Nel 2016 in Italia ci saranno 1.650 «città fantasma»

Pubblicato: agosto 6, 2008 in Politica
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Recentemente negli Stati Uniti in 300 si sono messi in fila per comprare l’intera città di Whites City, nel New Mexico. Valore commerciale circa 5 milioni dollari e una particolarità: è una ghost town, una città fantasma. Qualche casa, un paio di alberghi, negozi, un ufficio postale e poco altro. Ma non accade solo in America. Secondo il rapporto «1996/2006 – Eccellenze e ghost town nell’Italia dei piccoli comuni», diffuso oggi da Confcommercio-Legambiente, 1.650 città rischiano di diventare città fantasma da qui a otto anni a causa di un fenomeno di desertificazione definito «disagio abitativo». Inoltre 4.395 comuni verseranno in condizioni disagiate. La causa? Mancanza di servizi alle persone e alle imprese, basso tasso di natalità e immigrazione, incapacità ad attrarre nuovi capitali.

Secondo il rapporto, le future ghost town costituiscono un quinto dei comuni italiani, pari a un sesto del territorio nazionale. Vi risiede, almeno per ora, il 4,2% della popolazione, con 560mila residenti over 65, il 20% in più rispetto alla media italiana. Poche possibilità di un impiego lavorativo, poca fluidità sociale. A confermare questa tendenza sono anche i dati relativi all’immigrazione: nelle 4.395 potenziali città fantasma risiede appena il 4,6% degli stranieri presenti sul territorio nazionale, che preferiscono invece metropoli più favorevoli dal punto di vista lavorativo. Qui è anche critica la situazione scolastica: in soli sette anni, il numero degli alunni delle scuole materne è passato dal 15,3% del totale nazionale al 9,6 per cento.

Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, il rapporto «descrive un Paese a diverse velocità, in cui chi è in ritardo non recupera». Per Sangalli «quella delle eccellenze è una nicchia che fortunatamente ancora contribuisce allo sviluppo delle economie locali». Per Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato del Pd, per uscire dalla crisi è quindi necessario che le istituzioni considerino «i comuni con meno di 5mila abitanti non un’eredità del passato ma protagonisti del futuro del Paese».

L’economia dei piccoli centri appare quindi sostanzialmente ferma e legata al sistema produttivo primario: i depositi bancari sono pari a 20,2 miliardi di euro – appena il 2,9% degli oltre 690 miliardi del totale nazionale – e vi si registra il 24,3% delle partite Iva agricole. «Ogni contribuente – spiega il rapporto – traduce in reddito 68 euro contro i 100 della media nazionale». Dal punto di vista turistico la situazione non è migliore: l’affluenza è pari al 6,8% del totale nazionale.

Ben lontane dal pericolo desertificazione, invece, le amministrazioni di 2.048 comuni – quasi tutti nelle zone della Pianura Padana, nel Nord Est e nelle regioni centrale di Marche, Toscana e Umbria – che negli anni hanno realizzato “decentramenti produttivi” in grado di sfruttare al meglio le potenzialità territoriali, consentendo una maggiore diffusione del benessere. In testa c’è l’Emilia Romagna, con il 51,4% di comuni “eccellenti”, seguono Lombardia, Piemonte e Veneto. All’ultimo posto la Basilicata, con un solo comune “virtuoso”. Questa parte di Italia fa registrare il 22% delle denominazioni certificate (Dop e Igt) e con 119.202 aziende si colloca al primo posto in Europa.

EF

Pubblicato sul sito de Il Sole24Ore il 06.08.08

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