Teatro, cinema e follia: intervista ad Ascanio Celestini

Pubblicato: ottobre 19, 2010 in Società
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Attore di strada e di teatro, Ascanio Celestini è approdato al cinema con un lavoro sui manicomi dal titolo “La Pecora nera”. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare gli esordi della sua carriera teatrale e per capire se, come recita il detto popolare, sia vero che “i matti non esistono”.

Come nasce la tua passione per il teatro?

Ho iniziato a fare teatro all’università, grazie anche al mio interesse per l’antropologia: studiavo lettere e volevo fare il giornalista ma seguivo soprattutto i corsi di storia delle religioni, delle tradizioni popolari e di etnologia. Nelle leggende che studiavo c’erano molte delle storie che da bambino avevo ascoltato raccontare da mia nonna e si trattava soprattutto di storie di streghe: apparentemente erano fiabe di magia ma a me venivano raccontate come vicende vere.

La fiaba come specchio della realtà.

Nella mia famiglia c’era una tradizione secondo la quale il bisnonno di mia nonna aveva catturato una strega e per questo eravamo al sicuro dalle fatture per sette generazioni. C’era poi una modalità particolare nel raccontare queste storie di donne che, dal punto di vista di mia nonna, erano a modo loro emancipate. La strega-donna-emancipata non era un soggetto politico, non si tagliava i capelli, non indossava i pantaloni ma si rendeva libera all’interno della tradizione: cucinava come le altre donne ma preparando pozioni magiche, non era oggetto ma soggetto sessuale, cuciva non vestiti ma fatture. Si trattava, quindi, di un’emancipazione molto concreta che mia nonna ritrovava raccontando queste vicende.

Quali sono stati i primi passi sul palco?

Per fare teatro dovevo frequentare una scuola che me lo insegnasse, cosa che ho fatto per pochi mesi perché poco dopo l’istituto ha chiuso. A quel punto, nel 1995, ho iniziato a recitare con la compagnia del Monte Vaso, un posto tra Pisa e Livorno, dove facevo teatro di strada. Tre anni dopo sono tornato a Roma per fare il servizio civile e ho iniziato a lavorare da solo: prima ho messo in scena “Baccalà”, un racconto che spesso avevo proposto anche in strada, poi “Cicoria”, spettacolo realizzato insieme all’attore Gaetano Ventriglia. Nel 1999 ho proseguito con “Vita morte e miracoli” e nel 2000 con “Radio clandestina”.

Nelle sale cinematografiche adesso c’è il tuo film “La pecora nera”. Da dove nasce l’idea di raccontare i manicomi e la follia?

Nel 2002 ho iniziato a fare interviste negli ex ospedali psichiatrici in giro per l’Italia, con l’idea di raccogliere storie sulla fine dei manicomi, chiusi dopo la legge 180 del 1978. L’intero processo di smobilitazione delle strutture in realtà è durato vent’anni e alcuni piccoli reparti ancora sopravvivono. Con la legge 180 venne sancito che il manicomio era un’istituzione criminale. Detto questo, esistono tutt’ora strutture private, l’elettroshock è ancora considerata una terapia, la contenzione fisica esiste. Anche i manicomi criminali esistono ancora ma hanno cambiato nome, si chiamano Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), in Italia ce ne sono cinque.

E gli psicofarmaci?

Gli psicofarmaci sono usciti dai manicomi perché sono stati superati molti effetti collaterali e sono diventati dei normalizzatori della vita quotidiana.

Le persone con un disagio psichico oggi come vengono considerate dalla società?

Negli anni Sessanta e Settanta c’era lo slogan “i matti non esistono” perché il matto era considerato un rivoluzionario e come tale doveva essere riportato con le sue contraddizioni all’interno della società. Anche oggi possiamo dire che “i matti non esistono”, ma nel senso che non c’è una persona che possa definirsi esclusivamente matta, ammesso che sia così chiara come malattia. E per capire quanto sia labile il concetto di “malato”, basta pensare alla calvizie: fino a qualche tempo fa si cercava di curarla in tutti i modi possibili e di coprirla con parrucchini di ogni tipo, oggi ci sono persone che invece si rasano a zero. C’è dunque una percezione della malattia che produce il disagio. Prendiamo il caso dei tumori: nel senso comune quasi non vengono considerati patologie ma sventure individuali eppure, se si va a guardare il numero di quanti ogni anno muoiono di cancro, la si potrebbe definire una vera e propria epidemia, ben più seria delle varie Sars, influenze aviarie e suine. Ogni malattia, dunque, ha un modo proprio di essere vissuta e soprattutto percepita all’interno della società.

EF

Pubblicato su Roma Sette.it il 19.10.2010

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