Sistematicamente i cittadini qualsiasi, il cosidetto popolo sovrano, approvano ciò che il capo del Governo suggerisce,e più si tratta di proposte demagogiche, illusorie e magari forcaiole, più le sottoscrivono con tendenza all’unanimità […] i governi che promettono sicurezza finiscono quasi sempre in dittatura: dura o morbida?”. Questo il giudizio di Giorgio Bocca in un editoriale pubblicato su L’espresso di questa settimana. Come dargli torto? In poche parole ha tracciato la descrizione precisa e puntuale della mentalità dilagante nel nostro Paese, dove il senso civico si è ritirato al proprio cortile e quanto accade al di là interessa poco.

Fa un paragone Bocca: mette a confronto Bettino Craxi con Silvio Berlusconi. Non a caso i due si conoscevano. Ma, a mio avviso, fa un errore quando afferma che avevano la medesima intenzione: “quando sarò stabilmente al governo, penserò a sistemare i ladri”. Fosse vero, allora saremmo a posto. Chi scrive, infatti, è stato tra quelli che, pur non avendo votato il Silvionazionale, davanti alla sua vittoria così schiacciante ha tirato un sospiro di sollievo e ha pensato: finalmente qualcuno che ha la possibilità di prendere decisioni difficili per rimettere “a norma” l’Italia. Ma così non è stato. Il nostro Paese, al contrario, si sta destrutturando. E non da solo: grazie alla politica.
Quel sorriso silvionico – tanto glamour e nazionalpopolare – è lo stesso del 1994. Sempre quello. Ed anche i propositi e il pallino di una giustizia che è meglio depotenziare – Così come le forze dell’ordine –  sono sempre gli stessi.

Complice di questa mancata presa di “coraggio politico” è anche la cittadinanza che – come scrive Saviano – vive “in una grande bonaccia, micidiale perché stringe tutto in un’immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi”. Accade tanto per la camorra quanto per la politica. Gli italiani ormai non si sorprendono più di nulla, e la politica lo sa benissimo. Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia con delega alla gestione dei fondi ingenti, non si dimette se chiamato in causa in questioni di rilevanza penale da un pentito colluso con la camorra. Idem Luigi Cesaro, leader del Pdl campano. O ancora, Nicola Ferraro, consigliere regionale e leader locale dell’Udeur. L’Italia nostra andrà a fondo lentamente e morirà senza accorgersene perché gli italiani stessi sono incapaci di reagire. La cittadinanza è come una rana cotta viva in un calderone: se si accende il fuoco, morirà lentamente e senza rendersene conto. E sarà stato un suicidio collettivo. Guai a chi lo definirà “inconsapevole”.

Per la politica, la motivazione addotta da Antonio Di Pietro è che tutti tacciono sulle colpe dei colleghi, per evitare che si concretizzi il detto “oggi a te domani a me”: meglio tacere. Un immobilismo freddo, morto a priori, da cui non si esce. La voce di chi denuncia, insomma, torna indietro come una eco fastidiosa a cui si risponde frettolosamente “ma sì, tanto ci aspettiamo di tutto”. La dinamica è la stessa ben nota ai sub: l’eco colpisce le orecchie da tutti i lati, da qualsiasi parte giunge la stessa risposta, il nulla, l’indifferenza che uccide.

EF

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