Graziella De Palo e Italo Toni, due cronisti sacrificati in nome della “ragion di Stato”

Pubblicato: settembre 1, 2010 in Inchieste, Società
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A trent’anni dal sequestro e dall’omicidio di Graziella De Palo e Italo Toni, rapiti il 2 settembre 1980 a Beirut (Libano) e mai più tornati a casa, ho intervistato Gian Paolo Pelizzaro, giornalista che a lungo si è occupato della vicenda. Graziella scriveva per Paese Sera mentre Italo collaborava con l’Astrolabio. Entrambi esperti di Medio Oriente, si erano occupati in passato del traffico di armi che dal Libano giungeva in Italia. Proprio questa loro attenzione sarebbe la chiave, secondo Pelizzaro, per capire il vero motivo del rapimento dei due giornalisti.

Gian Paolo Pelizzaro, della scomparsa di Graziella De Palo e di Italo Toni si è sempre parlato e scritto poco, al punto che oggi la loro vicenda è quasi del tutto sconosciuta. Si è trattato di una mancata attenzione mediatica o c’è stata una volontà di mettere la sordina al rapimento dei due cronisti?

Questa vicenda è semisconosciuta perché per anni la cosiddetta “ragion di Stato” ha determinato una situazione per la quale due cittadini italiani, di cui una romana, sparirono in Medio Oriente e in Italia ci si comportò come se nulla fosse accaduto. La vicenda è stata tecnicamente insabbiata a più livelli e le famiglie sono  state tenute in un Purgatorio dal quale non sono riuscite a uscire neanche dopo trent’anni. Il loro rapimento e la loro soppressione – i due giornalisti sono stati assassinati, non liberati – sono stati sottratti dal contesto nel quale erano maturati poiché la contestualizzazione avrebbe svelato l’antefatto a tutta la vicenda: il traffico internazionale di armi da guerra dal Libano verso l’Italia, accertato negli anni da diverse procure italiane. Questo traffico vide coinvolto il vertice dell’organizzazione palestinese in Italia e determinò uno spartiacque a livello di rapporti con il nostro Paese.

In cosa consistevano questi equilibri internazionali?

Fino al novembre 1979, i rapporti tra le autorità italiane e la dirigenza palestinese sono stati abbastanza saldi: ai secondi veniva garantita una sorta di impunità non scritta in alcun codice, in cambio di un impegno a non portare la guerra in casa nostra. Questo lodo è stato “violato” con la vicenda del sequestro dei  lanciamissili Sam-7 “Strela” ad Ortona e l’arresto a Bologna del capo della struttura clandestina del Fronte Popolare di George Habbash, Abu Anzeh Saleh, condannato poi a sette anni di reclusione.

Perché rapire due giornalisti?

Italo e Graziella si sono trovati nell’epicentro di questa crisi. In poche parole, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Se c’era un luogo in cui non andare nell’agosto del 1980, questo era proprio Beirut e il Libano. Da qui, inoltre, iniziarono a partire anche i primi depistaggi sulla strage di Bologna.

Graziella era una giornalista con un fiuto straordinario e lavorava da mesi proprio sul traffico internazionale di armi. L’oggetto della sua inchiesta è l’anello di congiunzione di questi tre eventi: i missili Sam-7 “Strela” di Ortona, la strage di Bologna e la scomparsa dei due giornalisti. La connessione mi è risultata evidente dopo aver letto la comunicazione di un ambasciatore italiano (in Libano, ndr) che in un atto ufficiale alla Farnesina mise in correlazione proprio questi tre eventi. Il sequestro di Graziella e Italo, dunque, venne tecnicamente rimosso dal contesto in cui si era verificato perché quel tassello rischiava di svelare gli accordi segreti con il nostro Paese.

L’Italia dell’epoca, inoltre, non era in grado di avviare un’indagine a tutto tondo nei confronti della dirigenza palestinese che – stiamo parlando del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) – godeva di coperture da parte della Libia che non dovevano essere portate alla luce. In quel momento storico, inoltre, i rapporti tra la dirigenza palestinese e alcuni apparati dei Servizi dell’Est non potevano essere minacciati dall’Italia. Il nostro Paese, quindi, ha scelto il male minore, minimizzando e soprattutto cercando in tutti i modi di non far mettere in relazione la presenza dei due giornalisti a Beirut con il traffico delle armi. C’erano equilibri internazionali che non potevano essere compromessi.

Apriamo una parentesi sulla strage di Bologna: come sarebbe avvenuto il depistaggio dal Libano?

Per quel che riguarda Bologna, non bisogna fare confusione con l’altra pista di indagine, quella “libanese”, su cui da anni si agitano storici ed esperti. Quest’ipotesi d’indagine venne determinata a tavolino per dirottare l’attenzione degli investigatori dal Fronte popolare di liberazione della Palestina alla fazione opposta delle destre maronite legate a Israele, i Falangisti. In questo modo, le indagini sarebbero comunque arrivate a Beirut dove però avrebbero preso una strada diversa: invece di portare gli investigatori verso il Fplp che doveva essere tutelato e protetto per evitare una guerra sul territorio italiano, bisognava dirottare l’attenzione della magistratura sulla fazione appoggiata da Israele e quindi dagli americani. Questa pista nacque nel settembre del 1980 per iniziativa di una giornalista dell’epoca che era collaboratrice del Servizio segreto militare italiano nonché una militante della causa palestinese legata o sposata con un alto dirigente dell’organizzazione (Fplp). Abu Ayad, intervistato da questa cronista, disse che la strage di Bologna era nata nei campi delle destre maronite dove venivano addestrati i terroristi di destra francesi, tedeschi e italiani. Per avere un’idea del livello dal quale partì il depistaggio è sufficiente andare a ricostruire chi era e qual era il ruolo di Ayad all’interno di Fatah.

La famiglia De Palo ritiene che Graziella non sia stata uccisa subito.

Sono convinto che in una prima fase del sequestro questa ipotesi possa essere stata anche vera. È plausibile, invece,  che Italo sia stato assassinato subito perché sospettato di essere una spia, sulla base di un’informazione giunta ai siriani – che all’epoca avevano in carico la sicurezza della dirigenza palestinese – direttamente da Roma. Gli stessi siriani che avevano pagato il volo di Graziella e Italo, imbarcati su un aereo della Syrian Arab Airlines.

Sono stati pedinati fin dalla partenza…

Certo. Sono convinto – e l’ho detto anche in televisione senza mai essere smentito – che da Roma partì la soffiata secondo cui Italo Toni poteva essere una spia. Questa informazione, passata ai siriani, si è trasformata in una condanna a morte.  Il film americano “Un ostaggio a Beirut”, quasi sconosciuto in Italia, racconta una storia molto simile a quanto potrebbe essere accaduto a Graziella e Italo e riguarda la vicenda di Jerry Levin, corrispondente della Cnn, sequestrato a Beirut nel 1984 e tenuto in ostaggio per circa un anno. Ci fu una trattativa fortissima da parte sia dei familiari sia delle autorità americane per ottenere la liberazione di questo cronista, sospettato di essere una spia sionista. Toni fa la stessa fine di Levin, la differenza però è che nel 1984 gli americani avevano una forza diplomatica e di intelligence ben diversa da quanto poteva fare l’Italia.

Qual è stato il ruolo di uomini appartenenti ai Servizi Segreti italiani come Giovannone, all’epoca in Libano, e come l’allora capo del Sismi, Santovito?

A Giovannone venne detto di portare a termine un compito e lui obbedì, fedele alle direttive ricevute. Venne incaricato dalle autorità di Governo di tutelare quell’accordo. Pur di non venir meno al suo mandato, Giovannone si è fatto  arrestare e forse – detto tra virgolette – sarà stato anche “eliminato”. Il problema, però, non è di chi esegue gli ordini ma di chi li impartisce.

Il rapimento dei due giornalisti è avvenuto sotto il governo Cossiga…

Ho parlato diverse volte con il presidente Cossiga e lui mi ha sempre detto  “a me mentirono”. Santovito, Giovannone, Miceli hanno protetto accordi che erano stati presi molti anni prima.

I nostri Servizi hanno cercato in un qualche modo di liberare i due cronisti o sono stati semplici spettatori di un qualcosa di più grande di loro?

Credo che Giovannone si sia speso come ha potuto in quell’ambiente per trovare una soluzione ma l’ha fatto con le mani legate: chi aveva il coltello dalla parte del manico non erano i nostri Servizi ma i palestinesi. E Giovannone era una pedina nelle mani di altri.

Oggi a distanza di trent’anni possiamo affermare che il caso De Palo-Toni è stato scientificamente scollato dal contesto nel quale è maturato per evitare ulteriori e catastrofici danni agli interessi vitali del Paese.  Il danno collaterale di questa scelta presa in nome della ragion di Stato è stato quello di aver lasciato le famiglie nel limbo per tutti questi anni.

Nel 1984, l’allora capo del Governo, Bettino Craxi, impose il Segreto di Stato su tutta la vicenda, oggi il caso De Palo-Toni è il primo su cui invece sembra aprirsi qualche spiraglio nella ricerca della verità…

Oggi la situazione è mutata grazie anche a un interessamento forte del Governo che, per la prima volta, ha acconsentito ad una lettura delle carte da parte della famiglia, dando attuazione alla legge 124 del 2007, varata dall’allora governo Prodi. È il primo caso in Italia e farà scuola e giurisprudenza. Adesso sta al governo dare la possibilità alle famiglie di fare copia delle carte. Fino a quel momento, l’Ente “originatore” (i Servizi, ndr) resta proprietario dei documenti e ne è responsabile. Il nodo comunque si sta sciogliendo: una volta messe a disposizione le carte è naturale che in un secondo passaggio se ne potranno fare anche copie, diversamente diventerebbero un peso ulteriore per la famiglia che verrebbe a conoscenza delle notizie senza poterle però divulgare. Sono convinto che il Governo tra qualche tempo concederà copia di queste carte, a mio giudizio ampiamente sufficienti per mettere in chiaro gli ultimi contorni della vicenda. Siamo ad un passo se non dalla verità giudiziaria per lo meno da quella storica e politica. Con un’eventuale concessione della copia delle carte, inoltre, si potrà eventualmente ottenere una riapertura delle indagini e verificare se i responsabili dell’epoca siano ancora perseguibili.

Graziella e Italo sono stati riconosciuti vittime del terrorismo?

No. Da quanto ne so, c’è una volontà da parte della famiglia De Palo affinché Graziella venga riconosciuta vittima del terrorismo internazionale. Non conosco invece le volontà della famiglia Toni.

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