E’ morto Sandro Curzi, la sinistra perde una guida. Eccovi una delle sue ultime interviste.

Pubblicato: novembre 22, 2008 in Politica
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E’ morto Sandro Curzi, una delle ultime e autorevoli voci della sinistra e del giornalismo italiani. Vi ripropongo un’intervista realizzata il 29 aprile del 2008, poco dopo le elezioni politiche. Curzi accettò di riceverci nel suo studio, al 7° piano di viale Mazzini. Fu un incontro di quelli che ti porti dentro per la vita.

Abbiamo intervistato Sandro Curzi, consigliere d’amministrazione della Rai e giornalista prima de L’Unità e poi a lungo direttore del Tg3. Dalla situazione generale dell’Italia contemporanea ai decenni appena trascorsi, Sandro Curzi ha delineato una panoramica efficace del rapporto tra politica e media, ricordando anche figure emblematiche del giornalismo nostrano come Indro Montanelli ed Enzo Biagi.

Curzi, considera l’Italia un paese democratico dal punto di vista dell’informazione?
<No. Per me democrazia è efficienza e partecipazione delle persone. Noi stiamo invece vivendo una fase in cui l’informazione fa da spalla alla politica, quando dovrebbe accadere il contrario. Siamo un Paese che vota ma non decide. Non è democrazia.
Anche nei giornali non ci sono battaglie. Bossi tira fuori i fucili e i giornali sorridono, la violenza non sorprende più nessuno. Mancano poi le vere inchieste. Un settimanale come L’Espresso, che decenni fa pubblicò un articolo fortissimo sulla corruzione romana, adesso fa una copertina sul vino tagliato male aggiungendo solo un tassello a questo sfascio di Paese. La copertina era degna di un Paese concorrente. Non sono mai stato un nazionalista ma mi rendo conto che su nessuna cosa riusciamo a essere seri.
La stessa trattativa su Alitalia è stata condotta in modo poco serio e l’informazione non ha aiutato>.

Si può dire che l’entrata in scena della cordata di Berlusconi abbia compromesso la trattativa tra sindacati ed Air France?
<Sì, i sindacati si sono fatti forte del paventato sostegno di Berlusconi e per tre giorni c’è stata gente che si è arricchita sulle sorti questo carrozzone in disfacimento. Le azioni di Alitalia sono salite di venti, trenta punti e chi sapeva leggere i movimenti di Borsa comprava e rivendeva nel giro di ventiquattr’ore, con guadagni molto alti. Non c’è stato però un giornale che abbia fatto un’inchiesta per capire chi ha speculato su questa vicenda. I sindacati hanno poi alzato il prezzo delle richieste facendo leva su questa cordata, pur conoscendo lo stato delle carte riguardanti Alitalia>.

Ma lei crede alla cordata?
<Se esistesse una cordata italiana io stesso la benedirei, il fatto però strano è che sia nata durante la campagna elettorale, con il rischio di venire dimenticata poco dopo. Non so come andrà a finire, spero non con il commissariamento. Air France/Klm, di contro, è attualmente il gruppo più forte sul mercato. Anche in politica oggi è difficile capire chi è conservatore e chi populista>. 

Quale altra società, a suo giudizio, rischia di fare la fine di Alitalia?
<La RAI. Sebbene sul piano finanziario ci sia ancora il canone che aiuta, la crisi sicuramente c’è. La stessa politica è stata superficiale nei confronti della RAI>.

Come è stata gestita la campagna elettorale dalla RAI?
<Diciamo che io l’avrei gestita in modo ben diverso. Visto il numero dei parlamentari avrei ripristinato le classiche tribune politiche degli anni Sessanta, dove tutti i leader dei partiti parlavano ma non tutti insieme, davanti a venti giornalisti. Quarant’anni fa però c’erano grandi leader e grandi giornalisti, c’era il confronto ed esisteva il diritto di replica alle risposte dei politici. Oggi, invece, quelli che sono i grandi giornalisti, fanno domande poco mordenti. La questione più importante sottoposta a Berlusconi, ad esempio, è stata quella sul Tibet, una domanda molto semplice su cui tutti avrebbero saputo rispondere. Nessuno ha mai nominato, invece, la parola mafia. Nessuno ha chiesto a Berlusconi se abbia o meno intenzione di portare avanti in modo serio la lotta alla mafia>.

Qual era il rapporto tra i leader della prima Repubblica e la televisione?
<Ricordo che Longo mi chiese di aiutarlo a prepararsi proprio in vista di uno scontro televisivo, Togliatti invece sembrava quasi nato per la televisione. Erano altri tempi anche per il giornalismo. La forza del giornalista deve essere nelle sue domande e nel suo pensiero, chi è senza idee non può dirsi giornalista. È anche vero che i redattori di adesso sono pagati pochissimo, non esiste più neanche l’apprendistato. Gran parte dei giornalisti oggi vivono con un contratto di tre mesi ed essere liberi in queste condizioni è eroico. La professione è stata svilita a causa anche dell’abbassamento del livello culturale della società italiana>. 

Cosa ne pensa del proposito di far finanziare i giornali di partito dai partiti stessi?
<La legge sui finanziamenti è fatta male, si ottengono sovvenzionamenti collegandosi a un deputato e si vendono magari appena quattromila o cinquemila copie. Non capisco poi perché bisogna dare tanti miliardi a testate come il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, l’Avvenire, che hanno un bilancio in attivo. Bisognerebbe quindi fare una legge molto rigorosa che sostenga seriamente le vere cooperative dei giornalisti>.

I primi passi della RAI…Cosa può raccontarci in merito?
<Inizialmente c’era la Rete1 di Fabiano Fabiani, ma anche i congressi del Sindacato dei giornalisti. Congressi di notevole livello, di scontro ideale e culturale. Sono geloso del mio periodo. Quando io ero al Tg3, Vespa al Tg1 e Alberto La Volpe al Tg2, abbiamo contribuito alla forza della Rai. Ricordo ancora quando mi chiamarono Manca e Agnes per propormi di diventare direttore. All’epoca ero condirettore dal ‘75 e non potevo ricoprire una carica più alta perché avevo origini nell’Unità. Loro mi proposero invece l’incarico, contrariamente a quello che voleva il Pci. I tre telegiornali allora erano differenti. Il Tg1, il Tg2 e il Tg3 conquistarono una fascia di pubblico che, tra il 1986 e il 1988, bloccò la nascita della Fininvest. C’era un pubblico che era affezionato al telegiornale e alla Rai. Basti pensare che ricevetti un premio dai giovani della Destra, dell’MSI (avevano fatto un concorso per stabilire quale telegiornale guardavano) perché il TG3 aveva una linea editoriale diversa, riuscivamo a far parlare tutti. Rivendico, ad esempio, la responsabilità di aver fatto parlare Bossi per primo. Avevo visto i risultati delle elezioni a Sondrio e Varese, nelle quali la Lega aveva ottenuto il 15 per cento dei voti e decisi di fare un’inchiesta, da cui risultò che uno degli esponenti del nuovo partito era un ex segretario della Camera del Lavoro. Ero interessato, in particolare, a scoprire quale era stato il nucleo di operai leghisti della Dalmine di Bergamo. Alcuni ci accusarono di aver dato voce ai leghisti e al Movimento Sociale Italiano>.

Tornando ad oggi: cosa ne pensa del fenomeno Beppe Grillo?
<Beppe Grillo non mi ha impressionato molto. Ricordo L’Uomo Qualunque, che ebbe grandi consensi all’inizio ma si dissolse non appena entrò in politica. Erano bellissime le denunce di Giannini. A quell’epoca l’Italia aveva una sua rilevanza perché era la frontiera della Guerra Fredda, ora tutta questa attenzione è scemata>.

Era questo il Paese che si aspettava dopo la ricostruzione post-bellica?
<Sono molto arrabbiato ed amareggiato in questo senso. Noi “vecchi” pensavamo avevamo altre prospettive. L’Italia della Liberazione cercava di trovare un’unità e noi giovani pensavamo che con la Resistenza si sarebbe potuta realizzare una rivoluzione culturale e intellettuale. Ricordo che andai a Parigi quando De Gasperi fece il discorso sul Trattato di Pace, all’epoca si era già consumata la rottura tra Democristiani e Comunisti. La sera prima De Gasperi e Togliatti avevano avuto un lungo colloquio. L’impressione era insomma che l’Italia, nelle sue diversità, fosse avviata verso un miglioramento delle condizioni economiche e che l’intellettualità avrebbe avuto a lungo una sua rilevanza. Berlinguer, ad esempio, era un misto di politica e semplicità. Era mio grande amico ed anche un grande giocatore di poker. Nel suo ultimo intervento pose in risalto la questione morale e il rapporto con la cultura: aveva intuito che il Paese si stava sfaldando. In una riunione del PC a Roma, poi divenuta pubblica, disse: ” Voi dite che abbiamo le mani pulite, ma stiamo attenti, guardiamo anche all’interno del nostro partito”. Berlinguer è morto troppo presto, altrimenti avrebbe potuto cambiare il PC, così come ebbe a dire lo stesso Craxi>.

In politica esistono personaggi come Pio La Torre, capaci di fare antimafia in modo concreto e non solo a parole?
<Non mi pare, non ne conosco. Pio La Torre era un personaggio molto importante, ma allo stesso tempo semplice ed affabile come persona>.

Lei ha conosciuto Indro Montanelli ed Enzo Biagi…
<Sì, di Montanelli ero amico. Biagi invece l’ho conosciuto meno ma lo stimavo per le cose che scriveva, mi è dispiaciuto molto quando dovette subire l’editto bulgaro. Con Montanelli ci incontrammo nel 1956 quando, per conto del giornale dei giovani comunisti “Nuova Generazione”, stavo tentando di entrare in Ungheria. Lì “ci sfiorammo”, a Budapest ci aiutammo e a Vienna ci rivedemmo. Mi offrì anche un pranzo in un albergo di lusso, forse per farsi raccontare come, io comunista, avessi vissuto la tragedia dell’invasione sovietica in Ungheria. Ricordo che trascorremmo tutta la notte a parlare e da allora diventammo amici, sebbene avessimo idee diverse. Era un gran solista, brillante. E’ stato uno dei pochi, quando nel 1992 fui costretto a lasciare la Rai, a chiamarmi mentre ero al programma Uno contro tutti, definendomi come il nemico che aveva sempre sognato e dicendo che tra noi c’era una forte stima reciproca. Montanelli aveva inoltre capito Berlusconi prima di tutti>.
Alessandro Proietti
Emilio F. Torsello

 

commenti
  1. fb23 scrive:

    Ciao direttore…

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