Nel ventre della Terra

Pubblicato: novembre 21, 2007 in Senza categoria
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Se qualcosa è rimasto di vecchio nel mondo, sono le miniere e i minatori. I loro caschetti sono adesso in plastica, ma la lampada è sempre fissata al centro. E come decenni fa, allo stesso modo si scende nei meandri della Terra e accade anche di morire. Come cent’anni fa.

Interessante è l’articolo pubblicato oggi su L’Avvenire, a firma di Claudio Monici, dove viene descritto il lavoro in una miniera d’oro in Sudafrica. Vite scure, grigie, scandite dalle picconate o dal fragore degli esplosivi. Vite vissute 2 mila e 800 metri sotto terra, al chiuso, vite di persone semidimenticate, elevate agli onori della cronaca solo in caso di incidente: i minatori.

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Buona lettura:

DA BOKSBURG
 di CLAUDIO MONICI

 L a saracinesca scende e lentamente spegne il sole.
  Da una fessura filtra l’ultima lama di luce e sul volto scuro dei minatori è un rapido baluginare di scintille. Poi più nulla, solo il buio e il pavimento sotto i piedi che trema come la schiena di una bestia nervosa. Giù veloci, mentre dal soffitto colano fiotti d’acqua.
  Ancora più giù, seguiti dal lamento delle funi d’acciaio che sbattono e stridono, prigioniere nelle guide del condotto. Undici metri al secondo, per raggiungere la prima profondità di 1700 metri, nel buio reso meno tetro e soffocante dalla lampada da minatore fermata sull’elmetto di plastica gialla. Scende ancora il montacarichi e pare non arrivare mai. Nessuno parla, mentre ci immergiamo nel ventre della Madre Terra per arrivare, in due tappe d’ascensore e un tragitto a piedi, a meno 2860 metri, nel cuore della più antica miniera d’oro del Sudafrica, dove gli operai aggrediscono la roccia con trapani ed esplosivo. Dove ancora si lavora come cinquant’anni fa, perché quaggiù la pietra resiste all’uomo e non s’arrende come invece avviene nelle miniere di carbone.
  Si scava metro dopo metro, un duro avanzare con poca tecnologia, tanta forza delle mani e volontà di resistenza, in un ambiente che può rivelarsi pericoloso e traditore. Si parla poco sottoterra, quando a urlare sono il martello pneumatico e la dinamite, mentre viene consolidato, con travi di legno da miniera del Far West, il tunnel appena aperto. Nel 1893, la città di Boksburg, un’ora d’auto a Sudest di Johannesburg, non esisteva neppure. Fino a quando qualcuno ha trovato l’oro, che a quei tempi galleggiava in superficie. Anno dopo anno, picconata dopo picconata, i minatori di Boksburg hanno scavato le vene aurifere, fino a scendere sotto 4000 metri.
  Miniera di «East Rand Proprietary Mines» (Erpm), della società «Durban Rudeport Deep»: non possiamo che restare sbalorditi se pensiamo che il montacarichi ci sta immergendo in un microcosmo che è solo un’esigua porzione dei 13 chilometri di cunicoli, tunnel verticali, passaggi orizzontali e condotti di accesso.
  Rotaie e roccia, grotte e rifugi, con tutto quello che serve in caso di incidenti, crolli e incendi.
  Generatori e tubazioni per pompare l’aria, che deve raggiungere ogni più lontano angolo, altrimenti la morte sopraggiunge in pochi istanti. E poi gli uomini. E l’oro. La pepita d’oro. Il sogno: trovarla grande come il pugno d’una mano, per dare una svolta alla propria vita.
  Ma non è così. L’oro non si vede mai: è polvere fusa nascosta nella roccia marmorea. Da portare in superficie e sbriciolare. La prima sosta è il «Livello 42».
  Millesettecento metri sottoterra.
  Incrociamo un gruppo di minatori. Sono quelli del turno di notte e tornano in superficie.
  Stanchi. Le operazioni di discesa e risalita in una miniera sono molto importanti. A coordinarle due addetti ai montacarichi, capaci di 35 persone. Manovratori isolati nelle loro sale comandi, seduti a regolare giganteschi impianti: uno dei macchinisti vive in superficie, l’altro in una galleria a volta nel profondo dei 1700 metri. Il sistema per accertarsi che i montacarichi siano ai livelli giusti, e con le porte in sicurezza, resta affidato a una robusta scampanellata. Vengono in mente le tragedie che accadono nelle miniere ucraine e cinesi, decine di morti in una manciata di secondi.
  Ma anche l’ultima emergenza in Sudafrica, nel mese di ottobre, quando più di 3.000 minatori rimasero intrappolati a oltre 2mila metri di profondità nella miniera di Elandsrand, a Carletonville. Per colpa di una conduttura idrica che spezzandosi è precipitata e ha tranciato i cavi elettrici del pozzo principale, danneggiando il sistema di risalita. Il «responsabile della sicurezza» della Erpm, Louis Vermaak, ci guida nel ventre del ‘mostro’. Si discute poco sotto terra, c’è energia solo per stare attenti a quello che si sta facendo.
  Non soltanto quando si cammina, per non inciampare nelle traversine delle rotaie, sommerse da acqua e fango. Calore e pressione possono fare brutti scherzi. «State bene?», chiede il nostro accompagnatore ogni cinquanta passi. «La temperatura aumenta di un grado ogni cento metri di dislivello», avverte Vermaak. Il successivo ’salto’ ci fa precipitare di quasi mille metri e veniamo catapultati in un luogo che ricorda la scenografia di un film di fantascienza. Aperta una oscura porta basculante, ci affacciamo nel silenzio di un abisso, l’inizio di una galleria che si perde lontano nell’oscurità. Non è più solo l’acqua che inzuppa la roccia e ci piove addosso a infastidire, ma anche il calore, forse già oltre i 45 gradi. Per refrigerare l’aria forzata in tunnel e gallerie, ogni giorno sono immesse 2.000 tonnellate di ghiaccio in uno speciale impianto nel sottosuolo. Prima di sedere in giacca e cravatta alla scrivania di «general manager» di una miniera, in Sudafrica non basta lo specifico titolo di studio, bisogna aver lavorato nel suo ventre per almeno un paio d’anni. Manny Da Silva è il giovane direttore: «Questa miniera era stata messa in liquidazione nel 1999, a causa dello scarso margine di guadagno.
  Per tentare di salvare l’occupazione, nel 2004 abbiamo chiuso alcuni pozzi a quota 4.000.
  Oggi, grazie all’andamento del prezzo dell’oro, possiamo prevedere una attività di almeno altri venticinque anni».
  Duemilacento dipendenti, con il dieci per cento donne minatrici.
  Ogni giorno, i montacarichi scaricano 1.500 lavoratori. Lo stipendio minimo è 2.100 rand, quasi 210 euro. La società mineraria garantisce assistenza medica interna e sistemazione in un ostello per chi non ha famiglia.
  Quest’anno sono stati due gli incidenti mortali: minatori rimasti schiacciati sotto un crollo. Per tenere sotto controllo il movimento della roccia, nelle gallerie vi sono rivelatori sismici. Il problema non sono i terremoti, irrilevanti in questa zona, bensì la forte pressione che si libera sulle volte delle gallerie, conseguenza allo svuotamento. Dalla «East Rand Proprietary Mines» si ricavano in media 190 chili di oro al mese. Non è molto, se li si paragona alla produzione della miniera di Klooef, cinquanta chilometri da Johannesburg: una tonnellata di metallo giallo ogni 30 giorni. In questa miniera, da ogni tonnellata di roccia trasportata in superficie si ricavano 6 grammi di oro. Dunque, per avere i 190 chili, la società spende, compresi stipendi e costi di manutenzione, 30 milioni di rand, 3 milioni di euro. Un margine di guadagno non straordinario se si considera che un chilo d’oro appena estratto vale 170mila rand, 17mila euro.
  Raggiungiamo infine il filone d’oro, il cuore che batte della miniera. La galleria si restringe e verso il suo termine permette il passaggio solo stando piegati in due, spostando continuamente la testa quando la carrucola porta i carichi di dinamite, inquietanti casse con 25 chili di candelotti. I minatori sono giovani neri, lavorano a torso nudo scambiandosi qualche battuta nel loro dialetto africano. La nostra presenza è una curiosità che fa da sottofondo al frastuono dei martelli pneumatici. Nella stretta galleria, l’oscurità è falciata dal balletto di fioche luci delle torce sui caschi. L’esplosivo è stato sistemato e si torna in superficie. Tra poco la dinamite sarà innescata. Dopo i crolli, dovranno trascorrere due ore prima di tornare giù armati di badili e riempire i carrelli di materiale. Risaliamo all’esterno: ora l’aria e la luce del sole ci sembrano una cosa nuova. Viva.

EF

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