Terremoto in Abruzzo: La vita in tendopoli a un mese dal sisma

Pubblicato: maggio 8, 2009 in Politica
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Un bambino africano pedala veloce lungo le corsie della pista di atletica, s’incurva leggermente e zigzaga tra due signore ferme a parlare. Pochi istanti e scompare tra le tende con la sua maglietta rossa, numero 18, di «Cassano». Siamo in via Toscana, al centro dell’ex campo sportivo dell’Aquila, dove adesso sorge la tendopoli di Piazza d’Armi. Qui hanno trovato rifugio oltre quattromila sfollati.

A differenza di un mese fa, la macchina dei soccorsi è stata avviata e ha iniziato a curare anche i particolari, a partire dall’accoglienza all’ingresso del campo: se prima si poteva accedere senza bisogno di mostrare i documenti, adesso si viene accompagnati da un carabiniere a un banchetto. A chiedere nome e cognome è Monja, una scout di 27 anni che lavora come maestra di sostegno in una scuola materna di Modena. «Per ora siamo in dieci – spiega –: quattro scout del gruppo di Modena e altri sei dalla Calabria. Ci occupiamo di logistica e segreteria, siamo coordinati dall’Agesci che riceve indicazioni dalla Protezione civile. L’importante – conclude – è esserci e dare una mano».

La vita all’interno del campo scorre lenta, quasi ovattata. Le persone attendono che alle promesse sulla ricostruzione seguano i fatti. Nella tenda numero 2 incontro un gruppo di francescani, giunto dal noviziato interprovinciale di Spoleto. «Siamo arrivati nella tendopoli 15 giorni fa – racconta fra Giannicola Paladino – e fin da subito abbiamo portato avanti un censimento pastorale, perché anche il rito della prima Comunione o della Cresima può essere un segno di ritorno alla normalità. Per ora non siamo in grado di iniziare nuovi corsi di catechismo – conclude – ma stiamo cercando di terminare i cicli che i bambini, una trentina in tutto, avevano intrapreso prima del terremoto».

Poco distante, appena fuori dal perimetro della pista d’atletica, ci sono Giordano e Silvia, due ragazzi vestiti da clown-dottori. Il primo indossa un naso rosso e un cappello a forma di gallina, la seconda un camice colorato e una parrucca bionda: «I bambini – spiega Giordano – percepiscono il disagio di questa situazione ma, a differenza degli adulti, riescono ancora a incuriosirsi e a sorprendersi di quanto gli accade attorno». «Il nostro servizio – aggiunge Silvia – è quello di trasformare questa loro sofferenza, a cui spesso non sanno dare neanche un nome, in gioco».

Nell’altra grande tendopoli, quella di Collemaggio, da quindici giorni è stata inaugurata una scuola. «Dieci bambini frequentano la materna, 20 le elementari e 25 le medie», informa suor Luciana Fagnano, dell’ordine francescano e preside dell’istituto Barbara Micarelli. Il registro delle assenze e delle presenze è un semplice block notes. «Per ora le lezioni si svolgono nella stessa tenda dove ci si ritrova poi per il pranzo e per la cena – racconta –, speriamo che in un prossimo futuro ci forniscano una struttura più consona ai bisogni dei bambini».

Nel centro storico dell’Aquila, invece, ormai regna il silenzio. Sono sparite le telecamere, i fotografi, i corrispondenti e i taccuini. L’unico rumore è quello dei propri passi. Ai margini delle palazzine crollate sono ammassati mobili, vestiti, libri, cartelle, album di fotografie e quaderni con appunti di lavoro. Tracce di una vita che si è fermata alle 3,32 di un mese fa. A raccontare le prime ore dopo il sisma è il generale della Guardia di Finanza, Fabrizio Lisi, comandante della caserma di Coppito, futura sede del G8. «Fin da subito circa 200 dei nostri allievi marescialli hanno scavato a mani nude insieme ai Vigili del Fuoco, in attesa dei rinforzi. Alcuni di loro – spiega – con appena venti giorni di servizio militare alle spalle, si sono ritrovati a prestare servizio presso l’obitorio: componevano e vestivano le vittime. Il terremoto – conclude – ha coinvolto tutti, nessuno sarebbe potuto restare con le mani in mano».

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EF

Pubblicato su Roma Sette (Avvenire), 08.05.09

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