«L’Italia è una Repubblica fondata sul sangue delle stragi». Intervista a Salvatore Borsellino

Pubblicato: luglio 19, 2010 in Società
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Nell’anniversario della strage di via D’Amelio, intervista a Salvatore Borsellino (nella foto), fratello del giudice Paolo Borsellino, ucciso diciotto anni fa insieme agli uomini della scorta dall’esplosione di un’autobomba. Dai depistaggi all’attendibilità dei pentiti, alla situazione attuale dell’opinione pubblica e della politica italiana, Salvatore fa una panoramica mirata di un Paese in crisi di identità che stenta a reagire anche alle notizie più gravi.

Salvatore, quali sono i punti oscuri della vicenda relativa alla morte di tuo fratello, il giudice Paolo Borsellino?

Certi punti delle indagini restano oscuri perché negli anni ci sono stati depistaggi oppure i magistrati sono stati bloccati nella loro attività. Uno dei maggiori punti ancora da chiarire resta di sicuro quello del castello Utveggio, su cui non si è mai indagato a sufficienza: da lì si vede benissimo il cancello di via D’Amelio e si poteva controllare l’arrivo di mio fratello. Se fin dall’inizio le indagini fossero andate avanti senza subire deviazioni mirate o depistaggi, probabilmente oggi avremmo la verità. Da un anno a questa parte, comunque, qualcosa effettivamente si è mosso.

Si è assistito spesso ad una guerra tra pentiti per quel che riguarda l’attendibilità:  Scarantino contro Spatuzza.

Scarantino non ha alcuna attendibilità e questo alcuni magistrati più attenti l’avevano capito fin da subito. Era un personaggio di basso livello nel panorama mafioso eppure è stato coinvolto in ben tre processi (Borsellino, Borsellino bis e ter). Per Spatuzza il discorso è ben diverso. Non era un elemento di basso profilo all’intero di Cosa Nostra e le sue dichiarazioni sono considerate attendibili dai magistrati, tanto è vero che qualcuno deve averne paura. La dimostrazione è nella protezione negata a Spatuzza, nonostante le rivelazioni che il pentito ha fatto. Ci si è giustificati dicendo che la legge non ammette rivelazioni fatte oltre il tempo massimo di 180 giorni. Bisogna allora chiedersi se la legge non vada modificata, dal momento che è innegabile l’utilità per lo Stato di una dichiarazione quando questa si rivela attendibile e comprovata. Quanto è avvenuto per Spatuzza è un segno evidente inviato ai pentiti: certe affermazioni non si devono fare, di certi livelli non si deve parlare.

Ci sono poi alcuni politici che a parole hanno sempre difeso l’antimafia ma hanno atteso quasi vent’anni per ricordare particolari della trattativa tra Stato e criminalità organizzata.

Questo forse è il fatto più grave. Diversi personaggi, anche istituzionali, hanno ritenuto di dover ricordare qualcosa solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, ha fatto rivelazioni sulla trattativa intercorsa tra Stato e mafia. Evidentemente hanno voluto anticipare scoperte che comunque le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta avrebbero fatto.

Salvatore, come consideri la situazione attuale dell’opinione pubblica e della classe politica italiana?

Purtroppo nell’opinione pubblica è subentrata una sorta di assuefazione: si ascoltano notizie relative ad una trattativa tra Stato e mafia e non si reagisce in alcun modo. La colpa, però, è anche di certi telegiornali che nascondono le notizie: gli aquilani – ad esempio – sono dovuti scendere in piazza per denunciare la falsità del palcoscenico mediatico creato ad arte dopo il terremoto. In un panorama di questo tipo, l’italiano medio come fa a conoscere nei dettagli le vicende? Bisogna leggere e studiare in modo approfondito i libri e le carte, altrimenti è impossibile.
Sul versante politico il discorso è diverso. Innanzitutto bisogna sottolineare che la nostra è una Repubblica fondata sul sangue delle stragi e sulla trattativa con la criminalità organizzata: le conseguenze sono evidenti a tutti. Inoltre, al governo c’è un partito costruito e plasmato da un personaggio come Marcello Dell’Utri che, secondo i magistrati, in alcune occasioni ha avuto diversi contatti con la mafia. Siamo ormai al fondo del baratro: il nostro Paese ha un peccato originale che deve lavare.

EF

(Scritta per Diritto di Critica.com)

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