LA SCHEDA: ETA, MEZZO SECOLO DI SANGUE. Scritta per EF’s Blog da Luca Candeago (Universidad Rey Juan Carlos di Madrid)

Pubblicato: luglio 30, 2009 in Politica
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ATTENTATO MAIORCA

Un serpente e un’ascia, l’astuzia e la violenza, la prima inversamente proporzionale alla seconda. Questi sono i simboli di Euskadi ta Askatasuna (ETA), in euskera Paese Baschi e Libertà. L’organizzazione terroristica più longeva del continente europeo compie 50 anni.

Il 31 luglio 1959 un gruppo di giovani nazionalisti riuniti nel santuario di Loyola decisero fondare un’organizzazione che recuperasse le tradizioni e la cultura vasca. Si proposero di rinnovare lo spirito nazionalista, ormai troppo debilitato dall’inefficienza del principale partito della regione, il Partido Nazionalista Basco (PNV), e liberare Euskadi dalle truppe del dittatore spagnolo, Franco. Non è infatti possibile comprendere o spiegare la storia e l’evoluzione di ETA se non in funzione di due elementi fondamentali: il nazionalismo, il cui asse ideologico si basa sulla concezione d’Euskadi come paese occupato, ed il franchismo che rende effettiva tale occupazione.

Nel corso di cinque decenni, la storia d’ETA è stata segnata da profonde divisioni interne, ricambi generazionali, crisi e operazioni spettacolari, come l’attentato che costò la vita nel 1973 a Luis Carrero Blanco, erede designato da Franco, che il regista italiano Gillo Pontecorvo ha ricostruito magistralmente nel largometraggio “Operazione Ogro”.

Un’unica costante è rimasta immutata: l’uso della violenza. Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno ETA lascia alle spalle una scia di terrore indiscriminato, 858 vittime mortali, oltre diecimila feriti e 250000 persone, all’incirca una decima parte della popolazione dei Paesi Baschi, obbligate a lasciare i loro cari, attività e luoghi natii per le reiterate minacce dei collettivi nazionalisti radicali, che con la loro presenza permettono e legittimano l’operato di una banda di assassini. Perchè di questo si tratta, di un gruppo di fanatici perfettamente organizzati e spietati. In assoluto di pazzi o mentalità psicotiche, il terrorista non è afflitto da problema mentali, la decisione di ricorrere alla violenza è il risultato di un processo razionale, di un calcolo di svantaggi e vantaggi. In un’intervista personale un militante del gruppo armato spiega in questo modo le ragioni che lo hanno portato a militare nella clandestinità: “Provengo dal mondo nazionalista, sono nato in un villaggio che durante il franchismo è stato duramente castigato. Nel 1974, quando avevo 14 anni cominciai a collabrare…trasportavo esplosivo e armi, e quando compì la maggior età decisi entrare in ETA. Anche dopo il franchismo abbiamo sofferto la repressione dello stato spagnolo e francese, mi arrestarono da giovane e la polizia mi picchiò. Tutto questo porta a visceralizzarti contro l’oppressore, per questo entrai in ETA”.

Alla base del processo di radicalizzazione spesso non vi sono obiettivi politici, quell’indipendenza tanto invocata da ETA, ma il puro fanatismo, un odio nato da un’ideologia assolutista e totalitaria. Il mito di ETA che uccide per motivi politici, di Euskadi come regione oppressa o della realtà vasca equivalente alla nord irlandese, sono specchi per allodole. Da anni ormai il serpente si sta mangiando la coda, la strategia terroristica di ETA ormai è fine a se stessa, e si sta impriogionando in un circolo vizioso da cui sarà sempre più complicato uscire. La morte di due poliziotti a Maiorca o la distruzione di una caserma a Burgos sono interpretati da ETA e dai suoi militanti come dimostrazioni di forza, ma nascondono una debolezza intrinseca. Ad ogni attentato la risposta dello stato di diritto si rivela sempre più contundente, come dimostrato dai ripetuti arresti dei massimi responsabili della banda armata negli ultimi mesi. Il terrorismo d’ETA potrà terminare per un’implosione della stessa, possibilità reale dovuta al malumore “serpeggiante” tra i prigionieri del gruppo armato. ETA non si è mai interrogata sulla non efficacia della violenza, essendo tale tema tabù all’interno dell’organizzazione.

Interrogato sull’efficacia odierna del terrorismo un ex dirigente della banda armata così risponde: “No, oggi come oggi la lotta armata non porta da nessuna parte. Sono anni ormai che non porta da nessuna parte, come dimostra il sempre più ridotto appoggio sociale. Nei Paesi Baschi si vive bene, non vi sono ragioni per la lotta armata, l’indice di delinquenza è minimo, la percentuale di disoccupazione pure, i villaggi più isolati sono ben comunicanti e dotati delle principali comodità. Non vi è casa senza un televisore al plasma, un paio di automobili o una connessione a internet. Non vi può essere rivoluzione con tale benessere.”

ETA risponde alla prospettiva d’una sconfitta con attentati mortali, cercando in questo modo di nascondere una debolezza interna ormai lapalissiana. Shane Paul O’Dhoerty, ex reponsabile degli artificieri dell’IRA, riconosce nella sua autobiografía: “L’unica lotta politica con cui compromettersi è qulla che offre un rispetto senza condizioni per il diritto alla vita di ciascuna persona”, inutile ormai far orecchie da mercante…

Mal cumpleaños ETA…sperando sia l’ultimo. 

Luca Candeago, Dottorando Universidad Rey Juan Carlos.

commenti
  1. Paolo Pegoraro scrive:

    Gran bel pezzo! Sono molto incuriosito dal luogo di fondazione e dalla data (festa di sant’Ignazio)… è veramente assurdo che l’ETA si sia messa sotto la “protezione” di colui che rinfoderò la sua spada di soldato per abbracciare una croce… colui che si lasciò alle spalle i particolarismi per diventare uno dei santi più universali.

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