Un magistrato in terra di Camorra. Intervista a Raffaele Cantone

Pubblicato: febbraio 16, 2009 in Politica
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“Solo per giustizia”. E’ questo il titolo, volutamente ambiguo, che Raffaele Cantone (nella foto) – ex pm presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, adesso al Massimario della Cassazione – ha dato al libro in cui racconta la sua esperienza di magistrato in terra di Camorra. Prima alla cosidetta “procurina”, poi alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, a restare impressi nella mente del lettore sono i particolari dell’operato dei magistrati: la difficoltà nel relazionarsi con i pentiti, lo stretto rapporto umano che si instaura con le forze dell’ordine e con i testimoni.

“Solo per giustizia” però è anche un documento che racconta come negli anni sia cambiata la lotta alla criminalità. Anche in Campania, infatti, è stato applicato lo schema visto in Sicilia e, grazie ai pentiti, si è riusciti ad assestare duri colpi ai clan del napoletano e della “Terra di lavoro”.
Essere magistrato antimafia in terra di Camorra, però, è un impegno che coinvolge non solo l’ambito professionale ma anche e soprattutto quello familiare. E Cantone in diversi punti del suo libro racconta quanto pesanti siano stati i condizionamenti dovuti alla presenza della scorta, un rapporto, quello con gli agenti che con il tempo è divenuto di confidenza, improntato sulla massima discrezione possibile e sulla lealtà.
“Solo per giustizia” rappresenta quindi una testimonianza del duro lavoro di alcuni magistrati, che non si definiscono “eroi”, ma forniscono un contributo essenziale per la comprensione del fenomeno mafioso e delle connivenze tra criminalità, società civile e mondo politico.

Raffaele Cantone, in “Solo per giustizia” lei racconta come grazie alle intercettazioni (telefoniche ed ambientali) e ad uno stretto rapporto con le forze dell’ordine, sia stato possibile individuare , tra gli altri, personaggi vicini al latitante Michele Zagaria. Quali sono le prospettive di lavoro per i pm se dovesse passare l’attuale Ddl sulla giustizia?

Bisognerà capire quale parte della proposta di legge verrà approvata. Le proposte sono inquietanti perché l’operato del pubblico ministero e la possibilità di svolgere indagini potrebbero essere fortemente limitati. Si andranno infatti a creare una serie di formalismi inutili che incideranno paradossalmente proprio sui tempi dei processi, in un momento in cui la politica sottolinea come l’obiettivo della riforma sia il raggiungimento dell’efficienza del sistema giudiziario. Anche nel libro risulta evidente – ed è stato dimostrato – che l’accertamento di una serie di reati è possibile solo attraverso le intercettazioni. E anche l’eventualità che la polizia giudiziaria presenti l’annotazione entro sei mesi, non tiene conto del fatto che in una prima fase delle indagini il controllo da parte del pubblico ministero è fondamentale per cogestire le attività in una direzione o in un’altra. Questo sistema quindi, se approvato, taglierà pesantemente le unghie ai pubblici ministeri.

Giovanni FalconeCome racconta nel libro, il dibattito in seno alla Magistratura, in occasione della nomina di Falcone a Procuratore Nazionale Antimafia, fu lacerante. Crede che la presenza di correnti politiche interne alla Magistratura sia ancora un problema attuale?

Il problema della gestione correntizia della magistratura c’è. Bisogna però trovare una soluzione che, come si dice a Napoli, non butti via “il bambino con l’acqua sporca”. Quanto si è preventivato fin ora, infatti, non rende la magistratura più meritocratica ma rischia di subordinarla sempre di più al potere politico che non mi pare abbia dimostrato in passato una particolare attenzione alle logiche meritocratiche. Se si aumentano i politici all’interno del Csm, ad esempio, il potere dei magistrati verrà limitato ma non per questo la magistratura sarà più libera. E’ sicuramente necessario trovare una soluzione, senza però utilizzare questioni vere per raggiungere altri scopi. In altre parole: nella vicenda intercettazioni c’è il problema concreto di tutelare la privacy dei cittadini ma per risolverlo si vuole depotenziare del tutto questo strumento investigativo.

Nel libro racconta di aver condiviso l’ufficio con Luigi De Magistris, che idea si è fatto del suo modo di indagare?

Ho lavorato molto con De Magistris. Prima che entrassi a far parte della Direzione distrettuale antimafia (Dda) abbiamo seguito insieme numerosi processi. Ho sempre avuto la chiara impressione di trovarmi davanti ad un professionista che volesse approfondire quella che oggi si sta rivelando la nuova frontiera delle indagini: l’aspetto economico dei reati.

Restando in tema di reati finanziari, come viene analizzato, secondo lei, dalla stampa italiana l’aspetto economico della criminalità organizzata?

Se ne occupa in modo molto superficiale e solo quando ci sono i provvedimenti giudiziari o quando vengono diffusi i dati dei sequestri. E in qualche caso non sono neanche coincidenti alla realtà, anzi, spesso vengono addirittura gonfiati. Il rapporto tra le mafie e la stampa è complesso anche perché la criminalità ha la capacità di incidere fortemente sul mondo economico. E di riflesso anche sull’informazione.

Nel libro lei ha fatto una distinzione tra le diverse tipologia di Camorra, napoletana e casertana. Cosa intende quando scrive che “per struttura e organizzazione, i clan sono molto diversi fra loro”?

L’idea secondo cui la Camorra si riduce ai Casalesi è sbagliata. La definizione “Camorra” è soltanto geografica e ha una valenza unitaria ma di per sé inquadra un fenomeno complesso. I clan di Secondigliano, ad esempio, non devono essere confusi con quelli di Casal di Principe e quelli del nolano non sono la Camorra del Vomero. E’ un fenomeno complesso che si svolge in modo diverso a seconda che si consideri la città, e intendo Napoli, o la provincia. La stampa dovrebbe anche contestualizzare maggiormente questi aspetti.

Allargando il discorso, nel libro parla della connivenza tra i “colletti bianchi” e la criminalità organizzata…

Le mafie, per essere forti, devono avere il controllo del territorio ed è impensabile che questo possa essere ottenuto esclusivamente attraverso metodi violenti. E’ necessario il consenso e una forte capacità di penetrazione in ambiti diversi dai propri, nel mondo delle imprese, della politica e delle istituzioni. E’ complesso anche il rapporto delle organizzazioni criminali con i cittadini. E’ difficile pensare, ad esempio, che in una zona dove comanda un clan forte, la gente si faccia vessare da un clan più debole, eppure è successo a Mondragone, dove la Dda aveva pesantemente colpito i La Torre. C’è poi la questione culturale: la criminalità gestisce spazi e ambiti dove i cittadini si sono ormai abituati a trovare la mafia. Il ruolo della malavita è di cerniera, si inserisce dove lo Stato è assente o poco presente, fino a divenire una sorta di ammortizzatore sociale, di intermediario a cui le persone si rivolgono.

Nel suo libro racconta gli arresti di Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, pensa che l’arresto di Giuseppe Setola abbia inferto un duro colpo alla struttura del clan dei casalesi?

Assolutamente no. Fino a dieci mesi fa Setola era un personaggio sconosciuto anche a gran parte degli addetti ai lavori. Ha creato una strategia violenta ma anche mediaticamente forte, sfruttando a proprio vantaggio la visibilità che gli derivava dai Casalesi. La struttura interna del clan, quella che sostiene i latitanti e le famiglie, non credo comunque sia stata messa in crisi dall’arresto di Setola. Il problema è che dei veri capi, Antonio Iovine e Michele Zagaria, per lungo tempo non si è parlato e alcuni eventi criminali possono essere anche stati creati “ad arte” per distogliere l’attenzione dei media dai latitanti “storici” dei Casalesi. Le forze dell’ordine, di conseguenza, hanno dovuto impiegare le loro già limitate risorse per arrestare un personaggio pericolosissimo che sparava nel mucchio come Giuseppe Setola.

Roberto SavianoLei racconta di aver conosciuto Roberto Saviano. Pensa che il romanzo/documentario Gomorra, abbia cambiato l’atteggiamento dei cittadini nei confronti della Camorra?

In parte. C’è una consapevolezza diversa e una più forte volontà di capire, soprattutto negli ambienti che da sempre erano distanti dal tema della criminalità organizzata. La borghesia napoletana più ricca, ad esempio, ha sempre ritenuto la Camorra un problema secondario, adesso questa percezione sta cambiando. E una maggiore attenzione c’è anche da parte dei cittadini. Il problema è capire se questo interesse si tramuterà in qualcosa di positivo o se si ridurrà ad una moda del momento.
La strategia mediatica, quindi, va bene ma non è l’unico campo su cui far leva. La Camorra è un problema complesso e non si può pensare di risolverlo con logiche emergenziali, inviando i militari per pochi mesi. La questione è strutturale, bisogna intervenire sulla radice del consenso che la camorra crea sul territorio attraverso le connivenze con il mondo dell’economia e delle istituzioni. Cosa accadrebbe in Campania se all’improvviso, con la bacchetta magica, venisse eliminata la Camorra? Mi spiego meglio: quali sarebbero le ricadute clamorose sul versante economico? Se non eliminiamo le cause non abbattiamo il fenomeno, rischiamo di confinarlo in una condizione di quiescenza. Tornando al caso Saviano. E’ passato ormai un anno e mezzo dal successo di Gomorra. Ebbene, che cosa rappresenta un anno e mezzo nella lotta alla criminalità organizzata? Saviano ha comunque il merito di aver reso interessante un tema che prima non lo era.

Emilio F. Torsello
Alessandro Proietti

Pubblicato su Periscopio e ripresa dall’agenzia stampa AGI

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