La Storia incompleta: l’Italia e Obama

Pubblicato: marzo 18, 2008 in Politica
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“La mia storia, il mio background mi dice che questa nazione è molto più che non la sola somma delle parti, siamo un’unità” – questo il succo del discorso pronunciato oggi da Barack Obama al National Constitution Center di Filadelfia.

Per Obama l’integrazione supera le razze, le considera un fattore socialmente disgregante e si apre a una nuova convivenza che supera eticamente il semplice concetto di unità. La storia e la tolleranza sono elementi che fanno parte – ha ribadito Obama – della sua vicenda personale: «sono figlio di un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas, cresciuto con l’aiuto dei nonni bianchi e sposato con una afroamericana che ha il sangue degli schiavi e dei proprietari di schiavi, un’eredità che abbiamo passato alle nostre figlie». La storia dunque può essere un’eredità da tramandare, i cui insegnamenti e il cui sangue non devono essere dimenticati. Costruire il futuro guardando al passato.

L’America, nel bene e nel male, ancora una volta detta la strada della democrazia. In un dibattito elettorale di quelli che in Italia possono solo essere sognati, Obama cita infatti anche gli errori commessi nel passato, li ammette davanti alle telecamere perché in America se ti beccano a mentire sei politicamente finito. I mistakes non sono però stigmatizzati al modo italiano (fascisti o comunisti, assunti come categorie assolute e ancora pseudovalide ai giorni nostri), ma sono integrati e definirti ‘superati’ o ‘superabili’. In Italia, invece, le cose funzionano ben diversamente: l’errore è una categoria atavico-elettorale da sfruttare. 

Nel nostro Paese, fino ai primi anni ’90, se un politico veniva indagato, si dimetteva. Oggi accade il contrario: cerca di farsi eleggere per non farsi toccare troppo dalla legge e grida contro i magistrati.
Ma onde non cadere nel qualunquismo grillista, diciamo solo che in Italia certi conti con la Storia e con i propri errori ancora non siamo capaci di farli, preferiamo lasciare tutto in sospeso e cambiare faccia.

Gli anni di piombo, i vuoti legislativi, le carenze strutturali di una democrazia che sembra essere arrivata fin qui in piena emergenza: la nostra storia democratica non si risolve, non progredisce. Si potrebbe infatti continuare citando il vizio delle coalizioni pentapartitiche sul modello della Democrazia Cristiana – stiamo cercando di liberarcene solo adesso, pena l’ingovernabilità – oppure, ancora, con i meridionali spesso chiamati “terroni” (in America anche gli africani vengono definiti “African American”) o con le faziose opposizioni ambientaliste al nucleare – mentre siamo fanalino di coda in Europa e compriamo energia a caro prezzo dalla Francia -, eccetera eccetera eccetera.

Con questo non si vuole affermare che gli USA siano la perfezione, anche lì vige una serpeggiante discriminazione, ma è innegabile che il ‘sogno americano’ è nato straniero, in America ci si andava per sentirsi “parte di”, per cambiare e non subire sempre l’arretratezza e le disparità italiane. Democratiche e politiche. Davanti ad un Paese come gli Stati Uniti, che ammette i suoi errori e ha il coraggio di fare i conti con la Storia, la nostra democrazia resta in equilibrio su questioni su scenari sempre riproposti negli speciali televisivi ma mai davvero chiusi dalla Verità storica, mai scardinati dalla dimensione tumorale di un buio storico politicamente voluto. 

Ascoltando, con tutte le difficoltà del caso, il discorso di Obama (ma se ci si iscrive al suo sito, viene inviato anche il testo in forma scritta), insomma, nasce solo tanta invidia, si comprende la distanza civile, prima ancora che democratica, tra la nostra politichetta e la democrazia americana, consapevole della Storia. Mi chiedo solo quanti giovani si interesserebbero alla politica se i nostri leader sapessero dar vita a campagne elettorali vissute e ‘vivibili’ come quelle americane. Non certo perfette ma sicuramente migliori.

EF

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