Il volto «disonorevole» delle mafie (al Nord), intervista a Giulio Cavalli

Pubblicato: novembre 26, 2010 in Società
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Ha 33 anni, è un attore ed è sotto scorta dal 2008. La mafia – la ‘Ndrangheta – non gradisce gli attacchi che lancia dal palco, le verità che racconta al pubblico di quel Nord dove per molti ancora vale il ritornello: «qui la mafia non esiste». E non gradisce nemmeno quei suoi modi dissacratori di scarnificare la meschinità e la pochezza intellettuale e umana di boss e guappi mafiosiGiulio Cavalli, autore  del volume “Nomi, Cognomi e Infami”, per i tipi Verdenero, racconta a Diritto di Critica quale sia lo “stato” e le collusioni della mafia in Lombardia e nel Nord Italia, quali i lati più disonorevoli della criminalità organizzata e qualeimmagine di sé riescano ancora oggi a trasmettere i boss a media e popolazione. Non ultimo, il sorriso beffardo di Antonio Iovine, al momento della cattura.

Giulio, perché mettere in scena una realtà cruda come quella della criminalità organizzata?

Quando finalmente sono riuscito ad avere un pubblico a disposizione – essere ascoltati è uno dei privilegi migliori che possano capitare nella vita – ho deciso di mettere in scena non una memoria “commemorata” ma “esercitata” e quindi di raccontare storie contemporanee. Al di là degli spettacoli sulla mafia, ho portato sul palco rappresentazioni sul disastro aereo di Linate del 2001, sul G8, sul turismo sessuale minorile, in modo da raccontare eventi o circostanze che ancora andavano chiarite. Ho preferito questo tipo di teatro alle rappresentazioni più classiche che sono meno presenti sulla pelle e nella coscienza.

C’è un modello teatrale a cui ti ispiri?

Come formazione vengo dalla commedia dell’Arte e dell’Arlecchino che usa la risata come un’arma e come forma di attacco. Agli spettacoli sulla criminalità organizzata sono arrivato dopo aver conosciuto Rosario Crocetta e Giovanni Impastato, con loro ho riflettuto sulla risata come mezzo per raccontare la cronaca, il presente e il fenomeno mafioso. Come precedente, infatti, c’era l’esempio di Peppino Impastato (fondatore di Radio Aut, ndr) che rischiava però di restare un’icona e di non essere ripreso. In quel periodo, era il 2006, le figure di Totò Riina e di Bernardo Provenzano erano al massimo del loro mito negativo e criminale ed era necessario rovesciare la visuale, banalizzarli per attaccarli.

Esiste un lato disonorevole della mafia?

Non uno ma moltissimi. Dal punto di vista culturale e della bellezza sono sconfitti, si tratta di persone subculturate che in una società diversa da quella criminale non otterrebbero rispetto nemmeno durante una riunione di condominio. Più li si guarda da vicino, nelle loro storture e nella medievalità dei riti di iniziazione e dei rapporti interni alle organizzazioni, più ci si rende conto che non possono decidere la vita politica di questo Paese e che per farlo hanno bisogno di sponde importanti.

Eppure il loro mito ancora attrae molti giovani.

Non sono loro che attraggono ma la prospettiva di successo che la malavita sa dare di sé. Il fatto che le mafie riescano a offrire opportunità di carriera e lavoro migliori di quanto offra lo Stato legale: è il grosso limite di chi governa questo Paese. Se poi andiamo a guardare il tipo di soddisfazione e di realizzazione che intendeva uno come Totò Riina, il boss diceva sempre: “mangiare carne, comandare carne e cavalcare carne”. Quello della fascinazione mafiosa è un problema che lo Stato deve risolvere. Il dato angosciante è che una democrazia con sessant’anni di storia alle spalle diventi meno credibile di quattro boss e dei loro guappi all’interno di un territorio.

La mafia viene spesso negata dalle istituzioni, lo stesso prefetto di Milano l’anno scorso ha dichiarato che nel capoluogo la mafia non esiste. Queste esternazioni dipendono dalla consapevolezza di una mancanza di mezzi per combattere la criminalità organizzata o piuttosto per conservarsi puliti sul piano politico?

Il problema è che ormai il linguaggio della politica mira alla fascinazione ed è attento alla proiezione che dà di sé piuttosto che ai contenuti. In questa nuova politica che opera per marketing, dunque, è inevitabile che nessuno vuole avere il colletto della camicia sporco della macchiolina di sugo della mafia. Il nostro è un Paese che negli ultimi anni ha scavalcato i problemi piuttosto che farsene carico e ha sempre premiato i “professionisti del non avere problemi”: il dirigente o il dipendente perfetto in Italia è quello che ha la bravura, la fortuna o l’omertà di non far avere problemi ai propri collaboratori. La mafia, invece, è un problema puzzolente e viscido che per essere affrontato ha bisogno di qualcuno che, indossando gli stivaloni da agricoltore e imbracciando la vanga, ci entri dentro.

Al Nord, in particolare, si tratta della stessa negazione del 1983 di Paolo Pillitteri, dei 150 sequestri passati inosservati tra il 1974 e il 1983 in Lombardia. È lo stesso negazionismo che finge di non sapere che i funerali di Giorgio Ambrosoli furono tra i più deserti degli ultimi quarant’anni.  La ciclicità della criminalità che ogni volta riesce a reinventarsi è prevedibile ma la ciclicità dell’idiozia dei buoni è un qualcosa che lascia desolati: sembra la memoria del pesciolino rosso che raggiunge appena i trenta secondi. La cosa a cui pochi fanno caso sono i cognomi delle famiglie mafiose presenti al Nord, sempre le stesse da molti anni: i Piromalli, i Barbaro, i Papalia.

A livello politico, anche Maroni nega qualsiasi coinvolgimento di esponenti della Lega in indagini riguardanti fatti di mafia al Nord. Si può davvero dire che la criminalità organizzata non abbia mai interagito con esponenti della Lega?

Che non abbia mai interagito è falsissimo. Al Nord il negazionismo permette di avere una trasversalità di corruttibilità. C’è poi da dire che mafia e Stato fanno lo stesso “lavoro” e se riescono a convivere nello stesso territorio è perché la criminalità riesce a fare ottimi affari con i funzionari pubblici e con la politica. La mafia viene al Nord per nascondere soldi dove ci sono moltissimi altri capitali così si notano meno ma anche perché sa bene che qui c’è una coscienza che definirei mesozoica del fenomeno mafioso e permette di prendere alla sprovvista i funzionari pubblici. La Lega è uno dei partiti che comandano questa regione e sicuramente interloquisce, se sia collusa lo dirà la Storia. La Lega tra l’altro ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cosentino e Maroni dovrà arrestare altri mille Iovine prima di poter lavare la macchia di Cosentino.

Cosa pensi della tempistica con cui è stato arrestato Antonio Iovine?

L’operazione ha avuto tempi molto televisivi.

Prima hai citato la risata come arma, che ne pensi del sorriso di Iovine davanti a fotografi e telecamere al momento dell’arresto?

Il problema è sempre quello: si continuano a dipingere come eroici personaggi che di eroico non hanno niente. Quello di Iovine, in fondo, è lo stesso sorriso di Riina che interrogato rispondeva di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra. Nel momento in cui i mafiosi vengono arrestati, devono lasciare in vita un cordone ombelicale che sia credibile davanti agli occhi di tutti i loro guappi. La loro uscita di scena, quindi, ha sempre questi miti e queste modalità. Basti pensare a Bernardo Provenzano: è stata fatta passare l’immagine del boss che stringeva la mano all’uomo della catturandi dicendo “Complimenti” ma, a fronte di questo borotalco smerciato la sera nei tiggì, nessuno ha raccontato che Provenzano aveva con sé i biscotti senza zucchero, la pasta senza glutine perché era un vecchietto prostatico che ascoltava le musiche del Padrino.

Che percezione hai del tuo pubblico e della percezione del fenomeno mafioso al Nord?

Il federalismo più pericoloso del Nord non è quello politico ma quello della responsabilità. Oggi al Nord c’è un profondo fossato – e per ora non vedo ponti in grado di unire le due sponde – che divide quanti sono convinti di avere una responsabilità civile limitata al proprio pianerottolo e altri – ma sono tanti – che combattono e si impegnano. Mi capita spesso di andare nelle scuole lombarde e in queste occasioni penso ad una differenza generazionale fondamentale: io la mafia ho dovuto studiarla anche per una forma di legittima difesa, gli studenti di oggi, invece, imparano a conoscerla fin da bambini e hanno l’occasione di sentir parlare di criminalità e antimafia. Le generazioni precedenti, invece, non hanno mai parlato dei sequestri di persona, dell’esistenza della cocaina e dell’eroina. Oggi, a differenza dei decenni passati, c’è un esercito giovane e consapevole che spero un giorno possa spazzare via “gli altri”. A quel punto si potrà dire chiaramente quanto si continua a negare al Nord: non sapere è collusione.

EF

Scritto per Diritto di Critica

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