E’ morto Enzo Biagi

Pubblicato: novembre 6, 2007 in Politica
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Ci ha lasciato una delle migliori voci della nostra democrazia, è morto Enzo Biagi.  Quella di cui ha sempre scritto era a tutti gli effetti la ‘sua’ Italia, un Paese che aveva contribuito a costruire attraverso l’esperienza partigiana e il successivo impegno nel giornalismo. Sempre attento ai cambiamenti storico-sociali dell’Italia, l’esperienza professionale di Enzo Biagi non è stata facile. Pesanti sono stati i silenzi, le censure e il ‘devotismo’ di certi giornalisti nostrani che Biagi ha dovuto subire nell’ultimo periodo della sua vita. Primo su tutti il veto berlusconiano che portò alla sospensione della trasmissione da lui condotta, Il Fatto. La RAI lo cacciò dopo ‘l’editto bulgaro’ (come venne definito a posteriori) proclamato durante un viaggio di Stato da Berlusconi, impaurito forse dallo stile, dalle parole e dall’oggettività dei Fatti riportati da Biagi: «La Rai, tornerà ad essere una tv pubblica, cioè di tutti, non partitica, […] come è stata durante l’occupazione militare della sinistra. – tuonò Berlusconi – L’uso fatto da Biagi, da quel…come si chiama? Ah Santoro e da Luttazzi, è stato veramente criminoso e fatto con i soldi di tutti. Preciso dovere di questa dirigenza sia quello di non permettere più che questo avvenga». La risposta di Biagi fu secca, sottile, oggettiva: «Presidente del Consiglio, non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? […] Lavoro qui in Rai, dal 1961, ed è la prima volta che un presidente del Consiglio decide il palinsesto […] Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci». Quello che Biagi voleva dire era probabilmente che non si metteva a tacere lui ma i Fatti, l’Italia.

Chiudo questo intervento con un articolo scritto da Enzo Biagi e pubblicato sul Corriere della Sera del 22 aprile 2007, in occasione del suo ritorno in televisione:

 Torno in tv dopo un intervallo durato cinque anni: insormontabili ragioni che chiamerò tecniche mi hanno impedito di continuare il mio programma. Sono contento, perché alla mia rispettabile età c’ è ancora chi mi dà una testimonianza di fiducia e mi offre lavoro. Ma non voglio portar via il posto a nessuno: non debbo far carriera, e non ho lezioni da dare. Voglio solo concludere un discorso interrotto con i telespettatori, ripartire da dove c’ eravamo lasciati e guardare avanti.Quante cose succedono intorno a noi. Cercheremo di raccontare che cosa manca agli italiani e di che cosa ha bisogno la gente. Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C’ è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’ è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’ Italia agli occhi del mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rischiavano la vita per raccontare agli altri le pagine tristi della storia.I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.

EF

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