«La felicità è desiderare ciò che si ha». Il “successo” spiegato da Luca Pancalli

Pubblicato: maggio 24, 2010 in Politica
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Il concetto di successo nello sport e nella vita. Ne abbiamo parlato con Luca Pancalli, vicepresidente del Coni, a margine dell’incontro “Le condizioni interiori del successo: genio e sudore” che si è svolto sabato scorso presso l’istituto Massimo di Roma, quartiere Eur. Dal doping ai casi Raciti e Sandri, Pancalli ha toccato diversi aspetti del concetto di “successo”, dalla tensione che si vive nel prendere decisioni delicate alla psicosi dell’affermazione “a tutti i costi”.

Luca Pancalli, quando si pensa al successo nello sport, vengono subito in mente i casi più clamorosi di doping…

Quello delle sostanze dopanti è un cancro presente nel mondo dello sport contro cui non sarà mai abbastanza quello che si fa. Il livello dei controlli in Italia, però, non ha nulla da invidiare a quanto viene fatto all’estero. L’utilizzo dei dopanti è comunque esemplificativo del fatto che spesso si cerca la scorciatoia per arrivare al risultato e al successo ed è la cartina al tornasole della mentalità che a mio avviso caratterizza la nostra società: si deve ottenere il successo a tutti i costi e con qualsiasi escamotage. C’è poi un altro aspetto di cui si parla molto meno che è quello dei controlli su sostanze e farmaci diffusi in tante palestre italiane dove non vengono fatte verifiche. Questo sistema è figlio della medesima mentalità.

Cosa si deve intendere per “successo”?

Posso parlarvi della mia esperienza personale e di come intendo il successo. A 17 anni ho dovuto affrontare un problema e un ostacolo molto più grande di me perché cadendo da cavallo sono rimasto su una sedia a rotelle. Da quel momento ho sempre pensato che si debba pretendere il massimo in base ai propri obiettivi. Non ho mai voluto accontentarmi di quanto negli anni ho ottenuto. Anche quando ero atleta, il successo sportivo non l’ho mai goduto perché nel momento in cui arrivava già pensavo alla prossima gara. Ricordo che a 15 anni, ogni mattina mi alzavo alle cinque e andavo prima a nuotare e poi a scuola. Nel pomeriggio riprendevo gli allenamenti.

La notorietà quanto conta nel successo?

Il non uscire di scena ha aspetti decisamente negativi: penso di essere l’esempio del contrario perché non ritengo di essere un uomo di successo nel senso comune del termine. Non essendo funzionale a un sistema posso dire di avere i miei ruoli ma non incido oltre un certo limite sul sistema, proprio perché per me il successo è un’altra cosa. Se il successo lo definiamo con le parole di Ennio Flaiano «la felicità è desiderare ciò che si ha», allora io sono un uomo di successo e tutto il resto è contorno. Lo dico senza retorica. Altra cosa è la carriera che può essere sinonimo di successo ma nell’accezione negativa. L’uomo di successo oggi è il calciatore famoso, la velina, l’uomo politico? Bene, allora scelgo di non essere un uomo di successo.

Come cita il titolo dell’incontro, il successo comporta “sudore”. Qual è stato il momento più difficile nella sua vita di sportivo e di dirigente?

Oltre all’incidente, la morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti. In quell’occasione diedi ordine di bloccare tutto e mi resi conto di aver fermato un circo che valeva miliardi eppure in molti avrebbero preso la mia stessa decisione. Ho detto basta.

Per la morte di Gabriele Sandri, però, non venne fatto lo stesso.

Non esistono morti di serie A e di serie B, questo dev’esser chiaro. Davanti alla morte si deve sempre tenere il medesimo atteggiamento. Per quanto mi riguarda, in quel periodo non ero più commissario straordinario della Federcalcio ma in qualsiasi caso è bene sottolineare che quando avvengono questi fatti drammatici, le decisioni e le responsabilità devono essere condivise con chi gestisce l’ordine pubblico e con il ministero dell’Interno. Quando mi trovai a dover prendere una decisione dopo la morte di Raciti, le partite erano già terminate ed era quindi una situazione in un certo senso più semplice da gestire. Nel caso Sandri, invece, se non sbaglio tutto avvenne nel prepartita, quando le tifoserie stavano per entrare negli stadi ed evidentemente all’epoca si ritenne – per scongiurare disordini maggiori – che fosse più utile questo tipo di scelta. Non voglio difendere chi prese quel provvedimento ma sottolineo che per capire la difficoltà e il dramma di certi momenti, bisogna anche sapersi mettere dall’altra parte: prendere una decisione in determinati contesti non è semplice.

Scritto per Il Picco.it

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