Ricordando Mario Francese, a trent’anni dall’omicidio

Pubblicato: gennaio 27, 2009 in Politica
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Cinque colpi di pistola alla nuca. Così moriva, il 27 gennaio 1979, il quinto giornalista ucciso dalla mafia in Sicilia, Mario Francese.
“Da un po’ di tempo papà aveva quasi un presentimento, un’angoscia di dover morire – disse ai cronisti il figlio Giuliano – per due volte avevano telefonato a casa dicendo che l’avrebbero ammazzato”. E per vent’anni quell’omicidio rimase senza un colpevole, l´inchiesta venne riaperta su richiesta della famiglia dopo le rivelazioni dei collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo e Angelo Siino. Nel 2001 la Corte d’Assise riconobbe la matrice mafiosa dell’omicidio.

In una Sicilia che si spartiva gli appalti con Cosa Nostra, Mario Francese fu il primo a mettere nero su bianco il giro di speculazioni legato alla diga Garcia sul fiume del Belice, svelando che dietro alla sigla della società Risa, si celava in realtà il nome di Totò Riina, coinvolto nella rete di subappalti. E fu sempre Francese a scoprire che gli 820 ettari di terreno su cui sarebbe sorta la diga erano stati acquistati da Cosa Nostra per due miliardi di lire e rivenduti alla Regione Sicilia per 17.

“Attorno alla diga – scriveva Francese nell’estate del 1977 – c’è un racket degli aspiranti ai noleggi e c’è un racket, ancor più vasto, per le forniture di materiali di cava, che non possono certamente giungere da Milano”. La piovra della mafia veniva denunciata senza mezzi termini e, a ben guardare, ancora oggi utilizza nella gestione degli appalti gli stessi metodi di 30 anni fa. “Lavori così imponenti – continuava Francese – impongono noleggi di grossi automezzi, oltre che di ruspe e di pale meccaniche […] Ci sarà anche un servizio mensa. Forniture di carne, pasta, verdure, cereali, bombole di gas. Sono certamente forniture contese e alle quali non pochi ambiscono. Allora ci si può rendere conto – concludeva Francese – di quali interessi può avere la mafia, quella con la M maiuscola”.

Pochi giorni dopo quell’articolo, muore un amico del giornalista siciliano, il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che stava indagando proprio sugli interessi mafiosi legati alla diga. Ed è dalle carte e dai dossier del carabiniere che Francese trae un’inchiesta a puntate – pubblicata dal 4 al 21 settembre 1977 sul Giornale di Sicilia – con nomi e cognomi dei mafiosi coinvolti nell’affare di Garcia. Negli articoli viene chiamato in causa il costruttore Peppino Garda che, messo a conoscenza del progetto della diga, avrebbe acquistato i terreni da edificare coltivandoli a vigneto per intascare il successivo risarcimento dall’espropriazione: “per ogni vigneto espropriatogli – scrive Francese – Garda guadagnerà due miliardi e 600 milioni. Altri 13 milioni a ettaro andranno nelle tasche dei generi, dei nipoti e di qualche amico per i rapporti di gabelle, mezzadrie e cooperazione che avevano instaurato con don Peppino e che sono indispensabili per avere la fetta delle somme stanziate per le espropriazione”, definite da Francese “una ballata di miliardi”.

L’ultima puntata dell’inchiesta esce il 21 settembre 1977 e vi compare il nome di un boss che sarebbe presto divenuto tristemente noto: Totò Riina. “I boss, da dietro le scrivanie degli enti pubblici – scrive Francese – spostano i loro interessi nel retroterra e, in prevalenza, nella zona della valle del Belice. […] Giuseppe Russo, ad esempio, ha scoperto che la (società, ndr) Zoosicula-Risa si tradurrebbe in Riina Salvatore”. E le informazioni pubblicate da Francese vennero poi confermate sia da una delle relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia, sia da diverse dichiarazioni del parlamentare comunista Pio La Torre, anch’egli ucciso dalla mafia il 30 aprile del 1982.

Sarebbe però ingiusto non ricordare anche uno dei figli di Mario Francese, Giuseppe, che più di tutti si impegnò per far emergere la verità sulla morte del padre. Nel 2002 morì suicida poco tempo dopo aver ascoltato alla sentenza di condanna della cupola mafiosa che aveva deciso la condanna a morte del padre: Riina, Provenzano, Bagarella, Brusca e Michele Greco. “Finalmente il mio compito è finito” disse Giuseppe Francese ai familiari prima di uscire. Fu quella l’ultima volta che lo videro in vita.
EF

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