«Se non si scandalizza per la malavita, non è vera Chiesa». Intervista a monsignor Raffaele Nogaro

Pubblicato: giugno 9, 2010 in Società
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«Nel Sud la mafia va combattuta con il catechismo della legalità e la Chiesa non può tirarsi indietro». Lo dice chiaro monsignor Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, un friulano trapiantato nel cuore della Terra di Lavoro: «La pastorale deve proporre itinerari educativi contro la camorra, dar vita a catechismi di legalità proprio come fa per la fede e per la morale altrimenti di fatto si compromette. Non è ammissibile una tacita convivenza con la Camorra».

Riservato, una voce sottile e meditata, Raffaele Nogaro sottolinea come il documento licenziato nel febbraio scorso dalla Conferenza episcopale italiana sui problemi del Sud sia «un segno importante che rischia però di restare carta morta senza regole applicative precise». «La Chiesa in quanto tale – prosegue – non ha recepito del tutto la realtà drammatica di una criminalità organizzata che sconfigge il Meridione. Non voglio che si scomunichi nessuno – aggiunge – ma la vita comunitaria non può essere manomessa o vissuta gratuitamente dai malavitosi». E tra i simboli che «la Chiesa del Sud» – così la chiama monsignor Nogaro – deve sempre tenere in considerazione, ci sono «i martiri». Il riferimento, tra gli altri, è a don Peppe Diana, trucidato a Casal di Principe il 19 marzo del 1994, «un amico che conoscevo bene», spiega Nogaro, «un sacerdote autentico che meriterebbe la beatificazione. È stato un martire della giustizia che la Chiesa del Sud dovrebbe ricordare sempre ed onorare, altrimenti sarà difficile che faccia passi in avanti».

Un concetto, quello dell’impegno concreto in una pastorale coraggiosa, che Nogaro rimarca e sottolinea anche nel libro-intervista Il Vangelo a Caserta, pubblicato insieme a Orazio La Rocca, vaticanista del quotidiano “La Repubblica”, per i tipi Laterza. «Da noi –racconta don Raffaele – c’è una pratica religiosa anche fervente, ma la vita cristiana rimane nascosta, senza responsabilità sociale». E il rischio è che una fede senza le opere rimanga «ideologia». «Purtroppo – aggiunge poco oltre – molti cristiani hanno la professione della bontà, non la pratica. Vivono una religione civile, non la fede del Vangelo».

Ad attirare l’attenzione del lettore è il binomio inscindibile tra la realtà vissuta in terra di Camorra e l’insegnamento delle Scritture: il secondo non è concreto senza un impegno di vita vero e quotidiano. La Parola di Dio se non si concretizza diviene quanto di peggiore possa rapire la mente umana: ideologia. Se manca lo «scandalo» nei confronti della malavita o della condizione degli oppressi, il resto non ha senso. «L’illegalità – spiega don Raffaele a Orazio La Rocca – nel nostro Paese ha ormai assunto proporzioni allucinanti, fortemente pervasive, investendo tutti i ceti sociali, tutte le strutture del consorzio umano, ed è difficilmente identificabile con una specifica categoria di persone». Quello della Camorra, si legge nel libro, «è il peccato di Caino, la volontà di conquistare e tenere per sé ogni cosa. È la forma esasperata di egoismo».

Le prime vittime di un sistema capillare come quello della malavita organizzata, secondo Nogaro sono proprio i giovani. «La Camorra in Campania – spiega – con la sua oppressione, impedisce prima di tutto le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. E le prime vittime sono i giovani» che sono portati a confondere «il bene comune col bene privato, con la corsa individuale ai propri interessi, al proprio tornaconto, senza pensare a chi ha bisogno, al più debole; mentre il degrado, il sottosviluppo e la disoccupazione non fanno che incrementare l’emigrazione dei giovani volenterosi». Ancora una volta è il peccato di Caino che permea le anime di quanti vivono dove lo Stato è assente e ancora una volta è l’impegno della pastorale che non deve mancare, come segno di rottura con il sistema. «Cristo – spiega don Nogaro nel libro – sfidava a viso aperto quegli scribi e quei farisei che erano causa di oppressione dei più deboli. La stessa cosa deve fare la Chiesa nei confronti dei camorristi, mafiosi e malavitosi. Ma a volte manca di profezia e dà l’impressione di tirarsi indietro». Anche nella Chiesa, dunque, è questione di coraggio e coerenza.

E nel leggere Il Vangelo a Caserta, viene in mente una citazione di Italo Calvino che chiude “Le città invisibili”, lì dove lo scrittore sanremese richiama il lettore alla coerenza di vita, a farsi cittadino negli atti quotidiani: «L’inferno dei viventi – scrive Calvino – non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper ricono-scere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

La riflessione di don Raffaele va poi a toccare un aspetto centrale della lotta alla criminalità: il carcere. L’ex vescovo di Caserta segna un punto di rottura con quanti sostengono l’utilità dell’ergastolo, pena che, secondo monsignor Nogaro, priva il carcerato della speranza di cambiare vita. «Se un uomo è redimibile – afferma don Raffaele – e per me lo è sempre, bisogna fare di tutto per recuperarlo con la pazienza, l’ascolto, l’esempio, nelle strutture sociali preposte. Per questi motivi, non considero nemmeno l’ergastolo una pena giusta e teologicamente corretta. Un conto è fermare una persona malvagia che sbaglia […] per educarla al bene, un altro è maltrattarla, rinchiudendola per sempre in un carcere, dentro quattro mura, privandola per sempre della speranza di poter cambiare. È quasi una condanna a morte camuffata che non accetto. Pensare che i criminali più incalliti non siano recuperabili è una bruttura, un’idea inconcepibile, una sconfitta per tutti che equivale a tradurre l’Inferno su questa terra». Un principio, quello espresso da don Nogaro, condivisibile dal punto di vista etico che si infrange però contro la realtà delle carceri italiane, divenute ormai più budelli infernali che non luoghi in cui è possibile una concreta riabilitazione dell’anima.

La Chiesa dell’antimafia, dunque, secondo don Raffaele è possibile. Lontano da ogni strumentalizzazione politica, monsignor Nogaro esorta i parroci a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo nei luoghi in cui c’è maggiormente bisogno di un segno concreto, di un’esperienza forte e di una pastorale autentica. Perché se lo Stato è assente, proprio dai sacerdoti e dai religiosi deve venire un esempio di cittadinanza attiva e di impegno responsabile. Essenziale, infine, è non dimenticare chi con la propria vita ha indicato la via della testimonianza concreta. Primo tra tutti don Peppe Diana, sacerdote che Nogaro propone per la beatificazione. Se l’invito dell’ex vescovo di Caserta venisse accolto, il Vaticano dimostrerebbe di essere consapevole del valore civile ed evangelico dell’esempio del sacerdote di Casal di Principe e strapperebbe quella coperta di oblio che spesso si cerca di stendere su quanti – anche in solitudine – hanno deciso di opporsi al cancro vigliacco delle mafie.

EF

Pubblicato su Narcomafie di aprile 2010

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