Dal Ghana all’Italia, passando per Lampedusa. La storia di un orafo finito a raccogliere pomodori

Pubblicato: agosto 27, 2010 in Inchieste, Mondo, Politica, Società
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Quando lo incontro, Kuffour – trent’anni – è al centro Caritas di Nardò, in provincia di Lecce. È passato a ritirare la pasta e i generi di prima necessità che distribuiscono i volontari. Poco distante, le coltivazioni di cocomeri.

Occhi grandi e neri, carnagione scura, annerita all’inverosimile dal sole che batte sui campi, Kuffour accetta di raccontarmi la sua storia e il viaggio verso l’Italia. Verso la porta d’Europa chiamata “Lampa Lampa“: Lampedusa.

«In Ghana – mi dice in un inglese fatto di gesti e parole frammentate – ero orafo,costruivo gioielli. Ma la vita non era quella che ci si può immaginare quando si parla di un orafo, così mio padre è riuscito a mettere insieme i soldi necessari a pagare il mio viaggio verso l’Italia. A casa ho lasciato mia moglie e due figli». Partito dal Ghana nel 2008, Kuffour può considerarsi fortunato: non ha conosciuto il rigore e le atrocità delle piste nel deserto, ha evitato le percosse dei poliziotti di frontiera e non si è dovuto sistemare sul tetto di quei camion che scaricano la loro merce fatta di persone ai confini con il Paese di Gheddafi.

«Sono riuscito – racconta – a trovare posto sull’aereo della tifoseria al seguito della nazionale di calcio del Ghana che andava a giocare una partita in Libia». Il padre, secondo il racconto di Kuffour, aveva organizzato tutto nei minimi dettagli: «sono rimasto in Libia solo due giorni, poi sono partito per Lampa Lampa» Lampedusa. «Sulla barca – prosegue Kuffour – eravamo in tanti, più di un centinaio. Siamo rimasti in mare per un giorno intero prima di intravedere Lampa Lampa. Qui sono rimasto per tre giorni, poi sono stato mandato a Foggia, presso un campo assistito dalla Caritas».

Dopo le formalità burocratiche, a Kuffour viene riconosciuto lo status di rifugiato. Non è più un clandestino. Da Foggia parte per Afragola, in Campania. Lavora per pochi giorni poi si ritrova a Napoli: «non trovavo lavoro e alla fine sono stato costretto a chiedere l’elemosina ai semaforiHo fatto questa vita per nove mesi. Tutti i giorni, mentre cercavo lavoro, passavo parte della giornata elemosinando». E il gesto di Koffour non lascia dubbi: si alza, si china leggermente e allunga una mano che poi porta alla bocca. «Money, to eat», esclama.

«Napoli – prosegue – non era una città per me, così sono tornato a Foggia, nel campo diBorgo Mezzanone, il “grande Ghetto”, ma neanche qui c’era molto lavoro a causa della crisi. La vita nel campo – aggiunge – era pericolosa perché non sai mai come si comporta il tuo vicino e quindi ognuno pensa a se stesso».

Dopo Foggia, Kuffour è finito a raccogliere cocomeri e pomodori a Nardò, in provincia di Lecce. «Tirar via le coperture di plastica che ricoprono li ricoprono – spiega – è faticoso. Ma almeno è un lavoro».

Secondo i dati della Caritas, basati sui racconti dei migranti, una cassa di angurie viene pagata quattro euroSe ne guadagnano sei, invece, per una di pomodori. «A questo – spiega Gregorio, collaboratore della Caritas diocesana di Nardò/Gallipoli – bisogna togliere il prezzo per il trasporto sul luogo di lavoro che viene pagato al caporale, circa cinque euro a testa, e il costo del pranzo che si aggira attorno ai 3,50 euro. Qui – prosegue –ci risulta che il caporalato sia soprattutto tunisino: loro decidono chi e quanto lavora».

Quando si smetterà di lavorare nei campi salentini, Kuffour tornerà a Foggia: «non vorrei tornar lì, ma non so cos’altro fare. Il problema dell’Italia – conclude – sono il lavoro e la povertà».

Kuffour sorride, dice che questa è la sua storia e fa per salutarmi. Mi stringe la mano poi prende una penna e segna un numero di cellulare: «se avessi un qualche lavoro per me, questo e’ il mio numero». Addio.

EF

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