L’inchiesta – La polvere sotto il tappeto. Che fine hanno fatto i migranti di Rosarno

Pubblicato: giugno 10, 2010 in Inchieste, Società
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Mahmadou è «stranded». Nel linguaggio dei migranti significa «insabbiato», ma viene tradotto spesso anche con «naufrago», «disperso ». È la condizione di quanti, una volta partiti per l’Occidente, sono costretti a fermarsi per mancanza di lavoro e possibilità economiche, ad arrangiarsi e a sopravvivere con poco. Fuggito da Rosarno dopo gli scontri del gennaio scorso, Mahmadou – 34 anni ad agosto – è in Italia dal 2007, quando per evitare le retate del regime in Nuova Guinea è scappato prima in Senegal e da qui, grazie all’aiuto di alcuni amici, ha raggiunto in aereo l’Italia. «Ho il permesso di soggiornodice mostrando il tesserino plastificato su cui è scritto “Asilo politico”non sono un clandestino». Eppure anche lui come molti è scappato da Rosarno.

In undici in un bilocale. «Quando sono arrivato in Italia – racconta – da Roma sono andato prima a Brescia dove ho lavorato per quattro mesi in fabbrica come metalmeccanico poi a Foggia, nella zona della Capitanata, nel “grande ghetto”, un gruppo di case abbandonate da dove ogni mattina partivamo per andare a raccogliere pomodori nei campi. Qui – spiega Mahmadou – la paga era bassissima, guadagnavamo tra i 2,50 e i tre euro l’ora e a fine giornata dovevamo dare cinque euro a testa al caporale, quasi sempre un africano o un asiatico che faceva capo a un padroncino italiano». Nelle case del ghetto Mahmadou ha vissuto insieme ad altre trecento persone. «Non c’era corrente elettrica – spiega – e l’acqua dovevamo trasportarla in grandi fusti di plastica. La polizia conosceva molto bene quel posto ma nessuno ha mai fatto controlli». Un inferno, quello dei campi del Tavoliere delle Puglie, da cui Mahmadou riesce a fuggire dopo cinque mesi, destinazione Rosarno. Alcuni suoi amici gli avevano raccontato che in Calabria c’erano lavoro e condizioni di vita migliori: non più un capannone ma un appartamento. Arrivato a Rosarno, però, scopre una situazione ben diversa: in un bilocale vivono in undici e ognuno paga 80 euro al mese d’affitto a un italiano. Nei campi, invece, per ogni cassa di arance si guadagnano 40 centesimi, un euro per i mandarini. Ai caporali vanno dieci euro.

Al mio paese non ci torno”. «Per strada – racconta Mahmadou – i ragazzi si avvicinavano con i motorini e ci lanciavano le uova oppure ci prendevano a sprangate. A gennaio poi si è diffusa la voce che alcuni di noi erano stati uccisi ed è scoppiata la rivolta. Siamo rimasti chiusi in casa per molti giorni, eravamo terrorizzati ». In molti, prosegue Mahmadou, «non vogliono tornare a Rosarno ma non hanno scelta. In Calabria come in Puglia c’è sempre lavoro e anche io, se non troverò un’occupazione a breve, sarò costretto ad andare a Foggia. A Rosarno non tornerò per nessun motivo». In mano un curriculum tradotto in italiano da un’associazione di volontariato, Mahmadou adesso è ospite di un centro Caritas a Roma e passa le giornate a cercare lavoro come cameriere o manovale nei cantieri. «A fine marzo – racconta – ho rischiato di restare senza un posto dove dormire poi, per fortuna, sono riuscito ad ottenere un letto presso la Caritas per altri sei mesi. Quello che manca però è il lavoro. Quando sono arrivato in Italia speravo in una vita migliore, così non è stato». L’ipotesi di tornare nel suo Paese d’origine, però, Mahmadou non la prende in considerazione: «se rimetto piede in Nuova Guinea, mi arrestano. Prima di partire – spiega – facevo parte di uno dei sindacati che organizzarono uno sciopero generale contro il governo. Pochi giorni dopo venne scatenata una caccia all’uomo contro tutti gli esponenti dell’opposizione e sono dovuto fuggire».

L’operazione Migrantes”. Sul futuro di Mahmadou e di molti altri che in Calabria hanno lavorato e vissuto in condizioni indegne di un Paese civile, si sono per lo più spente le luci delle telecamere. «Poco dopo i disordini – spiega Pietro Soldini, responsabile Immigrazione della Cgil nazionale – circa trecento immigrati sono tornati a Rosarno, adesso vivono accampati in attesa di raccogliere agrumi. Molti altri, invece, si sono spostati nella piana del Sele, nel salernitano, dove la serricoltura garantisce lavoro per tutto l’anno». Che lo sfruttamento della manodopera straniera in Calabria non si fosse mai concretamente interrotto, l’ha messo in evidenza anche l’operazione “Migrantes”, condotta il 26 aprile scorso dalle forze dell’ordine proprio a Rosarno e partita dopo alcune denunce raccolte dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei centri di accoglienza di Crotone e di Bari. Secondo quanto è emerso dall’inchiesta che ha portato all’arresto di trenta persone e a diversi sequestri, il sistema del collocamento clandestino aveva ripreso a funzionare già due settimane dopo gli sgomberi, un meccanismo che gli inquirenti hanno definito «ben consolidato». Quanti osavano ribellarsi al sistema imposto dai caporali, venivano isolati e picchiati. È il caso, ad esempio, dei due migranti feriti il giorno della rivolta: con molta probabilità avevano chiesto ai loro datori di lavoro il compenso pattuito per la raccolta degli agrumi. «Dopo gli arresti – ha dichiarato il Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo che ha coordinato le indagini – tutte le strutture dello Stato dovranno vigilare per impedire che si ripetano i fenomeni di sfruttamento del passato. L’inchiesta Migrantes – ha proseguito il Procuratore – ha consentito di comprendere il sistema di collocamento parallelo e clandestino e costituirà una base di partenza per le inchieste future che dovranno impedire il ripetersi del fenomeno».

L’utopia di un contratto. Secondo una prima mappatura realizzata da Caritas italiana, alcuni braccianti fuggiti dalla Calabria hanno cercato rifugio a Roma (la Flai-Cgil parla di duecento persone), altri sono tornati nel foggiano, in Puglia, altri ancora a Palazzo San Gervasio, in Basilicata, mentre è quasi certo che molti immigrati siano spariti nel budello del villaggio Coppola di Castelvolturno e nella zona di Sant’Antimo, in Campania. «Quanto avvenuto a Rosarno – spiega Oliviero Forti, responsabile del settore Immigrazione della Caritas italiana – ha dimostrato come la pratica degli sgomberi non sia efficace se non accompagnata da un piano successivo di accoglienza che veda impegnate istituzioni e associazioni. Molti dei lavoratori regolari che sono stati trasferiti, hanno adesso pochissime prospettive di trovare un’occupazione. Di contro – conclude Forti – è bene sottolineare che resistono ancora i luoghi e i canali noti del lavoro nero, veri e propri recettori di manodopera irregolare che accolgono anche migranti con il permesso di soggiorno ma senza la possibilità di trovare un impiego garantito da un contratto».

EF

Pubblicato su Narcomafie di maggio 2010

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