Permesso a punti e l’italiano per stranieri: Roma si affida a volontari e scuole serali

Pubblicato: febbraio 22, 2010 in Politica
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Di giorno colf, operai o badanti, di sera alunni dei corsi di lingua italiana. A Roma, per gli stranieri imparare l’italiano è un investimento a cui in molti non rinunciano. L’offerta, però, è ancora limitata rispetto alle richieste. Secondo i dati della “Rete Scuolemigranti” – il coordinamento delle scuole di italiano per l’integrazione linguistica e sociale dei migranti – a Roma sono circa 14mila i posti disponibili per gli stranieri, suddivisi tra le sedi delle associazioni del volontariato e gli undici Centri territoriali permanenti (Ctp), istituti scolastici pubblici dove chi è in regola può frequentare corsi serali di italiano e conseguire il titolo di studio.

Nel volontariato, tra le 14 associazioni presenti sul territorio romano, spiccano la Caritas, la comunità di Sant’Egidio e il centro Astalli e sono 20 le sedi dove è possibile imparare la lingua italiana. «La domanda – racconta Augusto Venanzetti, coordinatore della Rete scuole migranti – è almeno doppia rispetto ai posti disponibili e si tratta di richieste spontanee, non dettate da obblighi di legge. La questura rilascia ogni anno circa centomila titoli di soggiorno: con l’introduzione del permesso di soggiorno a punti, almeno 80mila persone potrebbero dover frequentare corsi di italiano per restare nel nostro Paese. La sproporzione tra domanda e offerta – conclude – è evidente».

Tra i centri più frequentati ci sono i Ctp di via dell’Esquilino e di via Cortina, dove gli istituti “Mandela” e “Di Liegro” hanno avuto nell’anno scolastico 2008-2009 rispettivamente 2.379 e 1.027 iscritti. Nel volontariato, invece, la comunità di Sant’Egidio ha il più alto numero di studenti. «Tra i problemi da considerare nel permesso di soggiorno a punti – avverte Daniela Pompei, responsabile dell’area Immigrazione della comunità di Sant’Egidio che ha una media di 2.200 iscritti ogni anno –, c’è la difficoltà di apprendimento di una nuova lingua per quanti provengono da idiomi del tutto diversi. L’esempio sono i cittadini del Bangladesh, che si trovano in svantaggio rispetto agli altri».

Oliviero Forti, responsabile dell’area Immigrazione per la Caritas italiana, sottolinea come l’apprendimento della lingua sia «un processo spontaneo già in atto». «Che lo Stato si prenda l’onere di garantire a tutti il corretto apprendimento dell’italiano – rimarca Forti – è un fatto auspicabile ma la lettura di un cammino di integrazione non può passare attraverso i punti. Si tratta di un appesantimento poco utile in un contesto di procedure già complesse che riguardano la possibilità di restare in Italia».

Chiara Peri, Responsabile della Gestione qualità del settore Formazione dell’Associazione Centro Astalli, aggiunge: «siamo preoccupati per un sistema che ancora non esiste e dovrebbe far fronte ai nuovi obblighi. Su Roma, ad esempio, abbiamo lunghe liste d’attesa di persone che chiedono di imparare la lingua  a cui non riusciamo a far fronte». C’è infine la questione degli esami: «sono previsti dal pacchetto Sicurezza – conclude Peri – ma è tutto fermo, nessuno sa che tipo di idoneità dovrà essere certificata».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 22.02.2010, pag. 14

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