Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini. Ovvero: ciò che molti italiani vorrebbero ignorare

Pubblicato: aprile 1, 2009 in Politica
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Non è un racconto sui clandestini. E’ la storia di vita di decine, centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini. Di persone che in nome della speranza di una vita migliore, hanno affrontato un viaggio attraverso i deserti dell’Africa, hanno atteso di racimolare per anni il denaro necessario al viaggio verso l’Europa, hanno subito le percosse dei militari ai posti di blocco e dei trafficanti di uomini. Non clandestini ma persone. Le loro storie, i loro racconti, rivivono nelle pagine del libro del giornalista de L’Espresso, Fabrizio Gatti, “Bilal-viaggiare, lavorare, morire da clandestini” (Bur).

Mischiatosi tra i viaggiatori in partenza, Gatti ha percorso con i migranti le tappe dei viaggi verso l’Europa. E a volte si ha l’impressione che la carta non sia bastata e la penna si sia consumata troppo in fretta. Ci si rende conto della finitezza delle parole, della necessità di sfumature linguistiche capaci di descrivere uno sguardo, un gesto, un silenzio. La stessa assenza muta di parole che Gatti descrive sui camion in viaggio in mezzo al deserto, quando l’unica cosa che conta è il non addormentarsi per non cadere dal posto verso cui ci si è faticosamente arrampicati: sulla cima dell’abitacolo, incastrati tra i bidoni d’acqua o nella bolgia infernale del cassone del camion, tra il vomito e la diarrea di chi non riesce a sopportare il viaggio e crolla. E poi le percosse dei militari ai posti di blocco, costituiti al solo fine di depredare i migranti dei pochi beni che si portano dietro; le attese degli stranded nelle città di Agadez o della Libia; i rastrellamenti disposti da Gheddafi per “onorare” i patti con l’Italia. Le vittime sono sempre persone, uomini. Quelli che i nostri politici troppo spesso bollano come “clandestini”. Sono persone, non mi stancherò mai di ripeterlo a questa Italia muta, sorda, addormentata.

E poi c’è Lampedusa. Gatti si è fatto ripescare come fosse un clandestino e ha raccontato tutto. Sono gli anni in cui il Centro di Permanenza Temporanea è accanto all’aeroporto dell’isola, dove adesso si vede un’ex base militare. E’ sempre lui, il Bilal che vive nell’anima di Fabrizio Gatti a dargli il coraggio per affrontare la follia di un Cpt (attualmente trasformato in Centro di Identificazione ed Espulsione e spostato in contrada Imbriacola, poco fuori la città, ci si arriva a piedi). A margine di tutto questo, ad aspettare il giornalista a casa c’è Lei, la compagna di Fabrizio Gatti, sempre pronta a sostenerlo ed aiutarlo nella realizzazione di questi reportage.

Passata Lampedusa, infine, Gatti si spinge tra gli schiavi d’Italia, nel Tavoliere delle Puglie, dove caporali e proprietari terrieri senza nemmeno una coscienza smerciano braccianti, li uccidono, li fanno sparire come fossero oggetti e costringono le donne a prostituirsi. No, non si tratta di un film ma dell’Italia. Della nostra civilissima – o per lo meno tale ritenuta da molti – Italia. Fatta di colpevoli giornalisti telefonici o dormienti – ma spesso entrambe le condizioni si verificano insieme – allineati all’informazione ufficiale, appiattiti sui take di agenzie a loro volta tutte simili. Gatti racconta invece ciò che c’è dietro. Come diceva Anna Politkovskaja: “Io vivo la mia vita e scrivo ciò che vedo”. Dovrebbero farlo tutti i giornalisti (o ritenuti tali), così come tutti dovrebbero fare i nomi e i cognomi dei mafiosi, dei politici corrotti. Se si arrivasse al punto che tutti i giornalisti fossero costretti ad avere la scorta per aver raccontato la verità, forse – per assurdo – non esisterebbero nemmeno più i mafiosi, sbugiardati dalla realtà dei fatti. Ma così non è, e allora – e chiudo – per quella sorta di onestà verso se stessi che tortura anche il peggiore dei criminali, conviene aprire gli occhi e leggere come davvero stanno le cose. Consapevoli che dietro ogni etichetta politica ci sono persone come noi. Come noi. Solo molto meno fortunate.

EF

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commenti
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