Riaperte le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio

Pubblicato: luglio 18, 2009 in Politica
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falcone_e_borsellino

Palermo, primi anni Novanta. La situazione è degna di un romanzo di Ian Fleming ma purtroppo si tratta della realtà. Nel capoluogo siciliano si muovono doppiogiochisti, uomini dei servizi, magistrati e anche mafiosi. E’ un calderone di interessi Palermo, che farà due vittime eccellenti: i pm antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Saltati in aria con gli uomini della scorta, il primo a Capaci, il secondo in via D’Amelio, a Palermo.

In questi giorni, entrambe le inchieste sulla loro morte sono state riaperte, grazie a diverse testimonianze raccolte nei mesi scorsi, che starebbero cambiando il quadro indiziario.
Della presenza dei Servizi e del loro possibile ruolo nelle stragi di mafia, si è sempre parlato ma mai a livello processuale con prove e testimoni. Adesso, invece, diversi pentiti e testimoni hanno messo in luce la presenza di uno 007 italiano, dal volto sfigurato, che si sarebbe trovato sia in via D’Amelio sia in altri luoghi dove poco dopo sono stati commessi omicidi “di mafia”.

E tra i testimoni sentiti dalla Procura di Caltanissetta, il 16 aprile scorso, c’è stato anche Gioacchino Genchi, lo stesso che il Copasir inquisì per le consulenze nell’inchiesta Why Not e di cui requisì l’archivio tempo dopo (decisione poi revocata dal Riesame). Genchi, all’epoca delle stragi, analizzò il computer dell’ufficio di Giovanni Falcone per capire cosa ne fosse stato manomesso proprio nei minuti della strage di Capaci. Ed era probabilmente all’archivio di Genchi che qualcuno puntava con il sequestro dei mesi scorsi, fatto rientrare nei provvedimenti relativi alle indagini su Why Not. Un archivio che poteva contenere indizi importanti proprio su via D’Amelio e Capaci, grazie alle rilevazioni delle tracce telefoniche che proprio Genchi analizzò dopo le stragi.

Tra le poche certezze a cui i pm di Caltanissetta sono giunti in questi giorni, è che ad uccidere Falcone e Borsellino non sia stata solo la mafia ma anche mandanti esterni. E la domanda è: per quale motivo dal 1992 ad oggi tutti i magistrati si sono fermati allo step “Corleonesi”, senza mai spingersi oltre? Lo stesso “pizzino” o “lettera” che dir si voglia, scritta forse da Provenzano e indirizzata a “l’onorevole” Silvio Berlusconi, era stata scoperta nel 2005, per quale motivo è venuta alla luce soltanto adesso?

Nel 2005 a capo della Procura di Palermo c’era Piero Grasso, “nominato” Procuratore nazionale antimafia e “spostato” a Roma proprio nell’ottobre di quello stesso anno. Fino al 2009, di quella lettera non si seppe nulla. E stanno ripartendo adesso anche le indagini su Capaci e Via D’Amelio, di cui proprio domani ricorre l’anniversario. Cosa dirà Alfano? E Berlusconi, avrà il coraggio di ricordare i veri Eroi dell’antimafia italiana, lui che definì “eroe” quel Vittorio Mangano che gli fece da stalliere nella villa di Arcore e che fu condannato all’ergastolo per omicidio? Vedremo.

EF

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