Alfonso Cesarano, 35 anni, già agli arresti domiciliari, è stato fermato oggi con l’accusa di essere uno dei 6-7 sicari che hanno partecipato al doppio agguato di giovedì scorso nel casertano. Secondo gli investigatori il commando che ha agito a Castelvolturno e a Baia Verde sarebbe lo stesso e farebbe capo ad Antonio Cirillo, detto “o sergente”, e a Gisueppe Setola, scarcerato nell’aprile scorso per una grave patologia all’occhio e poi resosi latitante. Ma c’è dell’altro. Gli inquirenti hanno infatti contestato a Cesarano anche l’accusa di strage aggravata dalla finalità mafiosa e dal metodo terroristico. La sparatoria di Castelvolturno, infatti, sarebbe stata un’azione dimostrativa che avrebbe diversi punti in comune con le modalità di numerosi attentati terroristici. Un po’ come il vecchio motto del “colpirne uno per educarne cento” e far capire che non ci si oppone all’avvento di nuovi capi, dopo il vuoto lasciato dai numerosi esponenti coinvolti e condannati dal processo Spartacus.
“La finalità del clan dei casalesi – ha dichiarato all’Ansa il procuratore aggiunto della Dda di Napoli, Franco Roberti – è quella di indurre tutti a non collaborare più con la giustizia, ai commercianti a piegarsi alle richieste di estorsione e le varie etnie a sgomberare il campo perché danno fastidio ai casalesi”.
La madre e la moglie di Cesarano, intanto, starebbero testimoniando l’innocenza del loro congiunto, sostenendo che non si sarebbe mai allontanato da casa.

A Castelvolturno sono infine arrivati i 400 agenti promessi dal Viminale (160 poliziotti, 160 carabinieri e 80 finanzieri), schierati con l’obiettivo di presidiare in modo capillare il territorio e – questo è stato detto ma senza troppa enfasi – rimandare in patria tutti gli immigrati clandestini della zona. Come dire: la legge in questo caso potrebbe indirettamente aiutare i casalesi, togliendo dalle strade concorrenti scomodi nel traffico di stupefacenti.

EF
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