro a 1.606 euro (2007/2008). Per il 2009, invece, le tasse sono sostanzialmente invariate, al netto dell’allineamento all’inflazione. Chi ha un reddito più alto (27esima fascia) pagherà una cifra compresa tra 1.633 e 1.754 euro, a seconda delle facoltà, con un rialzo medio di 30 euro rispetto al 2007/2008. Per la fascia di reddito più bassa, invece, sono previsti importi tra 462 e 482 euro. L’aumento medio in questo caso è inferiore a 10 euro e di appena 22 euro rispetto al 2006/2007. L’incidenza dei contributi degli studenti sul bilancio complessivo dell’università (circa 1 miliardo di euro), si aggira attorno al 10%.
Situazione invariata quest’anno anche a Tor Vergata, dove non si registrano variazioni se non per l’adeguamento all’inflazione. La forbice contributiva va da 403 euro annui per le lauree triennali e per i redditi inferiori a 14.462 euro, fino a un massimo di 1.348 euro per i redditi superiori a 60mila euro. Per le lauree specialistiche, invece, si arriva a 1.433 euro. Anche a Tor Vergata le tasse contribuiscono per il 10% circa al bilancio. Nessun cambiamento contributivo sostanziale neanche all’università di Roma Tre, dove per le lauree triennali è prevista una tassa minima di 365 euro e una massima di 1.462 euro nell’anno accademico 2008/2009. Per le specialistiche si arriva a 1492 euro.
Sul versante privato, invece, la Luiss ha aumentato di 300 euro la tassa per le immatricolazioni e per i fuori corso, senza modificare quelle degli anni intermedi. Per la laurea triennale in Economia, ad esempio, si spendono 6.900 euro di contributo unico al primo anno, 6.600 al secondo e 6.300 al terzo. Mentre per la magistrale si arriva a 7.800 euro l’anno. Le tasse universitarie costituiscono circa il 70% del bilancio dell’ateneo.
L’università Cattolica del Sacro Cuore, infine, fa registrare uno aumento delle tasse del 4% rispetto al 2007/2008. Anche in questo caso le fasce di reddito prevedono un minimo e un massimo. Prendendo in considerazione la facoltà a ciclo unico di medicina e chirurgia, la fascia più bassa paga circa 4mila euro, mentre quella più alta, arriva ad 8.130 euro. Le tasse degli studenti di tutte le facoltà (dato del 2006) influiscono in questo caso per il 54% sul bilancio dell’ateneo.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del Lazio il 29.10.08

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FORMEZ-UIL: DALLE REGIONI UN BILANCIO DI 212,3 MILIARDI DI EURO

Al federalismo fiscale e ai progetti di perequazione, le Regioni italiane rispondono con un fatturato complessivo previsto pari a 212,3 miliardi di euro per il 2008, una cifra equivalente al 43% del bilancio dello Stato. A fornire il dato è uno studio effettuato da Formez – Uil che ha analizzato il bilancio preventivo di tutte le regioni italiane. Per avere un quadro obiettivo della situazione è per necessario tener conto del forte peso che sui bilanci regionali hanno i Fondi strutturali europei (Feasr, Fse, Fesr) e soprattutto il Fondo per le aree sottosviluppate (Fas), assegnato per l’85% alle Regioni meridionali e solo per il 15% a quelle del Centro-Nord. Vista la percentuale della ripartizione, si intuisce facilmente come intere voci di bilancio vengano coperte dai fondi Ue. Soldi che, in molti casi, non vengono neanche spesi: nel 2008, infatti, sono oltre tre i miliardi elargiti nel periodo 2000-2006 e non ancora investiti. Le maggiori criticità di bilancio si registrano ancora una volta nelle regioni del Sud. Per far funzionare la macchina amministrativa e burocratica, ad esempio, nel Meridione si spende quasi il triplo rispetto al resto del Paese. Se nel Centro-Nord si impegnano appena 271 euro, al Sud la cifra sale a 787 euro per cittadino, a fronte di una media nazionale di 452 euro. Lo scenario cambia di poco se si vanno a calcolare le cifre destinate a sviluppo economico, trasporti, infrastrutture e ambiente: 791 euro pro capite al Sud, a fronte dei 664 del Centro-Nord e di una media nazionale di 707 euro. Una delle voci pi critiche dei bilanci regionali resta quella della sanità che assorbe, in media, oltre la metà della spesa totale e i due terzi della spesa corrente, 11 deficit maggiore si registra nel Lazio, Abruzzo, Campania e Sicilia. Sul fronte delle spese sanitarie la situazione è per capovolta: al Nord si registrano 2.094 euro pro capite, mentre al Sud solo 1.740, contro una media nazionale di 1.970 euro. L’Italia appare divisa anche quando si vanno a leggere i numeri relativi alle entrate. Dalle tasse regionali e dalla compartecipazione ai tributi statali, infatti, al Sud si incassano 1.881 euro a persona, mentre al Nord la cifra sale a 2.215 euro. Dati ancor pi allarmanti per il Mezzogiorno se si considera l’autonomia impositiva delle Regioni. Le Regioni del Sud, inoltre, usufruiscono del triplo dei trasferimenti provenienti dallo Stato e dall’Ue, rispetto al resto del Paese. Ad evidenziare che qualcosa non funziona, infine, ci sono le risorse stanziate dalle Regioni negli anni precedenti e non ancora spese: 834 euro pro capite al Sud, contro i 422 del resto del Paese.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 19.09.08, pagina 20

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ROMA: AMATO RINUNCIA ALLA COMMISSIONE

Non sarà Commissione Amato, sarà Commissione Marzano. È stato lo stesso ex presidente del Consiglio ad annunciare la sua rinuncia al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel corso di un incontro ieri sera al Campidoglio. E insieme, Amato e Alemanno, hanno individuato nell’attuale presidente del Cnel, Antonio Marzano, una figura istituzionale in grado di guidare la cosiddetta Commissione Attali per Roma, promossa dal Comune, dalla Provincia e dalla regione Lazio.
Amato, nel corso del faccia a faccia con il sindaco, durato circa un’ora e mezza, si è detto rammaricato per la decisione ma ha spiegato che le ultime polemiche, seguite ai giudizi espressi nei giorni scorsi da Alemanno sul fascismo, hanno dimostrato che con lui alla guida, la Commissione rischiava di diventare il parafulmine della diatriba politica nazionale, smarrendo il senso originario per cui era stata pensata.
Rammarico per la decisione di Amato è stato espresso in serata anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Mi dispiace – ha detto il premier – che abbia scelto di rinunciare. Non era una decisione da prendere, soprattutto da uno come lui che è sempre stato indipendente dal contorno della sinistra».
A fronte di numerosi auspici di conciliazione, la decisione di Amato era comunque nell’aria. Da giorni infatti circolavano nei corridoi della sede del Partito democratico indiscrezioni secondo cui un rifiuto da parte dell’ex premier veniva dato per certo. E le prese di posizione di uomini anche molto vicini a Veltroni, contrarie alla commissione, hanno reso l’operazione sempre più difficile.
Non è servito neanche il pressing di Alemanno, del vertice di An e dello stesso Fini, che nei giorni scorsi aveva invitato i giovani della destra a riconoscersi «nei valori dell’antifascismo». Seguito a stretto giro di posta dal sindaco di Roma che confermava le parole del presidente della Camera. L’ultimo tentativo chiarificatore Alemanno l’ha infine tentato ieri pomeriggio. Lasciando fuori dalla porta le polemiche politiche, il sindaco di Roma ha dichiarato che il nome di Amato era stato scelto «non in quanto politico di sinistra, visto che non ricopre più una posizione politica, ma per costruire una commissione che lasci spazio alla società civile, per elaborare strategie per lo sviluppo della città». E inutili sono state anche le – sempre meno – voci favorevoli provenienti dal centro-sinistra. Ad alzare il livello della polemica politica, infine, nel pomeriggio di ieri è intervenuto anche Massimo D’Alema che durante la festa provinciale del Pd di Modena è tornato sul nodo del giudizio storico sul fascismo. «Ciò che ha detto Fini è importante. Ma pur riconoscendo il valore delle sue affermazioni sul fascismo – ha proseguito l’ex ministro degli Esteri – si ha la sensazione che ogniqualvolta Fini prenda una posizione illuminata, lo faccia più a titolo personale che non come leader di una destra che non sembra molto influenzata dalle sue aperture». Prima ancora c’erano stati i duri attacchi al Governo e alla maggioranza da parte di Veltroni, durante la Summer School del Pd a Cortona.
A guidare la commissione dunque, una nomina istituzionale di alto livello, libera da qualsiasi possibile appiglio polemico di natura politica.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 16.09.08

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SEMPRE PIU’ STAGNANTE IL MERCATO DELLE AUTO USATE

Forse è per una questione di affetto, magari di status symbol, ma più probabilmente è la mancanza di concrete politiche di incentivi economici ad aver fatto crollare, in Italia, gli indici del mercato automobilistico dell’usato. Tutti sulla vecchia 500, sulla Panda o sulla storica Mini. Belle, ma inquinanti e poco sicure rispetto agli standard odierni. “La stagnazione del mercato automobilistico che si protrae ormai da diversi mesi – spiega il presidente dell’Aci, Enrico Gelpi – incide pesantemente sul processo di ammodernamento del parco veicolare italiano, oggi sempre più obsoleto. E un maggior numero di veicoli vecchi in circolazione ha effetti negativi sull’ambiente, sulla sicurezza stradale e sulle tasche degli automobilisti”.
Vista la generale crisi del settore delle quattro ruote, inoltre, un maggiore ricambio di autovetture contribuirebbe a mantenere in vita la produzione industriale che attualmente sta subendo una generale crisi di vendite. I minori consumi di carburante dei veicoli di ultima generazione, infine, avrebbero effetti positivi anche sul portafoglio degli automobilisti.
Dall’Aci, arrivano i numeri delle radiazioni dell’agosto 2008: meno 25% rispetto allo stesso mese del 2007 e meno 17% rispetto all’inizio dell’anno. In concreto sono state eliminati dalla circolazione 88.816 veicoli, contro i 119.082 dell’agosto 2007. Il maggior numero di radiazioni riguarda le automobili Euro0: 31,4% dall’inizio dell’anno. A seguire le Euro1 con il 29,4%, le Euro2 con il 23,9% e le Euro3 con il 12,6 per cento. Gli Euro4 invece fanno registrare appena il 2,7 per cento.

2008: RADIAZIONI AUTOVETTURE SECONDO LA CLASSE EURO (%)
GENNAIO FEBBRAIO MARZO APRILE MAGGIO GIUGNO LUGLIO AGOSTO TOTALE COMPLESSIVO
EURO 0 39,0 33,2 29,5 28,9 29,8 28,2 27,8 30,9 31,4
EURO 1 29,6 30,2 30,2 29,1 29,6 28,5 28,5 28,8 29,4
EURO 2 20,3 22,8 24,7 25,2 25,0 25,7 25,8 23,5 23,9
EURO 3 8,9 11,6 13,2 13,5 13,0 14,3 14,7 13,9 12,6
EURO 4 2,2 2,2 2,3 3,3 2,6 3,3 3,2 3,0 2,7
Fonte: ACI – Automobile Club d’Italia

Si contrae, infine, anche il mercato dell’auto usata: l’acquisto di automobili di seconda mano ha fatto segnare un meno 18,2% ad agosto. In pratica, ogni 100 autovetture nuove, ne sono state vendute 161 usate. Dall’inizio dell’anno la flessione è stata del 2,2 per cento.

DUE E QUATTRO RUOTE AD AGOSTO
Radiazioni Passaggi di proprietà
AGO ’07 AGO ’08 % AGO ’07 AGO ’08 %
Auto 119.082 88.816 – 25,4 179.494 146.754 – 18,2
Moto 6.389 6.255 – 2,1 39.994 36.169 – 9,6
Tutti i veicoli 135.474 103.537 – 23,6 248.033 205.576 – 17,1
Fonte: ACI – Automobile Club d’Italia

EF

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 11.09.08

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VIA A SALVALARTE: IN BICI ALLA SCOPERTA DELLE OPERE DIMENTICATE

Ama l’arte, non sopporta la superficialità, gli piace pedalare. Con buona probabilità è questo il ritratto di uno dei tanti ciclisti che, dal 4 settembre prossimo, si unirà alla picaresca carovana su due ruote di “Salvalarte”, organizzata da Legambiente e dalla Federazione italiana amici della bicicletta (Fiab), per riscoprire i tesori dimenticati del nostro Paese. Il viaggio durerà due mesi, toccherà 17 Regioni italiane in un itinerario di 3.460 chilometri e riscoprirà ben 39 opere d’arte scordati dal turismo di massa. Dal tempio di Ercole Curino a Sulmona (Aq), alla cripta rupestre del Sole a Matera, dalla casa di Vincenzo Monti ad Alfonsine (Ra) al tempio di Paulonia a Monasterace (Rc). Tutto lo Stivale, insomma, o quasi. In bici o in treno.

Scopo del viaggio però non è solo la riscoperta di tesori fin troppo nascosti, ma anche la segnalazione di ulteriori opere d’arte “da salvare” e il monitoraggio degli effetti dello smog nei musei. Un turismo in slowmotion che focalizza la propria attenzione sia sull’oggetto della visita ma anche sulle condizioni ambientali in viene ospitato e di cui spesso risente.

A confermare lo spirito di questa iniziativa è Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente: «Con Salvalarte vogliamo restituire ai luoghi il protagonismo che meritano e promuovere nello stesso tempo una forma di turismo dolce, a basso impatto ambientale». Tutte le tappe di questo tour artistico-scientifico sono pubblicate nella guida “Gioielli ritrovati”, realizzata da Legambiente.
Con la carovana di Salvalarte viaggiano infine anche due mostre, l’una di spirito opposto all’altra, ma che insieme trasmettono lo spirito dell’iniziativa: “I nemici dell’arte”, rivolta alle scuole e mirata a spiegare gli effetti dello smog sui monumenti e “Lartesalvata” che racconta i casi di recupero più emblematici.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 03.09.09

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PUGLIA, I CLANDESTINI SOTTO IL SOLE

Per una cassa di primizie da 350 chili un bracciante clandestino o in nero guadagna 3,50 euro, 4 nei casi migliori. Si arriva a 20 euro se il pagamento è giornaliero. Per il trasporto nei campi, invece, la tariffa corrisposta ai caporali può raggiungere l’euro a persona per chilometro. È questa l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione italiana: quella irregolare. Lo scenario che ogni anno si ripete, dai primi mesi dell’estate all’autunno, nel Tavoliere delle Puglie, dove la raccolta dei pomodori e la vendemmia attirano un vero e proprio esercito di clandestini, richiedenti asilo o lavoratori in nero.
Secondo i dati dell’ultimo rapporto di Medici senza frontiere (Msf) – «Una stagione all’inferno» – la zona più critica è la provincia di Foggia: l’84% dei braccianti irregolari incontrati nei campi vive in casolari abbandonati, il 79% non ha accesso all’acqua, il 93% non ha riscaldamento mentre il 73% non può usufruire di servizi igienico sanitari. «Dietro le quinte di questo sfruttamento – spiega Antonella De Benedittis, coordinatrice di Oasi2, una delle prime comunità a mappare il fenomeno – non c’è un’unica regia. Il dato certo è che nessuno può operare come caporale senza il consenso delle organizzazioni criminali locali».
L’altro punto critico è di carattere giuridico. L’articolo 13 della legge n.228/03 e l’articolo 18 del Testo Unico per l’immigrazione tutelano le persone vittime di tratta finalizzata allo sfruttamento. «Ma può accadere che restino inapplicati e che il clandestino che denuncia una situazione di sfruttamento venga espulso», spiega Antonio Nappi, tra i responsabili del progetto della Regione Puglia «Città Invisibili» che insieme all’Unità di Strada (UdS) di Oasi2 e alcune associazioni di Bari e Foggia, offre assistenza a quanti lavorano nei campi. Tutto dipende dal contenuto delle denunce, poche e spesso prive di elementi utili alle indagini.
Per rispondere all’emergenza del lavoro sommerso, la Regione Puglia ha messo in atto diversi progetti. Si va dalle navette a disposizione degli imprenditori per bypassare i caporali, agli sportelli informativi mobili, alla creazione di un voucher per prestazioni di lavoro occasionali, mirato a fare emergere il lavoro sommerso che secondo Msf coinvolge l’88% degli stagionali.
L’organizzazione ha inoltre predisposto punti mobili di assistenza sanitaria in coordinamento con la Regione Puglia. «Le malattie più diffuse tra i lavoratori clandestini – spiega Antonio Virgilio, responsabile per il progetto “Stagionali” di Msf – sono principalmente dovute alle condizioni di vita e di lavoro in cui vengono tenuti. Si va da infezioni delle vie respiratorie a gastroenteriti e lombosciatalgie».
Per definire un quadro completo dell’illegalità ci vorranno anni, come conferma Antonio Nappi: «I clandestini vengono spostati per evitarne il riconoscimento in modo che l’Uds spesso riesce solo ad avere un contatto superficiale con i braccianti». E i dati forniti dagli operatori di Oasi2 confermano il turn over messo in atto dai caporali: nel primo semestre del 2008, il 40% delle oltre 300 persone incontrate è risultato essere vittima di sfruttamento lavorativo e, di questi, il 63% risultava contattato per la prima volta. In estate questi dati aumentano
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 01.09.08

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E SCOPPIA LA WEB-CORSA ALLE COMPETENZE

La riforma della scuola infiamma la blogosfera. E tutti – insegnanti, studenti e genitori – hanno iniziato a dare i voti al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, dedicandole addirittura una «Gelminoteca», una sorta di piccola antologia on line di passaggi dedicati alla scuola.
Oltre ai dubbi su «che fine faranno gli insegnanti quando arriverà il docente unico», fa discutere l’introduzione dell’educazione civica. Il forum del portale OrizzonteScuola.it, ad esempio, dedica un ampio spazio alle perplessità dei docenti sul futuro di questo insegnamento. Non si contesta il provvedimento, accolto con generale favore dai partecipanti, quanto il metodo: chi la insegnerà? Questione di competenze insomma.
In discussione è il passaggio del Dl in cui si afferma che la materia denominata “Cittadinanza e Costituzione” (ex educazione civica) sarà introdotta «nell’ambito delle aree storico–geografica e storico–sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse». La risposta dei professori internauti è immediata: «Mi chiedo – scrive un docente – perchè ci sia tanta riluttanza nell’ammettere che un laureato in giurisprudenza abbia più competenze di altri nell’insegnare la materia». Ma i pareri non sono unanimi: «Ai miei tempi l’educazione civica era insegnata dai docenti di italiano e storia», si legge in un post di replica. Il nodo incrocia anche con le risorse, che per la scuola sono state appena tagliate. E alla fine spunta, immancabile, anche una lettera di uno dei partecipanti al forum. Si chiede al ministro di affidare la “nuova” materia agli insegnanti di diritto ed economia: «altrimenti si correrebbe il serio rischio che tale importante proposta venga di fatto sminuita e privata di valore – si legge – nel momento in cui la scelta di chi avrà il compito di avvicinare i ragazzi ai temi della legalità e della cittadinanza responsabile, dovesse ricadere su docenti che, per loro formazione, non hanno le necessarie conoscenze contenutistiche e metodologiche delle scienze giuridiche». La data è quella di ieri, all’indomani del Consiglio dei ministri. Immancabili anche i genitori, prime su tutti le madri, a far sentire la loro voce sul voto in condotta. «Una bocciatura per un 5 in condotta – si legge su Pianetamamma.com – credo che li farebbe riflettere». E poi: «Speriamo che questo ritorno all’antico dia più autorevolezza alla scuola».
Poche discussioni, invece, su uno dei siti di riferimento più linkati del web, il portale Tuttoscuola.com. Qui è possibile scaricare corposi dossier relativi ad ogni singolo provvedimento proposto dalla Gelmini. Ma niente forum.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 30.08.08 (pagina 2) e sul sito Il Sole 24 Ore

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LE MEDAGLIE? APPESE ALLA DIVISA

Le medaglie degli italiani a Pechino non sono tutte uguali. Almeno nelle Forze armate. Se infatti il Coni prevede riconoscimenti in denaro identici per tutti i vincitori, lo stesso non accade nella Polizia o nelle componenti militari, che con l’altoatesino Alex Schwazer (Carabinieri) e con Mauro Sarmiento (Esercito), proprio ieri hanno conquistato rispettivamente l’oro nella 50km di marcia e l’argento nel Taekwondo. Bronzo invece per le Fiamme Oro nel pugilato e per le Fiamme Gialle nel Kayak.
Al ritorno in patria, però, alcuni di loro potrebbero ottenere una promozione proprio grazie alle medaglie vinte, mentre per altri potrebbe arrivare un encomio o un elogio. La situazione, insomma, è tutt’altro che omogenea e in pratica ogni arma decide autonomamente. Ma forse non tutto è perduto. Dallo Stato Maggiore della Difesa fanno infatti sapere che è allo studio un progetto per uniformare proprio l’assegnazione delle onorificenze. Il provvedimento interesserebbe le quattro Forze Armate e la Guardia di Finanza.
Per ora i più fortunati sono gli atleti della Guardia Forestale, un oro e un bronzo a Pechino: l’avanzamento di carriera è automatico. «Il regolamento interno prevede in qualsiasi caso uno scatto di grado – spiega Maurizio De Marco, ispettore superiore del Gruppo Sportivo Forestale – quando questo non è possibile c’è comunque un aumento dello stipendio». A decidere è la Commissione Ricompense, la stessa che, dopo l’oro conquistato a Pechino nel tiro al volo, promuoverà Chiara Cainero ad agente scelto.
Stessa sorte toccò alla pluripremiata Giovanna Trillini, alle spalle altre tre olimpiadi e numerose medaglie nel fioretto, promossa invece da agente scelto ad assistente. Dopo il bronzo di Pechino 2008, però, la Trillini potrebbe ricevere un aumento di stipendio poiché il regolamento non prevede ulteriori scatti di carriera per il grado di Ispettore, che si può ottenere solo per concorso interno.
Anche nelle Fiamme Azzurre della Polizia penitenziaria – due medaglie ai giochi di Pechino – la promozione viene quasi sempre riconosciuta ma non può ripetersi per più di tre volte in carriera.
Dell’agente Valentina Vezzali – in forza alla Polizia di Stato, oro e bronzo nella scherma – si occuperà invece l’Ufficio Centrale per le Ricompense che, su proposta del questore, decide se assegnare eventuali encomi, scatti di carriera o aumenti nello stipendio.
Il caso della Vezzali ricalca quello della Trillini. Oro ai Giochi Olimpici di Atene e prima ancora a quelli di Sidney, era stata da poco promossa da agente scelto ad assistente e nel 2005 venne deciso un aumento di stipendio poiché non si poteva assegnare un’ulteriore promozione, non essendo ancora trascorsi tre anni dall’ultimo avanzamento di grado. L’assegnazione di un riconoscimento però non è automatica ma dipende dalla carriera sportiva e professionale del singolo atleta. A oggi le medaglie conquistate dalle Fiamme Oro sono sette.
Nella Guardia di Finanza, invece, ai vincitori di medaglie olimpiche – sette fino ad ora – encomi solenni ed elogi sono il riconoscimento più frequente e vengono assegnati direttamente dal Comandante Generale. La promozione è invece un riconoscimento più raro. «Le procedure sono regolate dal Dl 199/95 – spiegano dalle Fiamme Gialle – e può accadere che un oro venga promosso e un argento no. Nessun premio è automatico». Tra quanti hanno ottenuto lo scatto di carriera c’è Antonio Rossi che con Pechino 2008 ha annunciato di voler concludere la sua esperienza olimpica. Nel 2005 venne promosso da vicebrigadiere a brigadiere dopo l’argento conquistato nel kayak ad Atene 2004.
I Carabinieri, invece, non prevedono per ora particolari riconoscimenti interni – eventualmente regolati dal Dl 198/95 – per le otto medaglie conquistate dagli atleti dell’Arma ai Giochi olimpici cinesi e si rifà ai premi attribuiti dal Coni.
Per quanto riguarda le Forze Armate – in tutto otto medaglie a Pechino tra Esercito, Marina e Aeronautica – il decreto legge 196/95 prevede per gli atleti «l’avanzamento straordinario per meriti eccezionali». Ma anche qui si decide caso per caso. Oltre agli encomi e agli elogi, infine, la Commissione può assegnare un riconoscimento dal sapore antico: la Croce al Merito.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 23.08.08, pagina 10

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SPIAGGE, LA FRENATA DEI CANONI

A dieci anni dalla regionalizzazione del comparto turistico balneare e 12 mesi dopo i nuovi criteri stabiliti dalla Finanziaria 2007, quella dei canoni demaniali marittimi è una partita tutt’altro che chiusa. Con le Regioni che non si sono adeguate, gli stabilimenti che hanno visto aumentare i canoni ma non sempre nella misura prevista dalle legge e i consumatori che ne hanno pagato le conseguenze trovandosi di fronte a prezzi finali più elevati. Una situazione che ha spinto la magistratura contabile a indagare.
Eppure la finanziaria 2007 parlava chiaro. Ogni stabilimento deve versare al demanio una cifra corrispondente alla sua categoria di valenza turistica: la A rappresenta quella più alta, mentre la B quella più bassa. A scegliere dovevano essere le Regioni. Già dal 1998, infatti, un decreto del ministro dei Traposti e della navigazione (Dm 5 agosto 1998, numero 342) impone alle Giunte di adottare uno specifico provvedimento per suddividere gli stabilimenti in base alla valenza turistica.
A oggi, nessun territorio si è adeguato. E, dunque, tutti gli stabilimenti hanno scelto la fascia B. Risultato: i canoni, determinati in base ai metri quadrati di superficie di spiaggia e alle strutture di proprietà dello stabilimento, hanno subito una forte impennata nel 2007 a fronte di una rideterminazione delle fasce di valenza turistica. Ma, da allora, non sono stati più ritoccati, se non in relazione all’indice di inflazione.
Secondo i dati forniti dal Sindacato italiano balneari (Sib)-Confcommercio, il proprietario di uno stabilimento di Santa Margherita Ligure che nel 2006 pagava un canone di 8.769,06 euro annui, l’anno dopo ha versato allo Stato 148.292,11 euro, pari alla cifra prevista dalla categoria B. Un incremento del 1.591% che avrebbe potuto raggiungere un’entità ancora più elevata. Nella categoria A, infatti, l’importo dovuto al demanio sarebbe stato pari a 150.949,74 euro (segnando un rialzo del 1621,39% rispetto al 2006). Lo stesso si dica per uno stabilimento di Ostia dove si è passati dai 17.491 euro del 2006 ai 165.636,61 euro (+846,98%) dello scorso anno. Anche in questo caso, la fascia A avrebbe garantito un introito per le casse dello Stato pari a 177.054,22 euro (+912,26%).
A causa del vuoto normativo lasciato dalle Regioni, però, tutti gli stabilimenti sono rientrati nella categoria di valenza turistica più bassa, pur ospitando servizi e strutture differenti. Questo nonostante i canoni giornalieri al metro quadro delle spiagge italiane siano sostanzialmente identici. Secondo i dati forniti dall’ufficio del Demanio, infatti, uno stabilimento come il Kursaal di Ostia (Roma) paga un canone giornaliero di 0,00378 euro al mq. Lo stesso accade a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dove il Lido Mediterraneo versa allo Stato 0,00378 per ogni metro quadrato di spiaggia.
Proprio i servizi sono un altro punto cruciale della vicenda. Per far fronte agli aumenti dei canoni dovuti, «spesso gli esercenti balneari affidano in concessione a terzi i servizi presenti nella struttura – ha spiegato Angelo Bonelli, che per i Verdi si è occupato di monitorare la situazione delle spiagge italiane – in modo da recuperare quanto versato al demanio». Consentendo ai gestori di fare affari d’oro, come spiega lo stesso Bonelli: «Uno stabilimento balneare può arrivare a guadagnare 4 o 5 milioni di euro l’anno. Quindi le spese sostenute per il canone nel 2007 dovrebbero già essere state ampiamente recuperate durante la scorsa stagione».
Sulla questione canoni, intanto, Fiamme Gialle e Corte dei Conti, hanno iniziato a muoversi. Un’indagine sul litorale della Versilia ha recentemente accertato un danno all’erario di oltre 14 milioni di euro di arretrati e la Corte dei Conti potrebbe adesso richiedere alla Regione il pagamento della somma.
Dal momento che tutte le spiagge del Belpaese si trovano in una situazione di non regolarità rispetto alle categorie di valenza turistica, le indagini potrebbero coinvolgere il resto delle regioni italiane. Del resto, prima della Toscana, i magistrati contabili avevano battuto cassa alla Regione Lazio. Che è stata costretta a pagare 400mila euro di danno erariale stimato dai giudici per non aver operato una distinzione degli stabilmenti in base alle categorie previste dalla normativa. E da qui alla fine dell’estate, anche i magistrati del resto d’Italia potrebbero decidere che dieci anni di ritardo nell’adeguamento sono ormai davvero troppi.
EF e Laura Squillaci
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15.08.08

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FAMIGLIA CRISTIANA, IL VATICANO FRENA

Arriva la precisazione del Vaticano su Famiglia Cristiana. Dopo le polemiche per l’editoriale a firma di Beppe Del Colle, in cui si paventava il rischio che nella politica italiana tornasse «sotto altre forme» il fascismo, è giunto ieri un chiarimento inevitabile dalla Santa sede. «Il settimanale Famiglia cristiana – ha dichiarato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi – è una testata importante della realtà cattolica ma non ha titolo per esprimere né la linea della Santa sede né quella della Conferenza episcopale italiana. Le sue posizioni – continua il comunicato – sono reponsabilità esclusiva della sua direzione».
Dal settimanale paolino bocche cucite. Tutto è affidato alle parole del direttore, don Antonio Sciortino: «Non ci sentiamo sconfessati. La dichiarazione di padre Lombardi è formalmente correttissima. Noi come Famiglia cristiana ci muoviamo in perfetta sintonia con il magistero della Chiesa e della dottrina sociale». E a difesa della redazione dichiara: «Non ci siamo mai sognati di rappresentare ufficialmente la Santa sede, che ha un suo organo di stampa che è l’Osservatore romano, né la Cei, che ha l’Avvenire». Don Sciortino ricorda poi le numerose battaglie, condivise in questi anni proprio con la Santa sede e il Magistero della Chiesa, in materia di difesa della vita, del matrimonio e del valore della famiglia. Eppure mai, in precedenza, anche in caso di sferzanti giudizi sull’agire politico da parte del settimanale, si era verificata una presa di posizione da parte del Vaticano.
Sul caso Famiglia cristiana silenzio da parte dei due maggiori quotidiani cattolici. L’Osservatore romano ieri non pubblicava neanche una riga sull’accaduto, mentre l’Avvenire dedicava alla vicenda appena un box nella pagina politica.
Dopo la nota di padre Federico Lombardi, anche i paolini sono di poche parole. Don Ampelio Crema, Superiore per la provincia Italia della Società San Paolo, conferma al Sole-24 Ore che «in questo momento è necessario non gettare altra benzina sul fuoco. Il dato certo – continua – è che stiamo subendo una lampante strumentalizzazione. Titoli come “Il Vaticano boccia Famiglia Cristiana” non sono assolutamente veritieri e mi domando per quale motivo si prendano di mira alcuni editoriali del nostro giornale e non altri. Abbiamo sempre cercato di non schierarci – conclude – come in passato hanno dimostrato alcuni articoli critici anche sul Pd». I rapporti con la Santa sede e con la Cei, sottolinea don Ampelio, «sono ottimi. Continuiamo a condividere numerose iniziative».
La nota vaticana ha riacceso il dibattito nel mondo politico. Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi – ieri in visita presso una comunità di recupero e chiamato in causa proprio dall’editoriale di Beppe Del Colle – le politiche sociali adottate dal Governo rappresentano «la risposta migliore a chi vuole confondere questa maggioranza con esperienze storiche che con la nostra ispirazione cristiana nulla hanno a che spartire».
Per il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, invece, le parole di padre Federico Lombardi «sono una sconfessione che vale mille volte di più di una vittoria processuale per gli insulti subiti». Per il vicepresidente del Pdl alla Camera, Maurizio Lupi, le critiche del periodico paolino «sono frutto di un pregiudizio».
Diametralmente opposta l’opinione del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, secondo cui le critiche verso Famiglia cristiana sono «la nuova linea di un fascismo moderno».
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 15.08.08

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PER LEGGERE L’ARTICOLO SU FAMIGLIA CRISTIANA APPARSO SUL SOLE 24 ORE IL 14.08.08, DAL TITOLO “SPERIAMO NON RINASCA IL FASCISMO”, CLICCA QUI

EF

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ANCHE IMMOBILI E TV NEL GRUPPO SAN PAOLO

Radio, televisioni, periodici, società immobiliari e di comunicazione in Italia e all’estero. Queste le attività principali del Gruppo San Paolo, cui fa riferimento «Famiglia cristiana», una holding costituita nel gennaio 2007 che fa capo alla Società San Paolo (ente morale) ma ha il suo fulcro nell’Editoriale San Paolo (Esp), nel cui Cda sono stati riuniti tutti i direttori generali della holding. Il perché lo spiega l’amministratore unico, don Vito Fracchiolla: «L’obiettivo è creare un sistema di comunicazione multimediale unificato e coordinare le politiche d’impresa». La holding coinvolge le società italiane del Gruppo, sia nel comparto logistico che editoriale. Come specifica lo stesso Fracchiolla, ne fanno parte «le Edizioni San Paolo – che in origine lavoravano insieme alle “Edizioni paoline” delle Figlie di San Paolo, divenute dal ’91 una realtà del tutto indipendente – che si occupano della parte relativa ai libri». C’è poi la Saie editrice, attiva invece nella vendita porta a porta di grandi opere, c’è la Diffusione San Paolo, che si occupa della distribuzione presso le librerie e, soprattutto, c’è la Periodici San Paolo. È quest’ultima la società che pubblica le maggiori testate del Gruppo: oltre a Famiglia cristiana, Letture, Jesus, Vita pastorale, Famiglia oggi, La domenica, il Giornalino e G-Baby. I ricavi della Periodici in un anno (2006-2007) sono scesi da 94,9 a 85 milioni di euro, mentre il disavanzo è passato da 1,7 a 2,8 milioni di euro. Forse anche a causa di questi numeri, le redazioni locali sono state smantellate e tutte le attività giornalistiche sono state concentrate a Milano. Dedicata alla pubblicazione di periodici sono anche la San Paul International e la stessa capogruppo Società San Paolo che dà alle stampe, tra gli altri, “Paulus”, rivista dedicata all’anno paolino in corso. Nella holding rientrano anche due televisioni, Telenova e Telesubalpina – gestite direttamente dalla Multimedia San Paolo – e un’emittente radiofonica, Radio Marconi, partecipata al 55% con la diocesi di Milano. A queste società se ne aggiungono altre che non operano però nell’ambito della comunicazione: due immobiliari – la Consolata e Immobiliare Andorno, entrambe a Torino – e una società che gestisce una tenuta agricola nel territorio di Roma. La Spics Srl, invece, attiva nella ricerca e nello sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche è in liquidazione. Esterna alla holding, infine, la Sasp che gestisce le attività all’estero, con partecipazioni superiori al 50% in altre tre società immobiliari e di comunicazione in Spagna, Canada e Francia ed è di competenza della Casa generalizia. Coordinato da don Silvio Sassi, il Gruppo San Paolo ha varcato i confini nazionali, con filiali in 28 Paesi del mondo.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 13.08.08

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NEL 2016 IN ITALIA CI SARANNO 1.650 «CITTA’ FANTASMA»

Recentemente negli Stati Uniti in 300 si sono messi in fila per comprare l’intera città di Whites City, nel New Mexico. Valore commerciale circa 5 milioni dollari e una particolarità: è una ghost town, una città fantasma. Qualche casa, un paio di alberghi, negozi, un ufficio postale e poco altro. Ma non accade solo in America. Secondo il rapporto «1996/2006 – Eccellenze e ghost town nell’Italia dei piccoli comuni», diffuso oggi da Confcommercio-Legambiente, 1.650 città rischiano di diventare città fantasma da qui a otto anni a causa di un fenomeno di desertificazione definito «disagio abitativo». Inoltre 4.395 comuni verseranno in condizioni disagiate. La causa? Mancanza di servizi alle persone e alle imprese, basso tasso di natalità e immigrazione, incapacità ad attrarre nuovi capitali.
Secondo il rapporto, le future ghost town costituiscono un quinto dei comuni italiani, pari a un sesto del territorio nazionale. Vi risiede, almeno per ora, il 4,2% della popolazione, con 560mila residenti over 65, il 20% in più rispetto alla media italiana. Poche possibilità di un impiego lavorativo, poca fluidità sociale. A confermare questa tendenza sono anche i dati relativi all’immigrazione: nelle 4.395 potenziali città fantasma risiede appena il 4,6% degli stranieri presenti sul territorio nazionale, che preferiscono invece metropoli più favorevoli dal punto di vista lavorativo. Qui è anche critica la situazione scolastica: in soli sette anni, il numero degli alunni delle scuole materne è passato dal 15,3% del totale nazionale al 9,6 per cento.
Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, il rapporto «descrive un Paese a diverse velocità, in cui chi è in ritardo non recupera». Per Sangalli «quella delle eccellenze è una nicchia che fortunatamente ancora contribuisce allo sviluppo delle economie locali». Per Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato del Pd, per uscire dalla crisi è quindi necessario che le istituzioni considerino «i comuni con meno di 5mila abitanti non un’eredità del passato ma protagonisti del futuro del Paese».
L’economia dei piccoli centri appare quindi sostanzialmente ferma e legata al sistema produttivo primario: i depositi bancari sono pari a 20,2 miliardi di euro – appena il 2,9% degli oltre 690 miliardi del totale nazionale – e vi si registra il 24,3% delle partite Iva agricole. «Ogni contribuente – spiega il rapporto – traduce in reddito 68 euro contro i 100 della media nazionale». Dal punto di vista turistico la situazione non è migliore: l’affluenza è pari al 6,8% del totale nazionale.
Ben lontane dal pericolo desertificazione, invece, le amministrazioni di 2.048 comuni – quasi tutti nelle zone della Pianura Padana, nel Nord Est e nelle regioni centrale di Marche, Toscana e Umbria – che negli anni hanno realizzato “decentramenti produttivi” in grado di sfruttare al meglio le potenzialità territoriali, consentendo una maggiore diffusione del benessere. In testa c’è l’Emilia Romagna, con il 51,4% di comuni “eccellenti”, seguono Lombardia, Piemonte e Veneto. All’ultimo posto la Basilicata, con un solo comune “virtuoso”. Questa parte di Italia fa registrare il 22% delle denominazioni certificate (Dop e Igt) e con 119.202 aziende si colloca al primo posto in Europa.
EF
Pubblicato su Il Sole24 Ore il 06.08.08

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COMMEMORAZIONE STRAGE DI BOLOGNA
Più che temuti erano attesi. I fischi in occasione del ventottesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna – 85 morti e 218 feriti – non sono mancati. All’indirizzo del sindaco della città, Sergio Cofferati, prima, rivolti al ministro per l’attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi, poi, proprio mentre una parte della piazza decideva di abbandonare la celebrazione.
Sul palco, la scena è stata ben diversa. Dopo le polemiche seguite al forfait del Guardasigilli, Angelino Alfano, e alle dichiarazioni dell’assessore bolognese Libero Mancuso – secondo cui Rotondi era un «ministro incolore» –, ieri le istituzioni sono apparse unite e ferme nel proposito di accertare la verità. «Nessuno terrà chiusi, se vi sono, gli armadi della vergogna – ha dichiarato il ministro – e se vi sono fatti nuovi non saranno sicuramente tenuti a margine». Rotondi ha poi promesso l’impegno del Governo per dare seguito alla legge sui risarcimenti alle vittime del terrorismo e al provvedimento che rimuove il Segreto di Stato.
In merito alle sentenze che hanno condannato gli esecutori della strage (Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, alla prima è stata sospesa la pena da sette anni per “maternità”, il secondo vive in “regime di lavoro esterno”) senza mai individuare i mandanti, il sindaco Cofferati ha dichiarato che «il tentativo di riscrivere la storia non è un’azione di revisionismo ma un’azione strumentale volta a trarre vantaggi di breve respiro nel rapporto e nella dialettica tra la politica e le forze che la rappresentano ai giorni nostri».
Difende le sentenze anche Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime della strage: «Anni di indagini e processi hanno permesso di individuare le responsabilità dei neofascisti, della loggia massonica P2 e del Sismi, coinvolti a vari livelli nella strage e alleati per occultarne i retroscena».
Secondo il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, «occorre coltivare il dovere della memoria», definita «fondamentale per le nuove generazioni» anche dal presidente del Senato, Renato Schifani. È tornato a parlare della necessità di «dissolvere le zone d’ombra» sui fatti di Bologna anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, mentre il premier, Silvio Berlusconi, ha assicurato che «il governo tiene alta la guardia contro il riemergere di vecchie minacce e contro l’aggressività delle nuove».
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 03.08.08, pagina 10

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BONIVER: “UNA BANCA DATI UNIFICATA PER GLI STRANIERI”

La creazione di una banca dati generale unica sulla presenza degli stranieri in Italia, una conferenza che illustri le nuove tecniche di rilevazione biometrica per l’identificazione, la visita di una delegazione parlamentare presso il campo profughi di Aden, nello Yemen. Queste le proposte che l’onorevole Margherita Boniver presenterà a settembre al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di cui ha assunto la presidenza.
«Il nostro sarà un organo consultivo che affiancherà il governo in materia di leggi sull’immigrazione – ha dichiarato la Boniver –. Una delle prime proposte che farò ai membri del Comitato sarà la creazione di una banca dati unificata, gestita dal Viminale, sulla presenza degli stranieri nel nostro Paese. Il limite attuale – ha continuato – è che le rilevazioni vengono eseguite da organismi diversi e questo impedisce di avere una panoramica del fenomeno».
Secondo la Boniver, inoltre, «il trattato di Schegen non va rinegoziato ma è necessario rimeditarlo alla luce dei nuovi impegni in materia di lotta all’immigrazione clandestina che gli Stati europei hanno in agenda. Se ben governata – ha concluso – l’immigrazione è una risorsa preziosa per qualsiasi Paese».
Tra le proposte anche la visita di una delegazione parlamentare presso il campo profughi di Aden «per far sì che i colleghi si rendano conto delle condizioni di vita di questa gente».
Le recenti critiche europee all’Italia sul censimento dei nomadi, infine, secondo la Boniver «sono venute da politici di sinistra che banchettano sul danno d’immagine causato all’Italia. Sul fronte interno si è trattato di un disastro comunicativo del governo».
EF
Pubblicato su Il Sole24Ore del 02.08.08, pagina 12

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GLI SCONTRI AL G8 DI GENOVA: IL PM “ALLA DIAZ FU UN MASSACRO”

«È stato un massacro», queste le parole con cui il pubblico ministero Francesco Cardona Albini ha definito, durante la requisitoria nel processo per i fatti del G8 di Genova, l’irruzione delle forze di Polizia nei locali della scuola Diaz. Cardona ha ricordato i numerosi filmati, le testimonianze e i documenti che dimostrerebbero come l’intera operazione delle forze dell’ordine sarebbe stata decisa e condotta in modo del tutto arbitrario e privo di qualsiasi giustificazione di ordine pubblico.
«Non ci fu lancio di oggetti – ha sostenuto Cardona Albini – né è stata ritrovata alcuna prova della presenza di armi all’interno della scuola». Il riferimento è alle due bottiglie molotov ritrovate nei locali della Diaz e di cui, secondo l’accusa, sarebbe stata accertata «la provenienza esterna». Alla prova dei fatti non reggerebbe neanche l’ipotesi difensiva di «un’origine pregressa» delle ferite riscontrate sui manifestanti. La mole di immagini e documentazione medica prodotta dalle 98 vittime del pestaggio smentirebbe quanto sostenuto dai legali degli agenti, provando invece che all’interno della scuola «non c’erano né armi, né bastoni o oggetti contundenti come quelli visti durante gli scontri con i black block».
L’irruzione nella scuola di via Cesare Battisti viene descritta dal Pm come un vero e proprio assalto: gli agenti hanno prima sfondato il portone centrale e poi sono entrati da un ingresso secondario. E all’irruzione avrebbero assistito anche gli imputati Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, all’epoca rispettivamente direttore dello Sco e vicedirettore dell’Ucigos e oggi ai vertici di antiterrorismo e servizi segreti.
L’elenco delle accuse a carico dei 29 indagati è lungo quasi quanto quello delle ferite dei manifestanti. Si va dalla perquisizione arbitraria alla calunnia, dal falso alle lesioni e alla violenza privata, per finire con il porto illegale di armi da guerra, unico reato che sarebbe ancora perseguibile se verrà approvato il decreto “blocca-processi”. I pubblici ministeri Cardona Albini ed Enrico Zucca, torneranno a parlare in aula il 9 e il 10 luglio prossimi, mentre il 17 settembre sarà il turno delle parti civili.
EF
Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 05.07.08

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