I migranti a Lampedusa, un brano per riflettere prima di giudicare.

Pubblicato: dicembre 28, 2008 in Politica
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Per Natale mi hanno regalato un buono da 100 euro da spendere in libri. E per non fare pubblicità non dirò in quale libreria.
Mi è capitato però tra le mani, alcuni giorni fa, un “documento” (perché di questo si tratta) di grande interesse e che consiglio a tutti quelli che sparerebbero sui barconi dei migranti che giungono a Lampedusa, al grido di “Tornate a casa”. Si tratta di un libro assai noto ma forse ancora troppo poco letto: di Fabrizio Gatti “Bilal“, ed. Bur.
Il giornalista de L’Espresso è andato in Africa per ripercorrere la via di quanti sognano l’Europa e attraversano il Sahara per raggiungere prima la Libia e poi – con l’aiuto di un qualche trafficante di esseri umani locale – l’Italia e l’isola di Lampedusa. All’arrivo, un Centro di Permanenza Temporanea (da poco ribattezzati di Identificazione ed Espulsione), simile per molti aspetti a un lager, anche se non si ha il coraggio di chiamarlo così.
Come a tutti è noto, a spingere queste persone a rischiare la vita con la speranza di toccare una costa è l’estrema povertà in cui versa l’Africa. Una povertà di cui è in gran parte responsabile l’Occidente. Noi. Anche noi.

A quanti continuano ad urlare con toni leghistoduristi “tornate a casa” (e ce ne sono, basta guardare i commenti a questa notizia di Repubblica), ricopio di seguito un brano del libro di Gatti. Leggetelo con attenzione e pensateci ogni volta che inveite contro lo straniero:

“Le donne si devono affidare al bouga, la guida. E il bouga le accompagna fino a Tripoli, due o tre per volta. Ma durante il viaggio sfrutta le ragazze. Un giorno a Dirkou ho visto una bambina di quattordici anni. A ogni tappa le ragazze vengono fermate anche due o tre mesi. Perché devono rendere tre o quattro volte il costo del viaggio. Dipende tutto dal bouga. E’ così a Zinder, ad Agadez, a Dirkou. E poi in Libia: a Sebha, nel quartiere nero di Combo, e a Tripoli. Ad Agadez si prostituiscono per mille franchi […]. A Dirkou per cinquecento franchi. E mettere insieme ottantamila, centomila franchi è una fatica. Si prostituiscono anche all’autogare (piazzale di pullman, ndr). Al buio, sotto i camion […]. Le donne pagano il loro viaggio con la salute”.

E una volta arrivate in Libia, quando finalmente vengono lasciate libere, può capitare che muoiano affogate in mare, in quella immensa tomba dei migranti che è ormai divenuta il Mediterraneo. La sorte migliore che può toccargli è un centro di permanenza temporanea.

Vi lascio con un invito: provate a contare quanti sono i giornalisti in Italia che, come Gatti, vanno sul posto a raccogliere di persona le storie di vita. Pochissimi. Ormai sono quasi tutti giornalisti telefonici, da call center. Che si fanno inviare i dati ‘ufficiali’ via mail…e ricchi pacchi-regalo per Natale. Ma questa è un’altra storia e magari più avanti la tratterò. 

EF

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commenti
  1. Gaetano scrive:

    SEI UN GRANDE!!!!!!!!

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