Gli indiani invisibili nei campi di Latina

Pubblicato: febbraio 2, 2010 in Inchieste, Reportage
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Guadagnano una manciata di euro e rappresentano l’antidoto alla crisi economica per numerose imprese della provincia di Latina. Migliaia di lavoratori indiani che per lo Stato italiano non esistono. Lavorano per otto o dieci ore al giorno, d’inverno e d’estate, e guadagnano una miseria: tra i 2,50 e i 3,50 euro l’ora. Secondo le stime della Cgil, nel Lazio gli indiani sono circa 40mila, di questi oltre il 10% si trova nella provincia di Latina e la maggior parte sono impiegati in agricoltura.

«Molti di noi non sono in regola», racconta un ragazzo indiano mentre mi guida attraverso il dedalo di strade provinciali e viuzze che da Latina si dipanano nell’agro pontino. Chiede di restare anonimo e spiega: «Quasi tutti nella nostra comunità sono venuti in Italia come stagionali, scaduto il contratto hanno accettato di lavorare in nero pur di guadagnare qualcosa. Ai datori di lavoro – continua – non conviene metterli in regola, è molto più comodo chiamarli giorno per giorno e pagarli pochi euro». Costeggiamo in macchina i campi: Borgo Vodice, San Vito, Sabaudia, Bella Farnia. Ma l’asse dei lavoratori indiani arriva fino a Pomezia.

Quando lo incontriamo, Sing (nome di fantasia) sta raccogliendo carote. Ha 26 anni, è in Italia da due e non ha il permesso di soggiorno. «Lavoro fino alle quattro del pomeriggio – racconta – mi danno tre euro ogni ora ma non è una paga fissa, dipende dai giorni. A casa siamo in sei, viviamo in un piccolo appartamento nella zona di Bella Farnia. Ogni mattina – mi spiega – ci alziamo verso le sei e alle sette e mezza siamo già nei campi». Dell’affitto si occupa uno di loro che cura i contatti con il padrone di casa, un italiano.

Il reclutamento dei braccianti rispetto a quanto avviene nei grandi centri urbani, qui è diverso: non si vedono i nugoli di persone che aspettano ai lati delle strade, il caporale è quasi sempre un indiano che a seconda delle richieste delle aziende decide chi chiamare per la giornata di lavoro successiva. «Il caporale – interviene il ragazzo che mi accompagna – può prendere tra i 2,50 e i cinque euro a persona, dipende se l’operaio ha lavorato solo mezza giornata o per otto ore». «Spesso non tutti vengono chiamati – interviene Sing – e allora chi resta a casa prepara la cena per chi è andato nei campi e si vive con i soldi di chi lavora». La domenica poi ci si ritrova tutti nel tempio. In zona ce ne sono due, a San Vito e a Sabaudia. «Il problema per i ragazzi come Sing – spiega il mio accompagnatore – è la concorrenza di quanti sono appena arrivati. Chi sta qui da molto tempo – continua – viene pagato anche 3,50 euro l’ora mentre i nuovi vanno nei campi anche per paghe inferiori ai 2,50 euro l’ora. In questo modo i datori di lavoro risparmiano e molti di noi restano a casa». È una guerra tra poveri.

C’è poi il nodo del disbrigo delle pratiche relative al rilascio del nulla osta per la prima assunzione. Il condizionale è d’obbligo ma stando a quanto racconta la mia guida, sono state raccolte testimonianze su casi di pagamenti non proprio regolari e funzionali a sveltire le pratiche per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri: «Diversi di noi – spiega la mia guida –hanno raccontato di aver dovuto pagare per fare in modo che la loro pratica venisse portata avanti. Il problema – conclude – è che non siamo in grado di provare nulla e c’è paura a denunciare». E il segretario provinciale di Flai-Cgil Latina, Eugenio Siracusa, aggiunge: «Non abbiamo prove per confermare questa notizia ma abbiamo ricevuto anche noi diverse segnalazioni su pagamenti chiesti allo Sportello Unico in relazione alle pratiche. Ci auguriamo che la notizia non sia vera».

Dalla Prefettura, però, smentiscono: rispetto ai fatti in questione, non è stato notificato formalmente nulla. «Il problema dello sfruttamento – aggiunge Luca Battistini, segretario regionale di Flai Cgil – è in tutto il Lazio. Sull’agroindustria – conclude – abbiamo proposto di aprire in Regione un tavolo sulla legalità ma fino ad oggi non se ne è fatto ancora nulla».

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del Lazio del 27.01.2010

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