Giornata mondiale del Rifugiato: le «vittime della speranza», quasi 15mila morti in dieci anni

Pubblicato: giugno 18, 2010 in Mondo
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Se non si muore di guerra, ai confini dell’Europa si muore di speranza. Dispersi nel mar Mediterraneo, asfissiati all’intero di un camion, uccisi alla frontiera. Così, negli ultimi dieci anni, hanno perso la vita oltre 14.700 persone. Migranti fuggiti da Paesi in guerra, le cui esistenze si sono arenate ai piedi delle “mura” di quella che sempre più spesso viene chiamata “Fortress Europe”, la “Fortezza Europa”. La dimensione di questa strage silenziosa è emersa durante la celebrazione ecumenicache si è svolta ieri pomeriggio (giovedì 17 giugno 2010) nella chiesa diSanta Maria in Trastevere, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato.

Il rito è stato officiato dal presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, e vi hanno preso parte sacerdoti ortodossi provenienti dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Moldavia, dalla Romania, prelati valdesi, della Chiesa presbiteriana di Scozia, insieme al direttore del Centro Astalli padre Giovanni La Manna, a monsignor Marco Gnavi, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo, e a diversi sacerdoti della Caritas e della Fondazione Migrantes, delleAcli e del Servizio internazionale dei Gesuiti per i Rifugiati.

«Siamo qui in tanti – ha detto monsignor Vegliò durante l’omelia –, donne e uomini provenienti da molti Paesi diversi, appartenenti a religioni e a tradizioni culturali diverse, per non dimenticare migliaia di fratelli e sorelle che hanno incontrato la morte nel lungo e sofferto cammino intrapreso per uscire dalla miseria. Virtualmente – ha proseguito – desideriamo dare loro sepoltura, creando per ognuno un posto affettuoso nel nostro cuore e nel cuore di questa città».

Uno dopo l’altro, dall’ambone sono stati scanditi i nomi di alcune vittime dei viaggi della speranza: «Jashim, Harun e Mounir, cittadini del Bangladesh, annegati con altre 146 persone nel Mediterraneo vicino alla Tunisia, il 7 giugno 2008»; e ancora «Mobrahtu, Solomon, Abeba, Dawit, Daniel, Biniam, Natanael, Teklab, Hagos, Bereket, e altri 62 eritrei annegati vicino alle coste di Lampedusa dopo 23 giorni di navigazione, il 20 agosto 2009». Ad ogni chiamata è stata accesa una candela, in uno stillicidio di nomi: «Con loro – ha sottolineato don Marco Gnavi dall’altare– ricordiamo anche quanti sono noti solo alla misericordia di Dio».

Ci sono poi i “respinti”, i migranti intercettati in acque internazionali e riportati in Libia dove vengono imprigionati: «Nel campo di prigionia – scrive un gruppo di Eritrei in una lettera inviata alla Comunità di Sant’Egidio – siamo rimasti più di sette mesi, soffrendo torture, malnutrizione e altre malattie».

«Solo nel 2009 – ha aggiunto Daniela Pompei, responsabile Immigrazione della Comunità di Sant’Egidio – per raggiungere l’Europa sono morte almeno mille persone. E non se ne parla». Mentre padre Giovanni La Manna ha concluso: «Il nostro nemico è l’indifferenza e l’assuefazione a provvedimenti come il Pacchetto Sicurezza. Si parla tanto di centralità della persona ma bisogna chiedersi quanto e come questo proposito viene tradotto in fatti».

EF

Pubblicato su Roma Sette.it

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