«Il patrimonio artistico è responsabilità di tutti». Intervista ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani

Pubblicato: ottobre 25, 2010 in Società
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Intervista ad Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, «una struttura che lavora con quasi 5 milioni di visitatori all’anno e 620 dipendenti».

«Gli italiani e non il singolo governo dovrebbero assumersi la responsabilità del patrimonio artistico nazionale». Parola di Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani e una vita dedicata all’arte: è stato infatti soprintendente a Venezia, Verona, Mantova e a Firenze per il Polo museale fiorentino. 

Cosa significa dirigere i Musei Vaticani?
Sono i musei più belli al mondo, i più complessi, i più affascinanti. Devo confessare che mi sto divertendo moltissimo poiché per chi fa il mio mestiere non esistono fatica né ripetitività ma, al contrario, stupore ed emozione quotidiani. Dirigere i Musei Vaticani significa guidare una struttura che lavora – uso apposta questo termine industriale – con quasi cinque milioni di visitatori all’anno e con 620 dipendenti tra custodi, restauratori e amministratori. È una macchina complessa e affascinante.

Perché si parla di Musei Vaticani al plurale?
A questa domanda quasi tutti rispondono: “perché c’è la Cappella Sisitina”. In realtà, i Musei Vaticani si nominano al plurale perché comprendono le Stanze di Raffaello, la Pinacoteca, il Lapidario, il Museo etrusco e il Museo egizio. C’è perfino il Museo etnografico che espone e spiega le culture extraeuropee: dagli indiani d’America agli aborigeni d’Australia.

In Italia si lamenta la carenza cronica di fondi per la tutela dell’arte e della cultura, come venirne fuori?
Il patrimonio artistico italiano è talmente sterminato che nessun ministro e governo potrà mai essere adeguato ai costi di manutenzione e valorizzazione che questo patrimonio comporta. Gli stessi italiani che hanno prodotto i capolavori esposti nelle nostre città e nelle nostre chiese dovrebbero assumersi la responsabilità delle opere d’arte. È assurdo pensare che un governo, di qualunque colore politico, possa provvedere da solo alla cura di un patrimonio così sterminato.

Parliamo del rapporto tra i giovani e l’arte: l’invasione della tecnologia sta compromettendo l’occhio e la sensibilità dei ragazzi nei confronti della bellezza?
I giovani d’oggi sono come i giovani del mio tempo: hanno bisogno di maestri, di gente che insegni loro a gettare via il telefonino e a usare gli occhi, la miglior macchina fotografica a colori di cui disponiamo. Il problema in realtà non è la tecnologia, ma il fatto che maestri di questo tipo purtroppo oggi scarseggiano.

EF

Pubblicato su RomaSette.it il 25.10.2010

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