Lavoratori stranieri: quale futuro in tempo di crisi?

Pubblicato: dicembre 26, 2008 in Politica
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Contribuiscono per il 9% al prodotto interno lordo nazionale, sono quasi tre milioni e ci si chiede se saranno loro, i lavoratori immigrati regolari, i primi a pagare le conseguenze della crisi economica internazionale.
Secondo l’ultimo rapporto Caritas/Migrantes, in particolare, già nel primo trimestre 2008 la quota di popolazione straniera occupata in Italia è scesa dal 67% al 65,7%, con una forbice compresa tra i 2 e i 4 punti percentuali in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
«La crisi internazionale avrà pesanti effetti sull’occupazione, in tutto il mondo – spiega Carlo Bonomi, presidente del gruppo Terziario innovativo di Assolombarda –. E durante i cicli di depressione i primi a essere colpiti sono gli anelli deboli della catena, nel nostro Paese gli immigrati, in primis gli irregolari perché socialmente più deboli. A rischio sarà anche l’integrazione, per via dei prevedibili tagli alle spese sociali».
Mancano ancora stime precise delle conseguenze occupazionali della crisi sui lavoratori, in particolare stranieri, ma è opinione comune tra gli industriali che eventuali licenziamenti dipenderanno dalla specializzazione che i dipendenti potranno offrire alle imprese. «Gli stranieri giunti in Italia dieci anni fa, quando l’industria aveva bisogno di manodopera – sottolinea Nicola De Bartolomeo, presidente di Confindustria Puglia – hanno ormai sviluppato competenze specifiche in fasi lavorative delicate, lasciate scoperte dagli operai italiani. Se un’azienda dovrà licenziare non sceglierà certo di mandare a casa questo tipo di impiegati». Un dato sottolineato anche da Gianpaolo Pedron, vicedirettore di Confindustria Veneto: «L’incidenza dei lavoratori stranieri nell’industria della regione è del 10% sul totale degli occupati. In caso di licenziamenti verrebbero penalizzati i lavoratori generici, più facilmente reperibili sul mercato. Questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri». Si tratta quindi dell’ultima generazione di immigrati regolari, giunti in Italia da pochi anni e non ancora inseriti nel mercato del lavoro.
Secondo Maurizio Stirpe, presidente di Confindustria Lazio, inoltre, a resistere alla crisi sarà soprattutto il comparto dei servizi che richiede una minor specializzazione e assorbe la maggior parte della manodopera straniera: «Si tratta di un settore indispensabile per cui la domanda di lavoro difficilmente può ridursi. Nel Lazio i lavoratori immigrati sono il 5% degli occupati e quasi tutti impiegati nel terziario per cui, ad oggi, non si prevede un alto numero di licenziamenti».
Ma gli immigrati sono decisivi anche in un altro comparto, quello agricolo. «Senza i lavoratori stranieri l’intero sistema di produzione si fermerebbe» spiega Fabrizio Bellini, presidente di Confagricoltura Latina. «A fare da scudo alla crisi – continua – sarà il ciclo produttivo dei campi che assicura stabilità alle aziende». Mentre Antonio Ippolito, direttore di Confagricoltura Campania, aggiunge: «Il problema licenziamenti per ora non esiste, anzi, spesso c’è carenza di manodopera. Eventuali difficoltà potrebbero invece derivare dal mancato rinnovo della fiscalizzazione degli oneri sociali». E la situazione per i lavoratori immigrati sembra non essere drammatica anche nelle campagne padane. «Il 90% del nostro personale è straniero – spiega Francesco Bettoni, presidente di Confagricoltura Lombardia – molti di loro da anni si sono perfettamente integrati nel sistema produttivo, conquistandosi la fiducia degli imprenditori. Le aziende agricole non prevedono drastici licenziamenti poiché all’orizzonte non c’è una diminuzione dei consumi».
La situazione occupazionale non sembra particolarmente nera neanche nel settore artigiano dove invece manca la manodopera specializzata. «Le quote di lavoratori stranieri assegnate alle imprese sono state fino ad oggi insufficienti a coprire la domanda di posti di lavoro», spiega Riccardo Giovani, direttore delle relazioni sindacali di Confartigianato. Secondo uno studio della stessa Confartigianato, infatti, nel 2007 restavano scoperti oltre 71mila posti di lavoro. «Sul fronte dell’integrazione – aggiunge Giovani – le nostre associazioni provinciali organizzano corsi di specializzazione e di italiano rivolti proprio ai lavoratori immigrati che vogliono impegnarsi nel settore artigiano».
Non crede a una crisi generalizzata dell’occupazione straniera neanche Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland, secondo cui «negli anni gli stranieri si sono resi essenziali al sistema produttivo italiano».

EF

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 22.12.08

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