L’inchiesta – Il sistema grigio del caporalato

Pubblicato: aprile 15, 2010 in Inchieste, Reportage, Società
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Jose Dioli lo incontro di sera a san Donato milanese, alle spalle dell’ex area industriale di Metanopoli. Seduti al tavolo di un Mac Donald, Jose estrae due faldoni di carte e inizia a raccontare la realtà dei mercati generali di Milano, dove il sistema del caporalato è diventato un business da decine di migliaia di euro noto a tutti, anche al comune che gestisce l’ortomercato attraverso la società So.ge.m.i.

MANODOPERA COLOR CEMENTOLA STORIA DI MAROUANE, SFRUTTATO NEI CANTIERI DI MILANO

«Nell’ortomercato – racconta Jose – ci sono soltanto tre cooperative regolari. Le altre sono state messe in piedi per sfruttare da un lato la crisi economica e dall’altro il gran numero di stranieri in cerca di lavoro. Si tratta di società che fanno collocamento e inviano personale presso i grossisti a prezzi drasticamente ridotti». Come riescano a battere la concorrenza Jose lo spiega subito dopo: «Non hanno un parco mezzi da accudire né un magazzino per cui pagare l’affitto e non devono effettuare la manutenzione delle macchine. Ma soprattutto non pagano i contributi e le tasse relative al lavoro dei dipendenti. In questo modo – continua Jose – queste cooperative si sono inserite nell’ortomercato e i datori di lavoro per risparmiare hanno iniziato a fare come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Il tutto per pagare non più 16-17 euro all’ora per ogni lavoratore inviato dalla cooperativa ma 11-12 euro. Si tratta di 5 o 6 euro che in tempo di crisi economica fanno la differenza». Il binario è doppio e il silenzio è comune.

Chi c’è dietro le cooperative? «Dei 12 euro pagati per la manodopera – spiega Jose – all’operaio ne restano in tasca circa sei. Il resto lo mette in cassa la cooperativa». Calcolando 100 ore lavorative mensili, ogni operaio frutta circa 600 euro al mese che moltiplicate per 50 operai, fanno circa 30mila euro. E il calcolo è per difetto, dal momento che si lavora anche più di 200 ore. Le cooperative che hanno iniziato a fare il collocamento “in grigio” all’interno del mercato ortofrutticolo, dunque, hanno un business che oscilla tra i 30mila e i 60mila euro ogni mese.

«Ci sono società – aggiunge Jose – che hanno anche una settantina di operai, alcuni totalmente in nero». E se l’ispettorato del lavoro interviene, il meccanismo è semplice: la società viene messa in liquidazione e ne viene creata un’altra che in alcuni casi ha addirittura la stessa sede e gli stessi soci lavoratori ma semplicemente un nome diverso. La domanda a questo punto è d’obbligo: chi c’è dietro alle cooperative? «Sono quasi sicuro – spiega Jose – che inizialmente alcuni datori di lavoro abbiano agevolato la nascita di queste società per poter risparmiare, dopodiché il sistema è entrato a regime e ha messo in difficoltà anche le cooperative storiche che fornivano servizi in modo legale all’interno dell’ortomercato». Un business del genere, inserito in un sistema ormai rodato, potrebbe far gola anche a ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra che già hanno dimostrato di sapersi infiltrare in realtà analoghe come il mercato ortofrutticolo di Fondi, in provincia di Latina. «Bisogna essere cauti– avverte Jose – si fa presto a trasformare tutto in mafia. Certo negli anni scorsi la questura ha scoperto una cooperativa messa in piedi da un sindacalista che aveva fatto avere il pass a un esponente dei Morabito che risultava socio e adesso è in carcere. Non si può escludere la presenza della mafia».

Un cassetto pieno di contanti. Il primo sciopero per denunciare il lavoro nero e il giro di manodopera clandestina all’interno dell’ortomercato, Jose lo organizza nel 2005, il secondo nel 2007. Picchetti di lavoratori bloccano l’ingresso dei camion ai mercati generali. In risposta vengono inviati 200 agenti in tenuta antisommossa. È il 30 maggio del 2005 e all’ortomercato non si era mai vista una protesta simile. Lo sciopero fa rumore, dà fastidio. Arrivano le prime minacce e le prime denunce. Un dipendente di una di queste cooperative ha il coraggio di alzare la testa e racconta il meccanismo di sfruttamento dei lavoratori: «Ogni 15 del mese – racconta Jose mostrandomi le carte a sostegno del suo racconto – questo dipendente saliva fino al sesto piano di quella che viene chiamata la “palazzina So.ge.mi” perché ospita la società di gestione dell’ortomercato e bussava agli uffici della cooperativa, sorvegliati da una telecamera, dove si poteva entrare uno per volta. Al dipendente veniva consegnata la busta paga con le competenze accreditate sul conto bancario e una somma a parte, in contanti». In poche parole, delle 200 ore lavorate, ne venivano effettivamente pagate in modo regolare poche decine, il resto veniva saldato “fuori-busta”. «Fino a qualche tempo fa – continua Jose – insieme ai contanti veniva dato anche un bigliettino su cui era segnato il dettaglio delle ore di lavoro nero pagate. Questo lavoratore ha raccontato anche come durante queste riunioni il presidente della cooperativa – amministratore unico ed ex facchino dell’ortomercato – fosse sempre affiancato da una seconda persona che non risultava nell’organigramma della società ma che prendeva tutte le decisioni». Grazie a questa denuncia, il 15 gennaio scorso è scattata un’ispezione da parte dell’ispettorato del lavoro, con controlli presso l’azienda dove erano impiegati questi lavoratori e presso gli uffici della società. «Mi è stato detto – continua Jose – che quando gli ispettori se ne sono andati un dipendente è entrato negli uffici dove si pagavano gli stipendi e ha visto un cassetto pieno di denaro contante. Per questa vicenda è necessario usare il condizionale poiché mi è stata riferita, ma è probabile che quel denaro servisse a pagare i fuori-busta». L’ortomercato però è un suk. È impossibile che un’ispezione non venga notata, anticipata, segnalata. Chi deve nascondere i soldi, aggiustare una busta paga, far sparire carte o “convincere” i dipendenti, ha tutto il tempo per farlo.

Il sistema non cambierà”. Quanto questo business sia radicato, lo conferma anche l’esito della gara d’appalto indetta dall’ente gestore dell’ortomercato, la So.ge.m.i., che doveva affidare a tre cooperative autorizzate i servizi interni dei mercati generali. Vi ha preso parte anche il consorzio City, nato a novembre proprio in vista della gara, che è stato però escluso per mancanza di requisiti. A quel punto è scattato il ricorso al Tar che ha accolto le ragioni dei non ammessi e ha sospeso tutto.

«Il giorno successivo alla decisione del tribunale – racconta Jose – alcuni dei proprietari delle cooperative escluse dalla gara sono andati in giro dicendo “abbiamo vinto!”. Si è dimostrato che il sistema in vigore nei mercati generali non cambierà». Tra le motivazioni del ricorso, il consorzio City avrebbe portato la presunta creazione, come effetto del bando, di un monopolio nella gestione dei servizi che escluderebbe gran parte delle «quaranta cooperative attuali», un dato che a Jose non risulta: «Oggi le società cooperative sono una decina scarsa e alla gara hanno partecipato solo otto soggetti. Gli stessi soci lavoratori che fanno attività di facchinaggio all’interno dell’ortomercato non sono più di 400, mi sembra ridicolo pensare che siano divisi in quaranta società». Jose non lo dice espressamente ma vista la facilità con cui vengono messe in piedi società fornitrici di manodopera in grigio, border line con il lavoro totalmente nero, il pericolo è che le quaranta cooperative citate nel ricorso al Tar vengano create in pochi giorni dagli stessi soggetti interessati a mantenere l’attuale sistema di fornitura di manodopera in grigio.

Solo un testimone. Al racconto sulle intimidazioni Jose ci arriva dopo essersi reso conto di una macchina che già da qualche tempo ci teneva d’occhio, rallentando proprio in corrispondenza della vetrina accanto al nostro tavolo. Al primo passaggio non avevo detto nulla. Il guidatore si era fermato e aveva guardato verso di noi. Poteva essere chiunque e potevo essermi sbagliato. La stessa scena, con la stessa macchina, si ripete però una manciata di minuti dopo. Con la coda dell’occhio Jose si accorge del guizzo luminoso dei fari. È un attimo. Si volta. Giusto il tempo per il guidatore di capire che la persona seduta di spalle alla vetrina era proprio Jose poi accelera e fila via. «Chi era quello? – l’esclamazione resta impressa nel mio registratore –. Ti rendi conto di come sono costretto a vivere? ».

Il primo attentato Jose lo subisce nel 2005 quando alcuni ignoti gli danneggiano la macchina. È la reazione al primo sciopero di protesta contro il caporalato nei mercati generali. Un anno dopo, nel 2006, alzano il tiro. Quando Jose risponde al telefono sono le quattro di notte, è all’ortomercato. La moglie grida: «Ci stanno bruciando la casa! ». Qualcuno aveva cosparso di liquido infiammabile tutto il perimetro della loro abitazione e aveva appiccato il fuoco. «È stato un caso che mia suocera si sia accorta dell’incendio – racconta Jose – si era alzata per andare in bagno e ha visto il bagliore delle fiamme, altrimenti non so cosa sarebbe accaduto». Nel 2007 scatta il secondo sciopero di protesta contro il caporalato all’ortomercato e continuano le denunce firmate da Jose. «Una mattina – spiega – ero a lavoro e mi hanno inseguito in tre. Sono riuscito a rifugiarmi nella guardiola della vigilanza e nonostante la presenza delle guardie continuavano a urlare “ti uccidiamo”, “ti spariamo”. Quando è arrivata la polizia, solo uno degli agenti della sicurezza ha raccontato la scena a cui avevano assistito decine di persone. Per la sua testimonianza so che è stato richiamato». Ma non finisce qui. Lo scorso anno, rientrando dalle ferie, Jose sale nel suo ufficio all’interno dell’ortomercato e trova ad aspettarlo due grossisti affiancati da altre due persone. Sono le cinque di mattina. In pochi istanti lo braccano, lo prendono per il collo e lo ammanet tano. «Per le botte – racconta Jose – mi hanno spaccato un dente. Quando mi sono rialzato per inseguirli uno di loro è tornato indietro e ha dato una testata violentissima contro la porta del mio ufficio gridando “adesso andiamo dai vigili urbani a denunciare che Dioli ci ha aggrediti”». Dopo l’ispezione del 15 gennaio scorso, infine, sulla porta dello studio di Jose qualcuno ha dipinto una croce con la scritta “bastardo”. «Per cinquantamila euro – taglia corto Jose – chi si farebbe problemi ad uccidermi?».

Pubblicato su Narcomafie, Marzo 2010

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