Ricordando don Pino Puglisi

Pubblicato: settembre 15, 2008 in Politica
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Quindici anni fa veniva ucciso don Pino Puglisi, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre svolgeva la sua attività di parroco nel difficile quartiere palermitano di Brancaccio. La mafia eliminava un sacerdote che stava mettendo in difficoltà i boss perché faceva intravedere ai giovani palermitani una realtà e un futuro differenti, al di fuori della criminalità. Don Pino era giunto a Brancaccio il 29 settembre del 1990, a capo della parrocchia di San Gaetano, in un quartiere controllato dai fratelli Graviano, legati alla famiglia di Leoluca Bagarella. In questo contesto, padre Puglisi aprì il centro Padre nostro, un vero pugno nello stomaco dei boss, una via alternativa alla criminalità organizzata.

A raccontare le motivazioni della morte è stato lo stesso assassino di don Pino, Salvatore Grigoli, in un’intervista a Famiglia Cristiana: «C’era la convinzione che il Centro Padre nostro, da lui creato, fosse un covo di infiltrati della polizia. Poi si scoprì che non era vero. Ma innanzitutto perché nelle prediche, a messa, parlava contro la mafia e la gente sentiva questo suo fascino, soprattutto i giovani». E pensare che Salvatore Grigoli ha confessato 46 omicidi. Secondo Cosa nostra la Chiesa «era quella che, se c’era un latitante, lo nascondeva. Non perché era collusa, ma perché aiutava chi aveva bisogno. Un territorio neutro. Cosa che è venuta a mancare negli ultimi anni». Ma con don Pino questa pratica cambiò. Da territorio neutro si traformò in luogo vivo, etico, capace di mettere l’uomo davanti ad una scelta che chiamava in causa se stesso in relazione alla comunità. E pensare che «Il novanta per cento dei mafiosi dice di credere in Dio», sottolinea Grigoli, e lo invoca prima degli omicidi. Ma la vera religiosità è un’altra, quella mafiosa è di comodo.

Dopo 15 anni, però, a Palermo non molto è cambiato ma qualcosa sì e non è poco per una terra come la Sicilia. Alcuni industriali hanno infatti iniziato a denunciare i loro esattori e numerosi mafiosi sono finiti in galera. Basti pensare che sono 93 su 144 gli imputati condannati nei 12 processi per estorsione celebrati finora e a cui ha preso parte anche la Federazione Antiracket. Dati numeri e statistiche che descrivono ancora una rivolta “circoscritta” ma che sarebbe stata impensabile appena 10 anni fa. Don Pino con il suo esempio ha contribuito a risvegliare le coscienze, a far comprendere l’entità di un cancro che finché resterà in vita, continuerà a rodere l’Italia.

EF

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