“Caduta libera”. La guerra cecena raccontata da un cecchino

Pubblicato: maggio 11, 2010 in Mondo
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Agghiacciante. Crudele. Esagerato. Disumano. Cattivo. Omicida. L’ultimo libro del russo Nicolai Lilin, “Caduta libera” (edizioni Einaudi), è tutto questo e molto altro. È la faccia sporca della guerra, quella che cerca di sopravvivere riducendo l’uomo e la sua umanità ad un corpo inerte, sfigurato dai proiettili che tranciano di netto braccia e gambe, che sfondano visi, toraci, polmoni. I nemici sono birilli che cadono come mosche sotto il fuoco del fucile di Nicolai Lilin – nome di battaglia “Kolima” – narratore e protagonista di “Caduta libera”. Cecchino in Cecenia.

Inviato nel Caucaso per combattere “gli arabi”, Nicolai si ritrova a dover sopravvivere giorno dopo giorno, ora dopo ora alle operazioni antiterrorismo decise dagli alti gradi del comando militare russo. Spedizioni tra le montagne, nelle città assediate, nei budelli dimenticati del mondo dove la gente muore senza un perché, dove una sventagliata di mitraglia trancia in un attimo giovani vite imbustate in grigie divise militari. E si muore dall’una e dall’altra parte: sul versante russo per rispettare l’ordine del Governo, sul versante “arabo” in nome di un non meglio specificato senso religioso.

«Gli arabi avevano catturato due nostri paracadutisti – scrive Lilin – uno già mezzo morto, l’altro invece era ferito gravemente allo stomaco, ma era ancora vivo. Un arabo diceva qualcosa di incomprensibile, e tutti gli altri cominciavano a gridare e a ripetere i loro detti religiosi. All’improvviso, due di loro senza pietà hanno tagliato la testa ai paracadutisti. Dopo si sono messi a ballare tenendo in mano le teste mozzate, mentre continuavano a fare le riprese sullo sfondo dei corpi senza vita dei nostri soldati». La scena è quella di un’imboscata: i nemici vengono attaccati di sorpresa e addosso a uno di loro viene ritrovata una videocamera. Si tratta di uno dei tanti video di propaganda girati dall’una e dall’altra parte. Lo stesso Nicolai, prima di partire, era stato costretto a guardare un filmato che testimoniava le atrocità del nemico e giustificavano la “guerra giusta”.

Dal libro di Lilin nessuno esce assolto. La guerra racconta vite perdute di personaggi assuefatti alla morte come Nosov, il comandante dei sabotatori, il reparto di Kolima. Passato dalla guerra in Afghanistan alla Cecenia, Nosov ha un che di intoccabile, quasi fosse immune alle pallottole. Crudele e cinico, il comandante dei sabotatori ha il fiuto tipico di chi vive la guerra come l’unica realtà possibile: si immedesima nel nemico per intuirne le mosse, ha sempre una soluzione in tasca. Non averla equivarrebbe ad accettare la certezza di essere uccisi.

Ma la guerra è anche solitudine: «Nel buio la città assomigliava a un cimitero. Niente illuminazioni, nessun movimento, si vedevano solo le luci gialle dei fari dei nostri carri armati che aprivano la strada […] io guardavo in alto e il cielo mi sebrava vuoto, tutto quanto sembrava vuoto. Mi sentivo abbandonato, solo, intrappolato in un posto maledetto dal quale non esisteva possibilità di ritorno […] Per due giorni abbiamo combattuto senza fermarci».

Poi ci sono i civili, vittime innocenti di questa guerra dimenticata: «quelli che non avevano la possibilità di rifugiarsi in Russia o nelle repubbliche vicine, Daghestan, Ossezia o qualche altro luogo – scrive Lilin – erano costretti ad assistere al triste spettacolo di due eserciti che distruggevano le loro case, ammazzavano i loro familiari, rendevano la loro esistenza un inferno sulla terra. Ognuno di loro aveva stampati sul viso i segni della stanchezza e di un’indifferenza mortale verso qualsiasi cosa. In guerra – continua Lilin – mi facevano più impressione i vivi che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte».

Leggere “Caduta libera”, dunque, significa predisporsi ad accettare la verità folle di una realtà senza senso, assurda e fredda come la guerra. Che non conosce vincitori né vinti. «Molti di loro – scrive Lilin descrivendo i “nemici” – erano arabi e afghani, gente povera assoldata per combattere, quasi tutti tossicodipendenti. Prima di affrontare la battaglia si facevano così tanto di eroina che, quando avevano finito le munizioni, andavano incontro ai nostri soldati come degli zombie, con le braccia penzoloni e gli occhi spalancati. Quei poveracci avevano fatto tanta strada per combattere un paio di volte contro di noi e poi morire così miseramente».

Ma di una follia molto simile restano preda anche i russi. «Il loro reparto – scrive Lilin a proposito di un gruppo scelto di paracadutisti – era del tutto indipendente: si spostavano su macchine blindate e avevano una decina di carri armati. Erano dei perfetti tagliagole, degli autentici assassini: in qualunque posto finivano, combinavano sempre casini». E per “casini” si intendono nella maggior parte dei casi assassini e uccisioni senza distinzione.

La parte più difficile della sua vita di cecchino, però, Lilin la vive quando ritorna a casa. Per mesi l’unico modo che Kolima ha per calmare i nervi è stringere un Kalasnikov tra le mani e inquadrare nel mirino i vicini di casa, sparando con l’arma scarica. Il silenzio, la normalità e la “banalità” della pace lo atterriscono. La guerra appena combattuta sembra non abbia avuto un senso se paragonata a una società fatta di lustrini e finte bellezze. Ma il baratro è ancora più profondo. Per rinascere Lilin deve prendere coscienza dell’operazione psicologica che il conflitto ceceno e l’ordinamento militare hanno provocato nella sua mente: «Ho avuto l’impressione – conclude – che qualcuno mi avesse rubato il tempo, manipolando la mia vita, riducendomi a uno zombie. Una sensazione brutta ma molto forte e liberatoria, che mi ha spinto a ricominciare tutto daccapo».

Da diversi anni Nicolai Lilin vive in provincia di Como ed è diventato padre.

Scritto per Il Picco.it

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commenti
  1. paolo rossi scrive:

    c’e’ la guerra in cecenia x che PUtin e’ un bravo generale e invece di occuparsi della guerra civile compra il milan

  2. paolo rossi scrive:

    Putin fa le parate ha macchinoni e case ma la RUssia non riiesce ad attaccare

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