Chiamarlo comodino significa ormai attaccarsi ai ricordi. Accanto al mio letto ci sono due pile di libri, in tutto undici, che riesco a leggere nel tempo libero, ormai davvero poco. Eppure oggi un’ora di tempo l’ho trovata ed ho aperto Gli Insabbiati, testo interessantissimo scritto da Luciano Mirone, riguardante tutti i giornalisti siciliani uccisi dalla mafia. Ormai sono giunto a pagina 243, ma chi conosce il libro sa che non sono neanche la metà.

Va bene, okay, direte, ditemi di cosa vuoi scrivere. Ve lo dico subito: del ponte sullo stretto di Messina. Di quel che sarà parlando però di ciò che fu: la costruzione della diga di Garcia, nel Belice. Numerose sono le connessioni con il ponte berlusconiano, l’opera faraonica che nessuno, né il centro destra né in un secondo momento il centrosinistra, ha avuto il coraggio di accantonare.

Vi racconterò di cosa accadde nella costruzione della diga di Garcia, affidata alla ditta milanese Lodigiani, prendendo a prestito le parole di un grande giornalista siciliano ucciso da Cosa nostra: Mario Francese.

“l’opera che in dieci anni comporterà una spesa di oltre 324 miliardi di lire – scriveva Francese nel 1977 – non poteva lasciare indifferenti le grosse organizzazioni mafiose […] attorno alla diga c’è un racket degli aspiranti ai noleggi e c’è un racket, ancora più vasto, per le forniture dei materiali da cava, che non possono giungere certamente da Milano. Lacvori così imponenti impongono noleggi di grossi automezzi, oltre che di ruspe e pale meccaniche, impongono forniture di sabbia di cava e di mare […] Tra non molto il numero degli operai aumenterà fino a un massimo di 300-350 alle dipendenze della sola Lodigiani. Quindi ci sarà anche un servizio di mensa. Forniture di carne, pasta, verdure, cereali, pane, bombole di gas, legna, olio. Sono certamente forniture contese e alle quali non pochi ambiscono. La costruzione della diga, quindi, va guardata nel suo complesso e sotto molteplici aspetti. Allora ci si potrà rendere conto di quali interessi può avere la mafia, quella con la M maiuscola”.

Francese produsse poi un’inchiesta che per l’epoca fu un vero fulmine a ciel sereno. Quando della mafia non si osava nemmeno pronunciarne il nome a bassa voce.

“La costruzione della diga era stata progettata da un trentennio” scrive Francese chiamando in causa una serie di presunti boss che capirono molto prima di altri come far soldi dalla costruzione della diga.

Giuseppe Garda per assicurarsi un latifondo di oltre 300 ettari impiegò 100 milioni. Altrettanto fecero personaggi lungimiranti come i Salvo e i Giocondo che con poche centinaia di milioni divennero proprietari di feudi immensi. Quando nelle contrade di Gammari e Roccamena, Garda, i salvo, i Giocondo misero in moto la macchina della trasformazione dell’immensa vallata, si gridò al miracolo. Centinaia di ettari di terreni a pascolo furono trasformati in lussureggianti vigneti irrigui. Naturalmente le provvide leggi agricole regionali hanno favorito questa imponente trasformazione […] Ma perché impiantare sette anni [prima] un così vasto vigneto se ben [si] sapeva che (i terreni) sarebbero stati espropriati per la costruzione della diga? […] Per Giocondo parla la legge 865:13 milioni a ettaro per vigneti e 4 milioni e mezzo per i seminativi. Le cifre sono raddoppiate se i proprietari sono (e lo sono tutti) coltivatori diretti. […] Giuseppe Garda per ogni vigneto espropriatogli guadagnerà 2 miliardi e 600 milioni“. Di seguito comparivano i nomi di tutte le società a vario titolo gestite dalla mafia che, attraverso prestanome, operava nel Belice: Risa, Sifac, Solitano…

E poi vennero le municipalizzate, la concessione che la Dc pagò al Psi:”Dal 1970 – continua Francese in una sua inchiesta – abbiamo quindi un terzo stadio evolutivo della mafia: i boss, da dietro le scrivanie degli enti pubblici, spostano i loro interessi nel retroterra e, in prevalenza, nelle zone della valle del Belice”. Francese aveva compreso il futuro della mafia e forse anche per questo motivo venne vigliaccamente ucciso.

E oggi? In Sicilia ancora qualcuno parla del tavolinu, una sorta di punto di incontro tra mafiosi e imprenditori per gestire gli appalti. E poi c’è la politica, la cosidetta “Cosa nostra bianca”.
Ma basta vedere come vengono gestite a tutt’oggi le grandi opere per capire che in trent’anni nulla è cambiato. Nel suo libro sui casalesi, “L’impero”, così scrive il giornalista del Mattino di Napoli, Gigi Di Fiore: “Anche nella realizzazione dell’Alta Velocità, quella parte che passava sul territorio casertano, si allungarono le mani della mafia casertana. […] Pasquale Zagaria e Giuseppe Diana, entrambi con ditte di Casapenna, furono i nomi che vennero indicati per i subappalti”. E il pentito Dario De Simone confessò in Commissione Parlamentare al senatore Fernando Imposimato: “Sul territorio casertano c’era (o c’è?, n.d.r.) un monitoraggio giornaliero, non sfuggiva niente, neanche piccoli lavori. Avevamo squadre di ragazzi che andavano a controllare in giro l’eventuale apertura di cantieri”. E le tangenti pagate dai cantieri fruttavano ogni mese circa 600-650 milioni di lire.
Se il vertice è regolare, apparentemente pulito, sono i subappalti ogni volta a puzzare di mafia e prestanome. Trent’anni di lotta alla mafia e ben poco è cambiato. E pensare che adesso il premier, Silvio Berlusconi, ha intenzione di far costruire in Campania ben cinque termovalorizzatori, diverse centrali nucleari e il ponte sullo stretto di Messina. Tirate voi le dovute conclusioni.

EF

commenti
  1. Domenico Malara scrive:

    Le conclusioni sono che: o che si faccia o che non si faccia il Ponte sullo Stretto, parte di quei soldi andranno ugualmente alla mafia. Magari dirottando quei fondi su altre opere, anche meno eclatanti. Qualcuno sostiene che i finanziamenti previsti per il Ponte dovrebbero essere utilizzati per la conclusione dei lavori dell’A3. Potrei anche essere d’accordo. E in quel caso la mafia che fa? Rimane a guardare? (considerato che è già “un’impresa appaltante” nella salerno-reggio calabria).
    Anche sul mio blog ho recentemente trattato l’argomento e ribadito questo concetto (http://malarablog.wordpress.com/2008/10/06/il-ponte-di-messina-in-mano-alla-mafia-giusto-un-po-lo-stretto-indispensabile/). Dire “no” al Ponte per paura di dare soldi e lavoro alla mafia, onestamete, mi sembra che sia una motivazone che non regge.
    Ciao. Domenico.

  2. Redazione scrive:

    allora diciamo anche che la Sicilia necessita di opere ben pù urgenti che non il mastodontico ponte sullo stretto di messina. E che messa così sembra proprio che il governo voglia fare un favore alle mafie locali. Che poi così tanto locali non sono.

    Quello che non regge è il discorso perdente e disfattista (ammantato di realismo) che visto che la mafia esiste allora bisogna conviverci.

    Emilio

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