Il Fatto quotidiano

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TUTTE LE SAKINEH DEL MONDO ISLAMICO

Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarà lapidata. Almeno per ora. La notizia è stata comunicata ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano che ha assicurato: “Il verdetto riguardo la vicenda di tradimento extraconiugale è stato bloccato e sottoposto a revisione”. L’annuncio è arrivato a poche ore dall’approvazione di una risoluzione dell’Europarlamento: la risoluzione “condanna fortemente la sentenza di morte per lapidazione di Sanikeh e ribadisce che, indipendentemente dai fatti, una condanna a morte per lapidazione non può mai essere accettata o giustificata”. L’Europa ha chiesto quindi “una revisione del caso”.

Stesso discorso per gli altri prigionieri rinchiusi nelle carceri iraniane, tra questi la cittadina con doppia nazionalità, olandese e iraniana, Zahara Bahrami, imprigionata in dicembre con l’accusa di aver agito contro la sicurezza nazionale e il 18enne Ebrahim Hamidi, accusato di sodomia. Per la Bahrami gli europarlamentari hanno anche fatto appello all’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, affinché sollevi il caso presso le autorità iraniane.

Dall’Africa all’Asia,una pratica diffusa
L’Iran non è però l’unico Stato nel mondo a prevedere la lapidazione. Secondo Amnesty International questa condanna è prevista anche in Paesi quali l’Arabia Saudita, il Pakistan, il Sudan, la Nigeria, la Libia e la provincia di Aceh in Indonesia, dove è stata reintrodotta lo scorso anno. Sono inoltre giunte notizie di singole esecuzioni per lapidazione dall’Afghanistan e dalla Somalia.

“In paesi con governi centrali deboli – spiega Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty – esistono sistemi di giustizia informali o secondari, consigli tribali che puniscono presunti reati di adulterio con la lapidazione, al di fuori di qualunque procedura giudiziaria”. E Paolo Branca, docente docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sottolinea come la pratica della lapidazione dipenda anche “dal regime e dall’uso propagandistico che viene fatto della religione”. “La stessa schiavitù – prosegue Branca – è prevista dal Corano, come del resto dalla Bibbia, perché era una condizione normale nell’antichità ma oggi nessuno la mette in pratica e per fortuna ci sono moltissimi Paesi in cui la pena della lapidazione non viene più comminata da tempo”. Tra questi, l’Egitto e la Libia.

La questione però, non è solo “di regime”. “Si parla di Sharia e di legge islamica – sottolinea Branca – ma una codificazione universale di tale legge non esiste. Nel Corano non c’è alcun versetto sulla lapidazione, intesa come punizione per l’adulterio o la fornicazione, si parla semmai di fustigazione. Ad introdurre la lapidazione è stato il secondo califfo Umar”. Nel mondo islamico, spiega Roberta Aluffi, docente di Sistemi giuridici comparati presso università di Torino, “c’è stata una forte reislamizzazione negli anni 70 che ha coinvolto anche la vita quotidiana delle persone, attraverso una riemersione di simboli islamici come il velo per le donne. L’impressione, comunque, è che questo processo vada attenuandosi e, almeno a livello ufficiale, non ha coinvolto in modo uguale tutti i Paesi musulmani”.

Il ritorno al futuro integralista

L’ultima lapidazione di cui è giunta notizia, riferisce Amnesty, è avvenuta in Afghanistan nell’agosto scorso – la prima dalla caduta del mullah Omar nel 2001 – e ha coinvolto una coppia uccisa a colpi di pietra da un gruppo locale di talebani. “In Afghanistan – spiega Aluffi – esiste un diritto dello Stato ma ha un’applicazione minima. L’Italia ha contribuito a redigere il codice di Procedura penale afghano che appositamente non prevede norme sulla pena capitale. Questo diritto, però, fa fatica ad essere applicato nell’insieme del territorio”.

C’è poi tutta la questione dell’arbitrarietà dovuta alle contaminazioni da parte delle tradizioni locali. In Paesi come la Somalia o in alcune zone dell’India, infatti, la punizione della donna viene spesso affidata a consigli tribali che comminano pene capitali in modo del tutto arbitrario, in molti casi senza tener conto della legge coranica. “I delitti d’onore – aggiunge Noury – fanno decine di vittime ogni anno: alle donne viene dato fuoco, le si istiga al suicidio o le si uccide a colpi di pietra”. Ed è stato il caso di una bambina somala di appena tredici anni, Aisha Ibrahim Duhulow, uccisa a sassate da cinquanta uomini dopo aver subito uno stupro nel 2008. Dopo aver denunciato la violenza alla locale milizia, è stata giudicata colpevole di adulterio da una corte islamica e lapidata in uno stadio, davanti a un migliaio di spettatori.

di Erica Balduzzi ed Emilio Fabio Torsello

Da Il Fatto Quotidiano del 9 settembre 2010

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BEIRUT, ITALIA: TRENT’ANNI SENZA VERITA’

“Il Copasir ha sollecitato il governo e i Servizi segreti a portare avanti relazioni utili con i Servizi libanesi e con le persone che all’epoca vi ricoprivano cariche di responsabilità, per ottenere qualsiasi informazione utile” sul sequestro e l’omicidio dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni. In occasione del trentennale della scomparsa dei due cronisti, rapiti a Beirut il 2 settembre del 1980 mentre indagavano sul traffico internazionale di armi verso l’Italia e mai più ritrovati, il presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), Massimo D’Alema, ha rassicurato le famiglie circa l’impegno delle istituzioni a far luce su una vicenda che racchiude lo spirito grigio dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta. La riforma del Segreto di Stato, ha concluso D’Alema, “definisce il principio della trasparenza dopo trent’anni ma ancora mancano i regolamenti attuativi”.

Alla memoria dei due giornalisti, il comune di Roma ha deciso di intitolare due viali di villa Gordiani, un’iniziativa che restituisce la visibilità per anni negata alla vicenda. Depistaggi, false speranze e infine il piombo del Segreto di Stato imposto nel 1984, la scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni ha faticato a raggiungere le prime pagine dei giornali, spazzata via anche dallo scandalo della loggia massonica P2, esploso a pochi mesi dal rapimento dei due giornalisti.

A TRENT’ANNI di distanza, però, qualcosa sembra muoversi. L’11 settembre del 2009, su iniziativa del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, viene sollecitata la rimozione del Segreto di Stato. A seguire la vicenda è l’allora presidente del Copasir, Francesco Rutelli: il governo permette ai familiari dei due giornalisti di accedere a 1.240 documenti, mentre ne tiene segreti altri. “Sono per la maggior parte atti – spiega Giancarlo De Palo, fratello di Graziella – che per ora non possono essere divulgati”. E proprio il divieto di divulgare le carte e farne copia, resta uno dei limiti più pesanti per l’accertamento della verità. “Il risultato pur positivo di aver preso visione dei documenti – ha dichiarato Fabio De Palo, l’altro fratello di Graziella – è stato vanificato dall’impossibilità di farne copia e quindi di confrontarli con altri atti. Questa mancanza rende solo formale l’accesso ai documenti”. “La commemorazione – ha dichiarato Aldo Toni, fratello di Italo – lascia tanta incompiutezza: trent’anni sono la vita di una persona e per tutto questo tempo abbiamo vissuto nell’ansia”. “La nostra è stata un’odissea senza Itaca”, aggiunge Giancarlo che ha impegnato l’intera vita nella ricerca della verità. Prima al fianco delle autorità italiane poi, quando si è reso conto che la verità ufficiale era ben diversa da quella che andava emergendo, in solitaria.

NEL 1981 ho incontrato Arafat – racconta – poco dopo che, nel febbraio dello stesso anno, ci era stata comunicata dal governo italiano, nella persona di Arnaldo Forlani, la notizia secondo cui Graziella e Italo erano in mano ai Falangisti a Beirut Est, una zona in cui non sarebbero mai potuti andare in quanto privi di visto. A questa pista non ho mai creduto ma ci venne ripetuta anche da Arafat. A quel punto ebbi la certezza che Graziella era stata assassinata dall’Olp”. La manovra del governo italiano, secondo Giancarlo De Palo, era chiara: “si voleva dare la colpa ai Falangisti per allontanare ogni sospetto dall’Olp con cui il nostro Paese aveva accordi e su cui, a oggi (si deciderà se rimuoverlo il 31 dicembre, ndr), ancora vige il Segreto di Stato”.

EF

Pubblicato sul Fatto quotidiano il 3.09.2010

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