Il gesto di Silvio

Silvio spara, per finta, a una giornalista russa. Una roba da nulla, uno scherzetto goliardico. Mani parallele, occhietto vispo, due dita a mo’di pistola e poi via, il pollice si alza e si abbassa come un grilletto. Davanti a lui Natalia Melikova, giornalista della Nezavsinaya Gazeta, ‘colpevole’ di aver fatto una domanda riguardante la sfera personale del presidente Putin. Imbarazzo, silenzio e poi Silvio che mima lo sparo. Avrà pensato ad Anna Politkovskaja mentre fingeva i due colpi di pistola? Oppure interpretava un modo ‘democratico’ di chiudere la bocca ai giornalisti? Nel generale imbarazzo, Putin ha risposto allo scherzo con un sorriso bonario, da vecchio compagno di giochi.

Il gesto di Silvio però riflette anche una concezione deviata dell’informazione, avvertita come semplice accompagnatrice dei gesti di un presidente. Per capire come da molto ormai, forse per paura di perdere il posto, tanta parte della nostra informazione sia stata accondiscendente nei confronti di Sivlio, basta guardare la campagna elettora appena conclusa. Invece di chieder conto dei candidati che a vario titolo sono stati immischiati in vicende di mafia, la domanda più cattiva rivolta al leader della PdL è stata “quale politica terrete nei confronti dell’emergenza umanitaria del Tibet”? Allora ci si chiede: cosa avrebbero chiesto Enzo Biagi o Indro Montanelli se fossero stati loro davanti a Silvio? Probabilmente purtroppo, la nostra democrazia mediatica che addormenta le menti, non avrebbe in qualsiasi caso permesso un tale confronto. Eppure, il fatto resta: il Tibet contro il silenzio sulla mafia e le leggi ad personam.

Campagna elettorale sottotono, giornalisti che stanno bene attenti a non essere eccessivamente ‘scomodi’ e un futuro premier che, goliardicamente, finge di sparare a una giornalista. Il primo passo verso una democrazia guidata e un’informazione latitante.

EF

commenti
  1. Elisa scrive:

    Riguardo alla campagna elettorale appena conclusa, ho anch’io avuto l’impressione, guardando le conferenze stampa su Raidue, di avere di fronte giornalisti che non facevano il loro mestiere. E il mestiere del giornalista richiede preparazione, come tutte le professioni (e molto più di altre professioni): non tutti sono capaci di fare il giornalista. I giornalisti che abbiamo visto (e la domanda del tibet è stata posta da Gianni Riotta, direttore del TG1) non sono degli incompetenti; diciamo però che hanno “dimenticato”, messo nel cassetto (più per scelta di chi sta sopra di loro, immagino e spero, che per loro scelta personale), la loro competenza. Non solo: ho guardato la rassegna stampa dei giorni successivi, e ho visto un atteggiamento diverso verso due partiti più piccoli come “I grilli parlanti” e “Per il bene comune”, non perché sia aumentata di molto la competenza, ma perché è aumentata la spocchia: in certi momenti era palese che i giornalisti pensassero “ma quanto è ridicolo questo che mi parla”; il che può essere. Ma l’impressione è stata questa: della persona piccola di fronte ai “grandi” e grande di fronte ai “piccoli”. Giornalisti con un pensiero fondamentalmente non libero. La prima critica che viene da fare è ai giornalisti per primi, ma bisogna pensare a quanto la loro non-libertà dipende da altri, e quanto da loro (io credo dipenda da ENTRAMBE le cose).
    Se qualcuno rispondesse a queste implicite domande, ringrazio: guardando i telegiornali mi chiedo spesso quanto sia libero e capace davvero il nostro giornalismo, almeno quello televisivo, che vedo sui tre canali RAI e i tre di Mediaset, e cosa si sta facendo per modificarne la struttura.

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