I freelance sono una razza in via d’estinzione. Ce ne sono sempre meno, vittime forse di un’economia giornalistica che gli preferisce le agenzie: si scorrono le notizie da dietro uno schermo e gli inviati si contano sulle dita di una mano. , rispondono i giornali.

Sarà anche vero ma all’estero la situazione è diversa, ci sono corrispondenti in quasi tutti i Paesi più importanti del mondo, nelle zone “calde” e qualcuno anche in quelle fredde, perché non si sa mai. In Italia questo non accade, basti pensare che alcuni giornali nostrani hanno seguito l’indipendenza del Kossovo attraverso i lanci di agenzia.

Barbara Schiavulli, in questo senso, è una mosca bianca. Per anni ha fatto la spola tra l’Italia, l’Iraq e l’Afghanistan, prima per conto dell’Avvenire poi per la Stampa e per numerose altre testate giornalistiche e radiofoniche. «Sono arrivata a scrivere anche cinque pezzi al giorno e a fare anche venti collegamenti radiofonici in poche ore – ha raccontato la Schiavulli – prima di ogni partenza calcolavo le diverse spese che avrei dovuto affrontare e le entrate dovute alle diverse collaborazioni, se non valeva la pena non partivo». E i costi di un viaggio sono altissimi, basti pensare che per farsi portare dall’aeroporto fino a Baghdad, in Iraq si poteva arrivare a costare anche 600 dollari (ne costava appena 15 prima della guerra).

Ma essere freelance significa anche farsi portatori delle storie, dei racconti e delle sfumature che sfuggono ai fatti, che ne costituiscono il contorno silenzioso e spesso ignorato dai grandi media. Pochi sanno, ad esempio, che gli abitanti di un villaggio afghano hanno sparato contro i militari italiani credendo fossero soldati di quell’armata Rossa che invase l’Afghanistan in piena guerra fredda. Sono storie locali che mettono però in evidenza come il governo centrale sia incapace di giungere nelle zone più lontane del Paese: «A Kabul la situazione è ancora relativamente tranquilla – ha raccontato la Schiavulli – ma per uscire dalla Capitale bisogna mettersi d’accordo con i talebani. Per ricostruire la strada che porta dalla capitale a Kandahar – ha continuato – sono stati spesi 250 milioni di dollari e adesso è un colabrodo per i segni delle bombe piazzate dai talebani al passaggio dei convogli americani». Ma l’Afghanistan è anche il Paese della droga. «Soldi ne girano moltissimi – ha raccontato la Schiavulli – e per tre quarti provengono dal commercio della droga. Finché il Governo centrale non riuscirà ad assicurare la sicurezza non arriveranno mai gli investimenti stranieri, unico volano per una modernizzazione e per la crescita del Paese». Poche le prospettive per ora, e tutte di guerra. «Se Obama sposterà le truppe dall’Iraq all’Afghanistan e riuscirà ad addestrare la polizia e le forze militari afghane, allora è possibile che la situazione migliori. Se si andrà in Afghanistan solo per combattere – ha concluso – allora si risolverà poco. Credo chiunque alla Nato abbia capito che la seconda opzione può essere solo che fallimentare».

 Download –> Ascolta l’intervista a Barbara Schiavulli realizzata da me (Emilio, il primo che si sente parlare), da Gianluca Galotta, Sirio Valent, Federica Venezia e con il contributo tecnico di Paolo Ribichini. Pubblicata sul Periscopio.

EF

commenti
  1. fb23 scrive:

    Complimenti, bellissima intervista…

  2. Redazione scrive:

    Tutto merito dell’intervistata😉

    Emilio

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