Giornalismo: essere o non essere?

Pubblicato: settembre 21, 2008 in Politica
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Enzo Biagi e Indro Montanelli

Enzo Biagi e Indro Montanelli

“Essere o non essere, questo è il problema”, scriveva Shakespeare. Ed è un po’ quello che mi chiedo anche io in merito al mio futuro. Quale? Quello nel giornalismo.

Il mestiere che sto tentando di imparare lo sognavo fin da piccolo e uno dei punti a favore della mia vita – se mi guardo indietro – è di averci provato. Non avrò rimpianti. Eppure esiste un MA che avvolge come un enorme dubbio tutta la vicenda e riguarda il COME. Il “come” più intimo della mia futura (spero) professione.
Mi spiego meglio. Tutti i più grandi giornali, ormai, centellinano i corrispondenti e si affidano alle agenzie stampa, le uniche che – quando non traducono le sorelle straniere – mandano ancora qualcuno sul posto dove è avvenuto un fatto. La maggior parte dei giornalisti – o presunti tali – invece, leggono da dietro lo schermo di un pc i resoconti delle agenzie e lo sforzo maggiore che compiono è quello di riscriverli in un italiano discreto oppure di cambiare qualche parola oppure ancora, e siamo all’assurdo, di copiarli e incollarli così come sono.

La questione del COME è però duplice. E chiama in causa, in entrambi i casi, il futuro prossimo venturo. Se si decide infatti di “divenire” un freelance, cioè un giornalista pagato ad articolo, si fa la fame. Se si inizia invece a sperare in un qualche posto interno alla redazione (circostanza di per sé più unica che rara), allora si finisce a guadagnare molto ma a percepire anche della cosidetta “indennità di desk”. In due parole. a stare dietro ad uno schermo. Fermi, a sintetizzare agenzie o a creare le pagne. E a riscuotere una “indennità”, proprio perché trascorrere 12 ore seduti ad una scrivania non è il massimo. Essere o non essere, dunque, resta un problema. Insoluto.

L’ultima domanda, infine, riguarda il giornalismo di inchiesta. Dov’è finito? Quando qualcuno ne fa, ecco che piomba nelle redazioni la polizia o la finanza. E pochi gridano allo scandalo. Di contro, però, se nessuno scrive articoli d’inchiesta, i giornalisti vengono definiti “venduti al potere”. Il dilemma resta ancora forte come prima: essere o non essere? Che poi si potrebbe tradurre in: vedere o non vedere? Conoscere o sentir dire? Approfondire o lasciar correre?

Qualsiasi risposta io tenti di darmi, c’è sempre un pezzo fuori posto che mi lascia perplesso. Non che tutto debba sempre essere perfetto – la fortuna dell’uomo è la sua imperfezione – ma diciamo che il gap tra come il giornalismo è e come dovrebbe essere, in questi anni è enorme. La mia impressione è che insieme al senso critico e alla politica, ormai si stia perdendo anche l’anima della penna, dell’indagine, dell’approfondimento CRITICO. Tutto questo è racchiuso in quel monosillabo avversativo “MA” di cui sopra. Il giornalismo comodo, quello che si limita a seguire la politica senza metterla in crisi, che frequenta i salotti bene e stringe mani colpevoli di eccessiva ipocrisia civile, non credo sia giornalismo. Scrivere di tutte queste cose e vantarsene è facile come bere un bicchier d’acqua. Il mettersi in gioco è ben diverso. Il fornire punti di vista esterni, difficili, scomodi, veritieri, è ben altra cosa. Ma quale dei due è oggi considerato giornalismo in questo Paese? Non voglio rispondere. Davanti a quanti si sentono arrivati solo perchè hanno ormai un posto fisso o frequentano i potentati locali e poi garbatamente ne scrivono, resto però francamente interdetto. Non ammirato. Dove sta la bravura? Qualcuno mi risponda per favore. E mi chiedo se non sia io ad avere un’idea deviata della professione. Anche Montanelli, Biagi e tutti i grandi del nostro giornalismo seguivano la politica ma avevano il coraggio di manifestare le loro idee con forza e convinzione. Oggi di tutto questo restano solo le inorgoglite frequentazioni, manca lo spirito critico che, se c’è, spesso viene ridotto al silenzio dall’autocensura preventiva. Essere o non essere, questo è il problema. E potrebbe divenire un cancro tremendo per la nostra già debilitata democrazia.

EF

commenti
  1. Paolo Pegoraro scrive:

    Caro Emilio, questo credo valga per ben più di una professione. Essere o non essere un politico che vuole il bene comune? Essere o non essere un giudice che ama la giustizia? Essere o non essere un medico che ha a cuore la vita prima del profitto? Essere o non essere un commerciante onesto? Essere o non essere un docente universitario, o anche solo un prof delle medie? Per non dire anche: essere o non essere un genitore responsabile? essere o non essere uno studente che desidera un futuro? essere o non essere qualcuno che crede nella possibilità di migliorare, con il proprio impegno e sacrificio, la vita degli altri oltre che la propria? Essere o non essere, infine, una persona, cioè uno che investe fino in fondo e senza sconti in ciò in cui crede? Questa è l’unica domanda di sempre, ovunque, per tutti. Questo l’interrogativo che lascia alle nostre coscienze il dolce principe di Danimarca.

  2. Redazione scrive:

    Caro Paolo,
    sono perfettamente d’accordo con te. In generale l’uomo e il cittadino è chiamato a scegliere da che parte stare. Un po’ come scriveva Calvino ne Le città invisibili, ultimo paragrafo. Quella di un’informazione responsabile e responsabilizzata, però, potrebbe essere il primo passo per richiamare alla coerenza, seppure in modo forzoso e sotto il ricatto della fama, anche quelle categorie – la politica in primis – che vivono di opinione pubblica.

    Emilio

  3. Antonio Imperi scrive:

    La domanda da porsi è:

    – Come mai la nostra bella Italia è in pessima posizione nella classifica della libertà di stampa ?
    – Come mai abbiamo giornalisti che non analizzano mai la notizia, ma fanno il semplice passacarte ?
    – Come mai, se c’è un’analisi della notizia la si cerca sempre di non pubblicare oppure la si evita di inserire in prima pagina ?

    Il sig Pegoraro paragona il giornalismo al prof delle medie… grande errore, il giornalismo non a caso è considerato il quarto potere, quindi ogni giornalista dovrebbe mettere nel proprio lavoro tutto l’impegno e l’onestà che quel potere deve avere. Una mia opinione è che la situazione in cui versa l’Italia è anche a causa del giornalismo assente o estramamente di nicchia

    Saluti
    Antonio

  4. Paolo Pegoraro scrive:

    Caro Antonio,
    non ho paragonato: ho trasportato il discorso su un diverso e più ampio piano. Poi: senza dubbio la malastampa ha tutte le sue colpe e non intendevo in alcun modo relativizzare la gravità del problema, ma una carenza educativa produce molti più mali e molto più a lungo. Perché il cattivo giornalista offre un pessimo servizio, ma il cattivo lettore resta vita natural durante nell’impossibilità di rendersi conto di questa situazione: l’incontrastata percentuale d’italiani che si rifanno esclusivamente alla televisione come strumento informativo, senza affiancarla con nessun altro media, la dice lunga sulla supinità del pubblico nostrano. Ci sono poteri molto più efficaci dei quattro istituzionalizzati, e la conoscenza sta certamente ai primi posti.
    Cari saluti,
    Paolo

  5. kronakus scrive:

    Sei un grande.
    Questo tuo post scopre l’acqua calda, ma si tratta di quella stessa acqua in cui tutti noi siamo immersi. Dunque ben venga la tua riflessione, a mio avviso corretta in ogni suo punto.
    Mi spiace solo non poterti aiutare nel trovare una risposta. Se non quella di dare il meglio di te per cambiare le cose. Perché, come pare, oggi “si può fare”.🙂

  6. Redazione scrive:

    Eh si eh…menomale che si può fare…pensa se non si potesse fare allora…

    Emilio

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