The ghetto of Milan

Pubblicato: agosto 5, 2009 in Politica

“Stai tranquillo, non serve che entriamo noi, vedrai che escono loro”. Ricordo ancora quella notte di quasi quattro anni fa, con una chiamata in codice Giallo presso i palazzoni di viale Fulvio Testi, angolo viale Sarca, a Milano. L’ambulanza spegne le sirene poco prima di arrivare, come si usa fare per non svegliare tutto il vicinato. Il capoeuqipaggio mi fa cenno di seguirlo. Dal cruscotto prende con sé una grossa torcia dal manico lungo, a vederla da lontano sembra quasi un manganello: “Andiamo e mi raccomando, occhio a non fare cazzate”. Qualche tempo prima, poco distante da lì, un equipaggio di un’altra ambulanza era stato aggredito dopo essere intervenuto per una falsa chiamata.

I palazzoni di viale Fulvio Testi, a Milano, sembrano un non luogo all’interno di una delle metropoli che dovrebbe essere il simbolo dell’Italia economica, del Nord che lavora. I muri scolati di nero, rifiuti ovunque e soprattutto occhi, sguardi che ti senti addosso ad ogni passo, ad ogni respiro. Le sentinelle ci sono anche di notte ma non le vedi. Centinaia di finestre ed ognuna può nascondere una “guardia”.

Arriviamo ad una delle scale, probabilmente proprio quella fotografata dall’inviato del Corriere della Sera, ma manca la scritta “The ghetto of Milan”. Anche perché in realtà non si tratta di un ghetto. Quello di viale Fulvio Testi angolo viale Sarca è un degrado voluto, cercato e realizzato appositamente per tenere lontani gli estranei.
Pochi istanti e compaiono due ragazzi, avranno al massimo vent’anni. Uno dei due, di colore, lamenta forti dolori ad un fianco e si appoggia all’amico. E’ vero, sono usciti loro, il mio collega aveva ragione, ci hanno lasciati ai margini del regno dove anche i malati si trascinano fuori pur di non far entrare gli estranei.

“Avete qualche farmaco?” ci chiedono. “No, nessun farmaco, non possiamo dare farmaci”. “Come no, siete medici!”. “No, non siamo medici, siamo volontari. Se volete venite in ospedale, altrimenti firmate il rifiuto ricovero e chiamate la guardia medica domani mattina”. Attorno a noi solo il degrado, in lontananza l’ambulanza con i lampeggianti che colorano di blu i muri ad ogni passaggio. L’autista aspetta, pronto a partire nel caso qualcosa vada storto. “Allora? Che volete fare?”. I due temporeggiano, uno non sembra convinto della possibilità di essere identificati una volta al Pronto Soccorso ma alla fine cedono. In ambulanza, però, sale soltanto il ragazzo di colore, il compagno resta a terra nonostante la possibilità – limitata ad un accompagnatore – di prendere posto accanto al paziente.

Prendiamo sotto braccio il ragazzo e lo aiutiamo a salire in ambulanza. Nonostante la nota pericolosità della zona, nessuna volante è stata inviata dal 118, eravamo soli in un luogo che grida vendetta alla modernissima Milanochelavora. Eppure non è l’unico posto ad essere in queste condizioni. Di non luoghi così, impregnati di povertà e disperazione, la capitale economica d’Italia ne vanta diversi. Basta varcare i portoni di viale Padova, infatti, per ritrovarsi in cortili con loculi che dovrebbero essere appartamenti a righiera, ognuno con porte d’alluminio, i panni stesi alle finestre e i fornelletti a gas per cucinare il minimo indispendabile. E poco distante dal portone d’ingresso, sulla sinistra, una porticina arrugginita con una scritta “Rifugio numero 1”. Edifici di guerra.

Questa è la Milano che sopravvive, nel silenzio dei media e nell’immobilismo dell’amministrazione, all’ombra dell’Expo. Un velo di piombo e miseria bucato solo dalle emergenze, dagli assistenti sociali o dalle retate della polizia. E oggi il ministro della Difesa La Russa ha pensato bene di avvisare spacciatori e mafiosi che abitano nel “ghetto” di viale Fulvio Testi, annunciando che il problema sarà risolto in tempi brevi. Come dire: scappate, finché siete in tempo. Con tutta la cocaina.

EF

commenti
  1. mbrt0 scrive:

    Un pezzo breve, ma molto bello (come tutto il blog, del resto). Complimenti! Io abito a Padova. Il ghetto, da noi, si chiamava via Anelli. Il sindaco piazzò un muro,una specie di separè. Fece scalpore. Molti, la maggioranza, per un motivo o per l’altro, tuttavia quasi immancabilmente in modo strumentale, deprecarono l’operato del sindaco. Non dico che i muri come quello di via anelli costituiscano una soluzione. Non credo proprio lo siano e, francamente, spero a Milano non succeda. Ma mi ha colpito quanto hai scritto circa la “volontarietà”. Volontà di degrado e pompa mediatica sembrano in effetti mammelle di un unico seno.

  2. Redazione scrive:

    @mbrt0: grazie a te della visita…isole di questo tipo esistono in ogni città credo. Quello che dico è che non si dovrebbero sbandierare poi ai quattro venti quelle stesse città come esempi da seguire a livello nazionale.

    Emilio

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