A Napoli un nuovo termovalorizzatore. La terza via allo smaltimento dei rifiuti.

Pubblicato: giugno 24, 2008 in Politica
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In Campania i termovalorizzatori sono quattro, ma non è tutto oro quello che luccica: il primo, ad Acerra, è in fase di costruzione, il secondo e il terzo sono “in fase di avviamento”, rispettivamente a Santa Maria La Fossa e a Salerno; il quarto dovrebbe sorgere ad Agnano, nella zona Ovest di Napoli. A darne la notizia, ieri, il sindaco della città partenopea Rosarusso Iervolino: “Napoli Nord ha la discarica di Chiaiano, Napoli Est ha avuto la centrale di Vigliena e Napoli Ovest avrà questo ‘servizio'”. La Iervolino che ha tracciato la mappa di una Napoli sventrata dai rifiuti, dalle cave e da ‘servizi’ poco graditi dai cittadini: il termovalorizzatore.

Si scatenano anche le municipalità. La X in particolare, dove dovrà sorgere il termovalorizzatore, con il suo presidente, Giuseppe Balzamo (PD): “L’area è sottoposta a quattro vincoli: urbanistico, perché è considerata zona paesaggistica, della Sopraintendenza ai Beni Culturali, dei parchi e in più si trova a poca distanza dall’Oasi degli Astroni”. Spazzatura ovunque, insomma, ma nessuno vuole né discariche né i termovalorizzatori. Colpa dei vari pecorariscani e beppegrilli. Aizzano la popolazione per restare sull’onda dell’antipolitica e far soldi o raccogliere voti, senza raccontare che a Vienna e a Tokyo (e non solo), ad esempio, un termovalorizzatore ce l’hanno in città, accanto alle case, con annessa piscina (a Tokyo). Questione di serietà istituzionale e informativa.

I rifiuti sono un business e il maggior numero di persone deve guadagnarci, questa la situazione nel nostro Paese, dove la gestione della spazzatura fattura quanto le telecomunicazioni, le società di smaltimento invece di diminuire aumentano e la spazzatura è sempre lì, anzi, aumenta anche quella.
Se in Italia ci sono 3.500 aziende che si occupano di ‘monnezza’, in Francia le prime quattro coprono l’80% del mercato. Le prime due, poi, sono multinazionali: Suez e Veolia. Negli USA i giganti del rifiuto sono tre ma tra poco si ridurranno ulteriormente, perchè Wai e Republic stanno dando vita a una fusione da oltre 6 miliardi di dollari. In Italia, senza contare le municipalizzate, siamo a 3.500, giova ricordarlo.

Ma non è tutto: mentre nel nostro Paese parliamo di discariche da creare, scovare e scavare, il resto del mondo cerca di farle sparire sfruttando le cosìdette ‘filiere’: dell’acciaio, del vetro, della palstica, dell’alluminio, del legno. Il riciclo permette, infatti, di risparmiare gran parte dell’energia che servirebbe alla produzione ‘ex-novo’ dei manufatti. Esiste poi una filiera anche per le sostanze tossiche. La Ste, una società di Padova, aveva infatti acquisito, alcuni anni fa, un brevetto americano per trasformare sostanze tossiche in vetro, fibre per uso industriale e gas per combustione. Ha realizzato impianti in Giappone, negli Stati Uniti e in Giappone: in Italia la burocrazia ha bloccato ogni possibile progetto.

La Repubblica di ieri, inoltre, pubblicava un’interivsta a un dirigente dell’Enea, Ermanno Barni, con cui è utile chiudere questa breve riflessione: “All’estero il ciclo dei rifiuti è ovunque completo. Diciamo che fatto 100 il contenuto di un cassonetto, un 50% è materiale recuperabile e riusabile. vetro, legno, carta, etc. L’altro 50% va messo in un termovalorizzatore, ossia un inceneritore di nuova generazione, brucia e si trasforma in energia e calore. Il residuo è il 10% della quantità di partenza. E quel 10% può ancora essere dimezzato: se ne fanno degli inerti che funzionano bene per fare il fondo delle strade: all’estero si fa, in Italian non si può, bisogna usare rocce e sabbia di cava (con tutti il business criminale che gira attorno alla gestione delle cave in Italia, ndr EF’s Blog). Alla fine – conclude Barni – resta appena un 5% di materia completamente inerte e quella va portata in discarica. […] In Italia portiamo in discarica il 54% dei rifiuti di partenza”.

Le amministrazioni e i vari grilli e grillini riflettano.

EF

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