Giornalismo – De Bortoli: è ora di cambiare

Pubblicato: ottobre 2, 2008 in Politica
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Ecco un post che, seppure breve, lancia una provocazione molto valida. Riguarda alcune dichiarazioni di Ferruccio De Bortoli, direttore del roseo Sole 24 Ore. Il pingback è d’obbligo sia perché con la redazione del Sole ho avuto l’onore di collaborare come stagista fino a ieri e adesso – chissà – come collaboratore, sia perché l’intervista dice una sacrosantaverità: «il dramma – afferma De Bortoli – è che a volte non siamo più neanche tanto giornalisti, ma un grande ufficio stampa […] sempre più un copia e incolla». Appunto. Nella mia – seppur breve per ora – carriera, spesso mi sono trovato a dover fare una notizia mediante le sole agenzie stampa. Quello che viene chiamato il “lavoro di desk”. Seduto dietro una scrivania a leggere e rielaborare qualcosa non visto con i miei occhi ma vissuto da altri. E non illuidetevi: tutti i giornali fanno così. E spesso anche le agenzie stampa che traducono Reuters, France Press o Associated Press. Si legge, in qualche caso si traduce, e si rielabora. Se le agenzie crollassero, i giornali entrerebbero in crisi. E quanti nelle redazioni oggi fanno l’unica fatica di cliccheggiare stancamente con il mause scorrendo le lunghe file di agenzie, sarebbero costretti a dimagrire e ad andare in giro. A guadagnarsi il pane non a suon di raccomandazioni/segnalazioni ma a suon di scoop derivanti dalla bravura personale. E invece ormai la professione è bloccata, solo collaboratori sottopagati e agenzie. Riprendendo De Bortoli: «Siamo diventati più servi e concubini del potere, facciamo più parte del gioco. Vogliamo fare politica, influenzare la formazione di nuovi partiti e coalizioni, rifare la legge elettorale. Dovremmo invece tornare a fare esclusivamente i giornalisti, che è giá tanto». Che già sarebbe tanto.

EF

commenti
  1. Martina scrive:

    Ho iniziato questa mattina un nuovo libro di Angelo Tondini Quarenghi, Il kamikaze cristiano…e mi sono imbattuta in un passo che mi hafatto pensare…”dove l’ho già letto?”. Forse, più o meno, qui!

    “Gli editori hanno scoperto che esistono sul mercato migliaia di giornalisti e fotografi freelance, come me, pronti a barattare un servizio con pochi soldi, pur di sopravvivere. il giornalismo è una categoria affollata, siamo veramente in troppi. tutti vogliono pubblicare qualcosa<. la firma su un pezzo di carta ha un fascino irresistibile. Dimostra che sei qualcuno, che molti ti ammirano. E’ un mestiere mitizzato dal cinema, dalla letteratura, dalla televisione, dalla radio, dalla stampa stessa. Poi entri in una redazione e vedi questi famosi giornalisti: quasi tutti piccoli impiegati a orario, con schede di ingresso e di uscita, salario sindacale, ferie programmate, ore straordinarie (tutte pagate). Passano la giornata davanti ad un computer, lì fermi, con i loro bei culi di pietra, occhialini da vista, foto, cartoline e frasi memorabili appiccicate sul tabellone dietro di loro, immagini di figli, di mariti, di fidanzate, di gatti e di cani, disegni infantili, bimbi che spengono candeline, Mel Gibson, Jennifer Lopez, Tom Cruise, Madonna. E scritte tipo: “Prima di parlare, assicurati che bocca e cervello siano collegati!”. Sono impiegati, piccoli impiegati, impossibili da licenziare e persino da spostare dalla cronaca agli spettacoli. Sindacalmente intoccabili.
    Ecco perché gli editori si sfogano sui freelance, sui giornalisti liberi che nessuno protegge, pronti a partire anticipando tutte le spese pur di lavorare. Senza assicurazione, senza un contratto, fissando compensi a voce, senza garanzia che poi il servizio venga acquistato […]. E’ un momento ifficilissimo per quei giornalisti indipendenti che danno forza e idee, riempiendo pagine di riviste, specilamente quelle mensili”.
    (A. Tondini Quarenghi, Il kamikaze cristiano, Bietti, Milano 2006, pag. 20).

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