Oltre al Mangano Berlusconprevitiano, in Sicilia ce ne fu un altro, Angelo Mangano, vicequestore di Palermo nel 1966, che permise la riapertura delle indagini sul “suicidio” del giornalista Cosimo Cristina, trovato morto lungo i binari ferroviari in contrada Fossola alle 15.30 del 5 maggio 1960. Nelle tasche del cronista ventiquattrenne (nato l’11 agosto 1935) vennero rinvenuti alcuni biglietti che palesavano l’intento di togliersi la vita. Noto in tutta Termini Imerese per aver denunciato gli interessi dei boss locali – Giuseppe Panzeca, Emanuele Nobile ed il termitano Santo Gaeta – Cristina era nell’occhio del ciclone per alcune querele che lo videro sempre colpevole, seguite alle denunce da lui fatte dalle pagine del suo giornale, Prospettive Siciliane.

Crisi economica (il giornalista venne licenziato dall’azienda in cui lavorava poco prima del “suicidio”), diversi processi a carico e una sostanziale “terra bruciata” che il paese gli aveva fatto attorno, convinsero in breve tempo le autorità che si fosse trattato di suicidio. Non venne fatta alcuna autopsia – se non diversi anni più tardi -, la magistratura si fidò dei soli biglietti trovati in tasca ai pantaloni di Cosimo Cristina senza neanche predisporre una perizia calligrafica. Una denuncia di un amico del giornalista, Giovanni Cappuzzo, riguardante alcune pressioni perché abbandonasse Cristina al suo destino, non vennero apporofondite ma anzi, definite “esagerate”, non si cercò di capire con chi il giornalista aveva trascorso le ultime ore di vita. Nulla.

L’autopsia venne disposta ed eseguita solo alla riapertura del fascicolo, dopo il rapporto del Mangano ma – il 3 ottobre 1966 – avallò, con poca scientificità (cfr. “Gli insabbiati”, di Luciano Mirone, ed. Castelvecchi, pp. 41-44) e sorpresa di tutti la tesi del suicidio, nonostante numerose contraddizioni contenute nella perizia (cfr. ivi).

I magistrati scrissero: “il suicidio è conclamato non solo dalle risultanze delle indagini a suo tempo esperite, ma anche e soprattutto dai suoi più approfonditi accertamenti, nonché dai biglietti scritti dal Cristina e rinvenuti sul suo cadavere, che provano IN MODO UNIVOCO la sua determinazione, poi attuata, di togliersi la vita. ne consegue che la denuncia contenuta nel rapporto Mangano appare destituita di ogni fondamento” (ivi, p.45).

A questo si aggiunga che non venne mai interrogato neanche il macchinista del treno che investì Cristina né venne stilato un rapporto da parte dei Carabinieri, scartando da subito l’ipotesi che si potesse trattare di un delitto.

Da più parti, sul web, oggi si parla di “suicidio mafioso”, ma il processo non è comunque mai stato riaperto. Cosimo Cristina non ebbe nemmeno un funerale – per i suicidi non era previsto -. Il suo corpo venne caricato su un carro e portato all’obitorio. Una voce scomoda che in molti contribuirono a far dimenticare.

EF

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