Storia di ordinaria indifferenza

Pubblicato: maggio 11, 2009 in Politica
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Metropolitana di Roma, linea B, fermata Eur Magliana. Si aprono le porte e sale Caterina, una donna keniota 42 anni. E’ incinta, barcolla. Dalla borsa finto-Vuitton spunta un cartone di vino Tavernello, il vino dei poveri. La metropolitana fischia, si chiudono le porte e Caterina si aggrappa incerta al palo rosso dei sostegni. Si guarda attorno con occhi quasi assenti poi va a sedersi. E’ un attimo. Accanto a lei un signore in giacca e camicia si alza, mi guarda e sussurra «è ubriaca!», e va a mettersi in disparte. Piuttosto sta in piedi.

Nulla cambia fino al capolinea. Caterina guarda in basso, si tiene la fronte con una mano dove due macchie biancastre sembrano bruciature di sigaretta. A Laurentina tutti scendono dal vagone, con me e Caterina rimangono solo due signore: «Fate cenno al conducente di bloccare la metro», chiedo. La ragazza non si muove, non vuole saperne di alzarsi. Trascorrono così almeno due minuti. Arriva la guardia privata della stazione, lo segue un funzionario in camicia a maniche corte e gilet, in servizio al gabiotto vicino ai tornelli. La ragazza intanto si è alzata, la tengo sotto braccio, lei barcolla, si appoggia con una mano sul marmo bianco della parete. «Chiami un’ambulanza per favore», mi rivolgo all’addetto di stazione. «Non chiamo proprio nessuno – mi risponde – se non me lo chiede la signora». Caterina cammina a fatica, inciampa, quasi cade, probabilmente non ha nemmeno coscienza di dove si trovi. «Guardi che lei ha il dovere di soccorrere chi sta male», ribatto. Ma è inutile: «Se vuole chiami lei l’ambulanza, se la signora non me lo chiede io non chiamo proprio nessuno», risponde il funzionario. A quel punto mi restano solo i carabinieri fuori dalla stazione, con la speranza che non spediscano Caterina in un Centro di Identificazione ed Espulsione. L’agente sta già venendo verso di me insieme a tre militari. Sostengo Caterina per un braccio, lei tace, ha gli occhi socchiusi. Accanto a me una signora si è fermata e cerca di capire con lo sguardo cosa sia successo. «Salve» saluto «la ragazza è ubriaca e incinta». E prima che il carabiniere possa rispondermi, mi qualifico: «Sono un volontario della Croce Rossa, questa persona ha bisogno di assistenza». Il carabiniere la squadra, mi chiede di farla sedere su un vicino muretto e le chiede i documenti. Il permesso di soggiorno è poco leggibile ma sembra valido, la pattuglia si allontana, vengono registrati i dati di Caterina e vengo a sapere il suo nome e la provenienza. E’ arrivata in Italia verso la fine degli anni Novanta. «Guardale le mani», dico al Carabiniere «Secondo te non sono bruciature?». L’agente, con un vago accento napoletano, chiede a Caterina chi le abbia lasciato quei segni sul corpo. Lei accenna una risposta ma resta in silenzio. «Chiamiamo un’ambulanza subito», commenta il carabiniere e prende la radio. Caterina tace, con gesti lenti armeggia nella borsa tira fuori una sigaretta. Tenta di accenderla ma non ci riesce. Riprova. Tutto inutile, il vento spegne la fiamma. La signora la aiuta, la punta della sigaretta finalmente si imporpora. «Ma che fai fumi?», il carabiniere si avvicina a Caterina, le rende il permesso di soggiorno: «Perché non getti quella sigaretta?». Lei lo guarda, sembra rendersi conto solo adesso di cosa le stia accadendo intorno. Poco dopo la cicca finisce per terra. In lontananza una sirena si avvicina. «La gente fa sempre più finta di non vedere chi sta peggio», mi dice il carabiniere «ricordi lo stupro a Bologna? Beh, nella vicina strada passeggiavano persone, passavano i motorini e le automobili ma nessuno si è fermato. Tutti hanno fatto finta di niente…stiamo andando sempre peggio».

Finalmente arriva l’ambulanza. Scendono un soccorritore e una dottoressa. «Mettetele in borsa questo numero di telefono – eslcama una signora – sono i riferimenti di una suora che accoglie ragazze incinta e senza fissa dimora». «Lo farò presente anche in ospedale», assicura la dottoressa. Il portellone si chiude. L’ambulanza riparte.

EF

commenti
  1. Daniela scrive:

    Quante storie così sfioriamo tutti i giorni senza neanche vederle? La paura, la diffidenza, la fretta… e ce ne stiamo fermi al nostro posto.
    Senza dubbio fa riflettere… ma dove sta il confine fra solidarietà e impicciarsi dei fatti degli altri? Non sempre credo sia chiaro da capire, e forse è anche questo che ci ferma.

  2. Gabriella scrive:

    Proprio ‘ordinaria’ indifferenza😦
    Che tristezza!
    Che fine ha fatto l’Uomo (con la U maiuscola)?!!!

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