Nelle carceri laziali 1.700 detenuti in più

Pubblicato: novembre 12, 2010 in Società
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Sovraffollate, in alcuni casivecchie e con poco personale. È questa la condizione delle 14 carceri laziali, che complessivamente ospitano 6.396 detenuti(secondoi dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia al 1˚novembre): oltre 1.700 in più della capienza regolamentare (4.661 posti), rispettata solo a Rieti e Civitavecchia. Una situazione che, a soli quattro anni dall’indulto, rischia di scoppiare, in mancanza di soluzioni a breve termine. Eppure in regione ci sono strutture come i penitenziari di Rieti eVelletri (si veda l’articolo a pagina 22) con interi padiglioni che per mancanza di personale restano inutilizzati e potrebbero migliorare di molto la qualità della vita dei carcerati.

Tra i penitenziari della capitale più sovraffollati, Rebibbia nuovo complesso (1.686 detenuti a fronte di una capienza prevista di 1.218 posti), il più grande del Lazio, diretto da Carmelo Cantone, e ReginaCoeli( 1.080detenutiafronte di 724 posti).Aquesto si aggiunge, oltre alle carenze di organico tra gli agenti di polizia penitenziaria (sivedal’articoloapagina23), l’età delle strutture che pregiudica in molti casi il corretto svolgimento delle attività per la riabilitazione previste per i detenuti. «Carceri come quelle di Latina, Regina Coeli o Cassino – spiega Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio – sono vecchie e la mancanza di spazi non consente di svolgere le attività di recupero. In questi penitenziari scontare la pena è ancora più pesante. Spesso – aggiunge Marroni – ci si dimentica dell’ articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere “in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È evidente che questo principio in molti casi non viene rispettato ». Migliore, su questo fronte, la situazione in altre carceri sul territorio. Nel nuovo complesso di Rebibbia i detenuti sono impegnati in programmi di recupero come la collaborazione a un progetto con la società autostrade per il rilevamento delle multe e la gestione di un call center. A Velletri invece vengono svolte attività agricole. E tra i nodi ancora irrisolti spicca la questione dei fondi per il comparto penitenziario: «La riduzione – sottolinea il Garante – ormai ha toccato il 30per cento».

Un’emergenza, quella delle carceri che, secondo Rita Bernardini, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, membro della Commissione Giustizia «da quando è stata denunciata dal Governo, a livello nazionale non ha prodotto alcun cambiamento. Il Lazio staleggermentemegliorispetto ad altre regioni per quel che riguarda il sovraffollamento: non si registrano picchi come per l’Ucciardone o Poggioreale,masi tratta semplicemente di gradazioni diverse di disperazione». Rispetto a chi vive al di fuori delle carceri, però, in tutta Italia i detenuti si suicidano con una frequenza maggiore. Dall’inizio del 2010, nelle carceri laziali si sono tolte la vita tre persone. «Si suicidano – spiega Marroni – soprattutto i nuovi arrivati e quanti sono reclusi lontano da casa». A incidere sulla tendenza al suicidio, secondo il Garante, tre fattori: il sovraffollamento, la debolezza psichica e il principio della territorialità della pena spesso non rispettato.«Chi arriva perla prima volta –sottolinea Marroni– subisce un impatto emotivo forte, e poiché c’è una forte carenza di educatori e psicologi, spesso cade nella disperazione. Con il sovraffollamento, inoltre, idetenuti sono sparpagliati da un carcere all’altro e la sensazione è di abbandono». Ad essere trasferiti sono soprattutto gli stranieri, per i quali il principio di territorialità non vale. E resta il nodo delle morti in carcere, al centro della cronaca negli ultimi mesi, come quella di Stefano Cucchi e Simone La Penna, quest’ultimo trasferito da Viterbo al centro clinico di Regina Coeli e morto il 25 novembre 2009. «In questo caso io avrei suggerito i domiciliari – prosegue Marroni – dal momento che il ragazzo aveva una famiglia. La Penna venne invece giudicato compatibile con il carcere». Secondo quanto risulta al Garante, era invece «affetto da una forma di anoressia nervosa fin da prima del suo arresto».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore “Roma” il 10.11.2010

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