I cadaveri galleggianti e incagliati nelle reti, gonfi e riversi a pancia in su, li avranno ripescati quasi come si fa con i tonni. Erano uomini e sono annegati a largo della costa meridionale della Sicilia. Le loro sagome si intuivano appena, disperse tra le onde, scontornate dai morsi dei pesci. In Italia li chiamiamo clandestini. Partono dalla Libia con il miraggio del sogno europeo e nella migliore delle ipotesi finiscono in un centro di permanenza temporanea (CpT) sovraffollato, sporco, molto simile ai bagni penali di fine Settecento, oppure in mano alle organizzazioni criminali nostrane.

Sono uomini ma non per la burocrazia, non per le mafie internazionali, non per il mare, che ne inghiotte a centinaia. Un enorme, gigantesca, tomba silenziosa chiamata Mediterraneo.

Dell’ultima traversata finita in tragedia, una delle tante per cui il nostro mare è ancora il centro del mondo, si è avuta notizia solo ieri ma sarebbe partita dalle coste libiche almeno dieci giorni fa. Il bilancio racconta una strage: 40 persone annegate e oltre 100 dispersi, che in mare equivale molto probabilmente a “morti”.

Nonostante una denuncia fatta ne giorni scorsi dal quotidiano Il Manifesto, fino a oggi nessuno aveva fatto parola dei barconi partiti dalle coste libiche e di cui non si era avuta più notizia. Imbarcazioni diverse, medesimo naufragio. Nove giorni fa, infatti, la nave della Marina Militare “Sirio”, aveva ripescato 13 cadaveri che galleggiavano tra le onde, di cui tre in avanzato stato di decomposizione e quindi vittime di un naufragio anteriore, probabilmente lo stesso denunciato dalla Marina libica che aveva recuperato poco prima altre vittime del mare, tutti egiziani, e aveva allertato Il Cairo. Da quel naufragio sarebbero sopravvissuti in tre su circa 150 persone. Tutti affogati, tutti a vario titolo “dispersi”. Un viaggio della morte costato a ogni migrante circa duemila euro, pagate al mafioso locale.

Nessuna notizia, inoltre, dei sei dispersi che erano sul barcone spezzatosi due giorni fa contro le gabbie per i tonni, 56 miglia a sud di Malta. Un peschereccio italiano, il “Gambero”, ha salvato dalle acque 28 somali intirizziti dal freddo e stremati, tutti avvinghiati come alghe alle gabbie da pesca. La stessa scena si è ripetuta ieri, sempre in acque maltesi: un peschereccio ha trascinato una gabbia dove stavano aggrappati 26 migranti.

EF

Pubblicato sul periodico on line PERISCOPIO

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